Vini naturali calabria menat
Tutte le foto di Roberta Abate 

Il cremasco e il milanese che producono vino in un paese sperduto della Calabria

Siamo a San Nicola dell'Alto, sopra Cirò: qui due ragazzi giovani e "nordici" hanno deciso di produrre vino non convenzionale con tanto di anfore georgiane.
CR
Milan, Italy
Roberta Abate
Milan, Italy
18.11.20

Semplicemente eravamo stanchi delle nostre vite e abbiamo deciso di venire qui e di svoltare. Poi per me non è stato un cambiamento radicale

La strada per San Nicola dell’Alto è piena di tornanti e probabilmente non me ne sarei manco accorta se il vino e le sarde fermentate, ingurgitate con foga a Cirò Marina da A Casalura, non fossero risaliti nel mio esofago a farmelo presente. Un borgo cirotano di 744 anime, arroccato sopra Cirò e Melissa a 575 m.s.l.m. tra il monte San Michele e il monte Pizzuta, fondato nel XV secolo da profughi albanesi.

Menat, che probabilmente a noi non dice nulla, deriva dall’arbëreshë menatë e significa domani. E di fronte a un presente così incerto, mi sembra particolarmente fiducioso.

Perché Nicola e Michele, cremasco uno, milanese l’altro, abbiano deciso di trasferirsi qui è la domanda che mi arrovella la mente, mentre mi reco in questo paese semi-disabitato per visitare la cantina Menat, cinquemila bottiglie, 1,4 ettari di proprietà e vari pezzetti in affitto.

Scartatene diverse, rimango ferma su una ipotesi: la delusione d’amore, continuo a ripetere tra me e me, non può che essere questo il motivo di una scelta che, ai miei occhi di calabrese cresciuta nella provincia, appare così estrema e insensata. Ma già il nome della cantina doveva farmi capire che mi sbagliavo. Menat, che probabilmente a noi non dice nulla, deriva dall’arbëreshë menatë e significa domani. E di fronte a un presente così incerto, mi sembra particolarmente fiducioso. A convincermi che valesse la pena scoprire questa realtà è stato un cirotano di Madrid: “Dovresti conoscere i ragazzi di San Nicola che producono vino in stile georgiano?”
“Usano le anfore?”
“Sì.”
“Mi metteresti in contatto con loro?”
“Sì.”

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Tutte le foto di Roberta Abate

Sono state le parole “stile georgiano” a illuminarmi. Era appena finita l’estate del 2019, ero stata da poco a Cirò Marina per scrivere sulla Cirò Revolution e l’idea di ritornare sul territorio per conoscere una giovane realtà locale, creata da “nordici” e autoctoni, mi entusiasmava. I vini georgiani poi mi riportano sempre con il pensiero a una serata speciale, al 2013, una cena in uno dei miei ristoranti preferiti, il Caffè La Crepa di Isola Dovarese, in compagnia di produttori georgiani e dei loro vini, importati in Italia dalla società di distribuzione I am wine.

Il problema è che è talmente tutto lecito che puoi aggiungere qualsiasi cosa nel vino, tanto poi posti le foto sui social e dici che è naturale

Io, Rob e Loris arriviamo a San Nicola Dell’Alto nel primo pomeriggio; Michele e Nicola ci aspettano davanti alla cantina che si affaccia sulla strada provinciale ed è attigua al bar Lagioia, che ci dicono essere il punto nevralgico del paese.

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La strada principale di San Nicola dell'Alto

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Una stanza con la bandiera di Diego Armando Maradona alla parete, sei kwevri georgiane da 600 e 800 l e due tinajas da 150l, interrate nel pavimento. Le anfore di argilla, in cui viene messo il vino a macerare, rimandano alla millenaria vinificazione georgiana a cui la cantina si ispira. “

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Il vino è nato nelle regioni caucasiche e la Georgia è l’unica che ancora oggi non ha perso la cultura del vino. Una cultura millenaria e affascinante che vogliamo replicare qui. Il kwevri è lo strumento migliore per le fermentazioni spontanee, senza solforosa”, ci spiega Nicola, uno dei due titolari, da sempre appassionato di vini georgiani: con mia grande sorpresa scopro che era uno dei soci di I am wine (ricordate qualche riga su la cena al Caffè La Crepa con i produttori georgiani?). A lato delle anfore una finestra, da cui si intravedono le vigne che appartenevano al nonno di Michele.

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La vista dalla cantina

La mia ipotesi della delusione d’amore viene subito smentita: “No, nessuna delusione d’amore. Semplicemente eravamo stanchi delle nostre vite e abbiamo deciso di venire qui e di svoltare. Poi per me non è stato un cambiamento radicale”, mi racconta Michele, e aggiunge: “sono nato e cresciuto a Milano, ma mio papà è di San Nicola, fa il medico, però ha sempre considerato il vino un hobby perché mio nonno aveva delle vigne in questo paese e produceva vino casalingo. Ogni estate venivo in vacanza, prima con i miei genitori, poi da solo a trovare i miei nonni. Quando il vino è diventato più di una passione, mi sono convinto che era arrivato il momento di provare a prendere in mano i vecchi vigneti di mio nonno per sperimentare nuovi metodi di vinificazione. Ne ho parlato con Nicola e abbiamo condiviso il progetto”.

