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Illustrazione di rob z via AdobeStock. 
Identità

Gli italiani bianchi sono capaci di discutere di razzismo?

Ancora oggi c'è chi è convinto che in Italia il razzismo non esista, o che non sia un fenomeno strutturale. Cosa si può fare?
29.1.21

Sono passati più di otto mesi dall’omicidio di George Floyd, che avrebbe compiuto 47 anni lo scorso 14 ottobre. Da quel 25 maggio si sono viste riaccendere le proteste antirazziste negli Stati Uniti e in altre parti del mondo. Anche l’Italia ha visto le sue piazze riempirsi, per portare l’attenzione sulla situazione nel nostro paese e respingere le critiche di chi vede nella mobilitazione un’imitazione sbiadita del movimento americano. 

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Nonostante ciò, in questi mesi abbiamo assistito a nuovi episodi razzisti e al riemergere di dibattiti su statue, eredità del passato e blackface—mentre anche la minima conversazione sul tema del razzismo (o il solo pronunciare la parola) innescano ancora tantissima confusione. 

Quindi, possiamo dire che sia davvero cambiato il modo in cui si parla di razzismo in Italia? 

PARLARE DI RAZZISMO QUANDO SI È BIANCHI

Il razzismo, in Italia, è un argomento ambiguo. Lo si evita, lo si confonde, oppure se ne parla sotto il filtro politico di immigrazione e affini—il tutto senza poter ignorare le difficoltà nell’affrontare discorsi sull’essere bianco e sulla razza in lingua italiana

Ci possiamo interrogare sul perché: è la tendenza a sovrapporre alla realtà italiana quella straniera/anglofona, ignorando le differenze? Dipende dalla mancanza di un lessico specifico, di una vera educazione sul tema, o ancora dall’assenza di una ricerca approfondita sul significato di essere bianco nel Ventunesimo secolo, attraverso un filtro razziale? Ci sono ragioni storiche? O insufficienza di materiali didattici? Ma soprattutto, le persone bianche sono davvero in grado di discutere di razzismo? 

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In Italia ci sono esperti che studiano e trattano questi temi nel quotidiano; una di loro è la dott.ssa Angelica Pesarini, sociologa e docente universitaria che si occupa di razza, genere, identità e cittadinanza nell'Italia coloniale e postcoloniale. L’ho contattata per provare a rispondere ad alcune di queste domande.

“Il razzismo è un sistema di potere che si basa su una serie di protezioni e privilegi economici, sociali e politici storicamente assegnati a una certa parte della popolazione, quella considerata e razzializzata come ‘bianca’,” mi dice. “Finché si parla razzismo come episodi singoli e non come sistema strutturale, è difficile [discuterne in generale e] avanzare nella lotta antirazzista.” 

Proprio il “privilegio” citato da Pesarini, insieme alla “fragilità”, è ritenuto da molti studiosi alla base della difficoltà dei bianchi nell’affrontare un dialogo sul razzismo. Entrambi i termini sono riconducibili ai pilastri fondanti dell’“essere bianco,” ossia quell’insieme di norme, valori, costumi e abitudini ormai predefiniti e centrali che caratterizzano la quotidianità della cultura occidentale. Proprio per questo, prima di parlare della situazione italiana nello specifico può essere utile chiarirli.

PRIVILEGIO E FRAGILITÀ BIANCA

Oggi, quando si parla di privilegio bianco (o “privilegio legato alla bianchezza,” nell’espressione usata da Pesarini) e fragilità, uno dei testi di riferimento più menzionati—seppure non senza critiche su vari livelli—è il libro Fragilità bianca di Robin DiAngelo. Citando altri studiosi e partendo dalla sua esperienza di donna bianca facilitatrice di incontri sul razzismo in contesti aziendali, DiAngelo definisce il privilegio come “un concetto sociologico che si riferisce ai benefici che i bianchi danno per scontati e che, invece, non vengono riconosciuti alle persone di colore nel medesimo contesto. [...] Affermare che il razzismo privilegia i bianchi non significa affatto che i bianchi non debbano mai affrontare impedimenti o ostacoli. Significa che non devono affrontare quelli specifici del razzismo.”  