Nel frattempo ci siamo spostati nel luogo dove avvengono le degustazioni. Una villetta a due piani, circondata da ulivi, vigne, un orto, alberi da frutta e, sullo sfondo, il monte Pizzuta. Quattro cani, quattro gatti, quattro pecore, un cavallo e una capra, che convivono liberi e pacifici, sono lì a dimostrare che le famiglie felici esistono e si chiamano ecosistemi, e che l’autarchia, su piccola scala, può funzionare, se si è bravi.

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Michele

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Il cavallo Pioggia

I due ragazzi hanno le idee chiare sul vino: si può definire tale solo se è fatto con uva fermentata. “Le sostanze estranee consentite sono tante, troppe”, puntualizza Nicola. Ma se gli chiedi se il loro vino è biologico, biodinamico o naturale, spiega: “tutte queste etichette consentono delle manipolazioni del mosto con sostanze che lo snaturano. Ammettono l’uso di lieviti selezionati, di chiarificazioni, permettono di filtrare il vino, togliendogli l’anima. Il problema è che è talmente tutto lecito che puoi aggiungere qualsiasi cosa nel vino, tanto poi posti le foto sui social e dici che è naturale. Personalmente tanti vini, che si definiscono naturali, non li berrei. Il nostro non ha, e non vuole avere etichette, facciamo solo un vino che ci piace bere”.

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Il vino di Menat è artigianale, non viene filtrato, è fatto con metodi che non ne alterano l’aroma originale e riducendo al minimo gli interventi in vigna. Solo preparati biodinamici, rame, zolfo e sovescio, per mantenere l’equilibrio microbiologico del terreno che influisce, eccome, sul risultato finale. No chiarificazioni, no solforosa in tutto il processo di vinificazione e di imbottigliamento: “la solforosa ingabbia il vino, la metti solo per paura, non perché ne hai veramente bisogno”, puntualizza Nicola.

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Il Dios es Color è il mio vino preferito: un rosato cerasuolo intenso, fatto con 100% Gaglioppo - l’uva calabrese per eccellenza - proveniente da tre vigne diverse. Nella vinificazione una parte dell’uva viene lasciata con il grappolo intero, fermentato spontaneamente per 4-5 giorni in acciaio e poi in kwevri georgiano, affinato in inox e vetroresina. Se ne producono 1.000 bottiglie.

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Il Greko

Il Greko è fatto con Greco 70%, Trebbiano e altre uve autoctone a bacca bianca 30%. Un bianco macerato, in 600 bottiglie, fermentato spontaneamente e affinato in kwevri georgiano per nove cicli lunari sulle proprie bucce. Il Tathagata vuole interpretare la sfida di colore/tannino del vitigno Gaglioppo, usato sempre in purezza e proveniente dalle vigne in prossimità del mare, nel comune di Cirò Marina. Mille bottiglie, prodotte con diraspatura interamente a mano, acino per acino, fermentazione spontanea a chicco intero in acciaio e kwevri georgiano per 14 giorni, successiva spremitura soffice, affinamento in tinajas di Orozco.

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A Nicola e a Michele piace giocare con il Gaglioppo, renderlo più leggero, interpretarlo in maniera più vivace, ma avvisano “è un vitigno che va trattato con i guanti perché ha un’estrazione del tannino pazzesca”. Il tannino è una componente naturale del vino e si traduce in quel senso di astringenza quando dai un sorso.

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Con uve Gaglioppo in purezza, proveniente da vigne ultra cinquantenni vinificate in bianco, viene fatto il Ji Jian, la quintessenza del vitigno. Il vino rosato incarna alla perfezione lo stile dell'azienda che mira ad alleggerire il Gaglioppo per esaltare le sue espressioni floreali e fruttate. Viene prodotto in 2.000 bottiglie.

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Nel frattempo il sole sta tramontando, guardo un albero di fichi e mi rendo conto che ancora non ne ho mangiato nemmeno uno (molto grave per un calabrese in vacanza). Devo recuperare, mi arrampico e ne faccio fuori tre. Torno nella vigna, che intanto si è riempita di enotecari, vignaioli e distributori provenienti da tutta Italia in visita in questo sperduto paese calabrese, proprio come noi.

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A fine giornata mi rendo conto che ero totalmente fuori strada con la mia ipotesi iniziale, che Nicola e Michele hanno capito tutto e che forse le scelte sbagliate sono le mie. Ripenso a San Nicola dell’Alto ora, mentre sono chiusa nel mio piccolo appartamento di Milano, e non riesco a immaginare un luogo migliore dove passare il lockdown.

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