Nello stesso libro, DiAngelo riassume la “fragilità bianca”, termine coniato dalla stessa nel 2011, come il meccanismo per cui “ogni obiezione alla nostra [dei bianchi] visione razziale del mondo [sia] un’aggressione alla nostra immagine di persone buone e morali.” Per effetto della fragilità, i bianchi percepiscono l’accostamento al razzi­smo “come un’offesa personale destabilizzante e iniqua. La minima tensione razziale ci è intollerabile; il più vago accenno all’ipotesi che essere bianchi comporti dei van­taggi ci scatena un intero assortimento di reazioni difen­sive.” 

Come aggiunge Pesarini, questi meccanismi di difesa “vengono messi in atto senza capire che se una persona ‘razzializzata’ come non bianca—che subisce quindi certi atteggiamenti e discriminazioni in base a una più o meno implicita idea di ‘razza’—ti fa notare che un gesto o una parola sono razzisti, è perché proviene da un'esperienza personale. Anche se le persone bianche possono talvolta essere razzializzate (pensiamo storicamente proprio agli italiani!) e subire certe discriminazioni, una persona bianca non sperimenterà mai il razzismo vissuto da una persona nera. La discriminazione è diversa dal razzismo, proprio perché il razzismo si basa su quel sistema di potere strutturale in cui le persone considerate ‘bianche’ si trovano in una posizione diversa dalle persone non bianche.”

LE REAZIONI ALL’ACCOSTAMENTO AL RAZZISMO E L’IDEA PER CUI “IN ITALIA IL RAZZISMO NON ESISTE”

Le persone nere, e qui parto anche dalla mia esperienza, sanno ormai identificare e anticipare le reazioni che potrebbero avere alcune persone bianche nel momento in cui queste suscettibilità vengono evidenziate. C’è chi menziona la propria prossimità relazionale con persone nere, chi espone la profondità della propria conoscenza della cultura afro, chi cita le esperienze interculturali o il coinvolgimento in cause sociali. 

La maggior parte delle risposte difensive inizia con un “ma io” e prosegue secondo alcune varianti. Come “Sono razzialmente daltonico, non vedo colori”; “Mi hanno insegnato che siamo tutti uguali e a trattare tutti allo stesso modo”; oppure ancora “Sei esagerato, vedi razzismo in tutto,” ignorando come siano proprio queste reazioni a portare allo scoperto il loro privilegio—quello di non '“vedere i colori,” o di poter vivere serenamente la propria vita senza affrontare una singola volta la questione del razzismo. 

Tra questi esempi ‘sulla difensiva’, il caso più clamoroso è la categorizzazione del razzismo istituzionale come un mito per via della mancanza di esperienze condivise (o, nel caso di esperienze di ingiustizie simili e condivise, concludendo che le basi della discriminazione di bianchi e neri siano le stesse), e un altro dei più frequenti, la convinzione che il razzismo sia proprio delle persone cattive, in una visione binaria—buoni contro cattivi, antirazzisti o razzisti—che ignora l’essere indiscutibilmente avvantaggiati dall’esistenza all’interno di un sistema razzista.

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Per Pesarini, oltre a questi aspetti universalmente validi, un fattore che caratterizza la difficoltà di parlare di razzismo in Italia è l’idea che da noi il razzismo non esista proprio. “In Italia,” dice Pesarini, “si parla sempre di razzismo in maniera individuale e non strutturale. Se ne parla ogni volta che succede qualcosa, quindi dopo il gesto isolato di una persona, ma non si riesce a vederlo come un fenomeno strutturale e in cui sono coinvolti tutti gli ambiti della società.”  Detta molto semplicemente: spesso le persone non riconoscono la loro partecipazione ai sistemi razzisti perché attribuiscono più valore ai comportamenti razzisti che non all’ambiente da cui essi traggono origine e alle conseguenze che possono generare.

Così, continua Pesarini, si tende a pensare che “ci sia ignoranza e non razzismo, una giustificazione un po’ pericolosa, perché implica la tendenza a estraniarsi dal fenomeno. Come a dire che si è ignoranti ma non razzisti—quando invece il razzismo è qualcosa che fa parte della nostra società come il sessismo, l’omofobia e la transfobia.”

BLACK LIVES MATTER: STA CAMBIANDO QUALCOSA IN ITALIA?

È tristemente ironico che l'esplosione delle proteste antirazziste in tutto il mondo sia avvenuta mentre affrontiamo, come collettività, un periodo di intense crisi legate alla pandemia di Covid-19. Proprio come un virus, il razzismo esiste come agente patogeno replicante, che continua a deteriorare la nostra società e il nostro benessere civico. Esattamente come il nostro pregiudizio, non scompare quando lo notiamo e decidiamo di essere persone migliori. 

Ho chiesto alla dott.ssa Pesarini se pensa che qualcosa sia cambiato negli ultimi mesi, nel modo in cui si affronta il razzismo in Italia. “Secondo me sì,” risponde. “L'omicidio di George Floyd, e l'avvento del movimento Black Lives Matter anche in Italia, hanno scosso un po’ le cose.” Pesarini cita anche “un certo antirazzismo bianco, di sinistra, che è a mio avviso molto rigido, e che paradossalmente non nomina neanche la parola razza. Questo di fatto è un altro problema, tanto in Italia come in Europa: l’approccio colour blind, che tende a negare le differenze, che tende a credere nell’illusione che siamo tutti uguali e che esista solo una razza, la razza umana. Idealmente sarebbe bello, ma non rispecchia la realtà.”

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Proprio parlando dell’antirazzismo bianco di sinistra, Pesarini spiega che è fondamentale “sapersi posizionare, considerando che, in quanto persone bianche, certe esperienze non si vivranno mai; è necessario saper ascoltare, non prendere spazio e cercare di arginare per quanto possibile i sentimenti che scaturiscono da questa ‘fragilità bianca’, che purtroppo non aiutano la lotta antirazzista.” 

Allo stesso tempo, prosegue Pesarini, “anche se da un lato c'è un antirazzismo che ha bisogno di posizionarsi, dall’altro c'è una nuova generazione di persone, razzializzate e non, che ha strumenti di conoscenza alternativi. Persone giovanissime che usano i social media per essere in contatto con le lotte sociali che avvengono anche nel resto del mondo e che portano un dibattito fresco in Italia—un dibattito che purtroppo a volte viene un po’ strumentalizzato.”

Riassumendo: se si vuole iniziare ad affrontare in maniera adeguata l’argomento razzismo in Italia, il primo passo è una maggiore consapevolezza dei propri pregiudizi e privilegi. Per sostenere una conversazione sulla razza senza cedere ai quei disagi che solitamente fanno emergere la fragilità servono empatia e resilienza emotiva—e uno sforzo di informazione che vada oltre il chiedere a persone nere di essere costantemente pronte a istruire, commentare e fornire prove.  

Negli ultimi mesi sono state prodotte e riproposte tantissime risorse che spaziano dalla musica alla letteratura, dai film all’arte e che si possono consultare (o acquistare, perché sono anche una forma di giustizia e riconoscimento degli sforzi degli attivisti) per farsi un’idea. Sono materiali che servono sia a generare quell’empatia, sia a migliorare la nostra capacità di dialogo interculturale. E, magari, anche a evitare che tutto quello che una persona bianca ha da dire a una persona nera sia “io non vedo i colori.”

Anthony Chima è attivista per Black Lives Matter Bologna. Laureato in Scienze Politiche, Relazioni Internazionali, Diritti Umani e Multi-level Governance, lavora come operatore umanitario ed esperto in diritti umani nel campo di sviluppo e cooperazione internazionale con una realtà no-profit. Si definisce “un Afropeo plurilocale”, e tu puoi seguirlo su Instagram.