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L'Isola dei Bitcoin è il paradiso delle criptovalute

Si parla sempre più dei Bitcoin, ma sono davvero sostenibili nella finanza tradizionale?
09 settembre 2015, 11:19am

La crisi greca di questa estate non è stato un momento piacevole per nessuno—e non lo è ancora ora—ma qualcuno, o meglio qualcosa, è riuscito a trarne particolari vantaggi: gli sciamani della chiesa del Bitcoin si sono fiondati come orsi sul miele nel bel mezzo della crisi e la criptovaluta per eccellenza è diventata la panacea di tutti i mali dell'Ellade.

Ovviamente, ma non c'è nemmeno bisogno di dirlo, i Bitcoin non hanno risanato e non risaneranno mai la crisi finanziaria greca, ma il picco di transazioni sviluppatosi a partire dal tam tam di quelle settimane—quasi 100 mila transazioni giornaliere in più della media annuale—ha indubbiamente aiutato a generare un humus di interesse verso lo sfruttamento concreto dei Bitcoin nella finanza tradizionale.

Lo vedete il picco tra luglio e agosto? Ecco, quella è la crisi greca, e il picco corrisponde a circa 100.000 transazioni giornaliere in più. via Blockchain

Ad agosto si parlava di installare in Grecia un migliaio di punti prelievo (ATM) per Bitcoin; dopo il rifiuto delle condizioni della Banca Centrale Europea per l'erogazione delle tranche di aiuti, il valore del Bitcoin ha sfiorato il picco più alto dei quattro mesi precedenti, ovvero 273$/175£/247€ per Bitcoin.

La questione, in realtà, era piuttosto semplice: in Grecia in quelle settimane i prelievi giornalieri dagli sportelli erano stati limitati a 60€, così i cittadini hanno dovuto trovare vie alternative per continuare a sopravvivere seguendo gli insegnamenti del vangelo secondo capitalismo ed evitare di degenerare nel tafferuglio da guerriglia urbana. C'è chi si è affidato al baratto, chi ad altre criptovalute, chi è tornato al caro vecchio oro—i più si sono buttati sul Bitcoin.

Sorvolando per un attimo le fondamentali questioni politiche e sociali, punto cardine di qualunque discorso sulle criptovalute, resta da chiedersi se possa esistere davvero un futuro finanziario in cui i Bitcoin sono protagonisti.

Il discorso non è scontato: abilitare i pagamenti tramite Bitcoin è probabilmente il passo meno impegnativo di un processo molto ampio che parte dall'educazione alla criptovaluta fino alla regolamentazione di un mercato finanziario incredibilmente volatile. La buona notizia è che abbiamo un precedente—o meglio un presente: l'Isola di Man.

La bellissima Douglas, capitale della bellissima Isola di Man, nel bellissimo reportage di Bloomberg (che dovreste leggere).

In un reportage di Bloomberg si racconta la genesi delle qualità criptofinanziarie di questo atollo spiattellato nel bel mezzo del mar d'Irlanda, e si scopre che, oltre un generale interesse del governo nei confronti delle nuove frontiere della finanza, tra le varie attività che hanno deciso di stabilirsi in questo paradiso fiscale, una delle più importanti riguarda il mondo del poker online.

L'Isola di Man, infatti, è diventata sede di Rational Group, la holding che gestisce, tra le altre, Poker Stars—se le vagonate di pubblicità al sito non vi bastassero a capire che si tratta di roba grossa, sappiate che nel 2012 Poker Stars ha sbaragliato il suo principale concorrente, Full Tilt Poker, acquistandolo. Cosa c'entra tutto questo con i Bitcoin?

Nick Williamson è un giocatore professionista di poker; nel 2011 viene assunto da Poker Stars per lavorare al controllo delle puntate in denaro dei giocatori, ma capisce in fretta che il suo lavoro dovrebbe essere superfluo: non è necessario qualcuno che controlli le puntate e si assicuri che tutto vada liscio, d'altronde si tratta di un servizio online in cui il sistema dovrebbe essere già perfettamente rodato e il rischio di truffa prossimo allo zero.

Williamson ripone le sue speranze nelle criptovalute: denaro virtuale completamente sicuro e che non può essere falsificato in alcun modo. Prova a farsi piacere i Bitcoin, ma non fanno per lui, così nel 2014 lascia Poker Stars per fondare Pythia, una startup con la quale sta lavorando a Credits, un servizio che vuole offrire un blockchain—che per farla breve, in questo caso, è un registro crittografato di ogni singola transazione in Bitcoin di un insieme di account che fanno riferimento a quel determinato blockchain—alternativo, sicuro al 100% e alla portata di tutti.

Disporre di un blockchain significa disporre di un ambiente controllato—e non necessariamente in senso dispotico: il controllo dei registri dei blockchain è limitato persino ai gestori del blockchain stesso—all'interno del quale si possono sviluppare una serie di transazioni sicure e a prova di disastro finanziario.

La criptovaluta di turno può essere soggetta a speculazioni o a improvvise fluttuazioni di valore, ma la presenza del denaro è garantita: i blockchain registrano le transazioni, i portafogli di ogni utente della rete registrano a loro volta i bilanci e le transazioni da eseguire vengono confermate solamente quando i dati presenti nei portafogli e quelli presenti nel blockchain coincidono.

Metti i soldi, ottieni Bitcoin. Semplice.

Il fatto sbalorditivo è che Credits, la startup di Williamson, è apertamente supportata dal governo dell'Isola di Man. Tutto ciò non fa che rafforzare la posizione favorevole nei confronti delle criptovalute dell'Isola, che ha recentemente introdotto delle chiare regolamentazioni per i Bitcoin, legittimandone di fatto il mercato. Se il Tynwald, il corpo governativo dell'Isola, dovesse arrivare a sfruttare in prima persona Credits si genererebbe un unicum senza precedenti, ovvero quello di un governo che sfrutta la tecnologia blockchain per gestire dei registri di transazione. Un passo gigantesco per la credibilità delle criptovalute in generale.

C'è chi si chiede se tutto ciò non vada a scontrarsi coi principi del Bitcoin, che prevedono una valuta libera da qualsivoglia tipo di controllo esterno e che possa auto-sostentare la propria sicurezza grazie ai blockchain, ma molti sono d'accordo nell'affermare che sia necessario passare dalle regolamentazioni governative e dai servizi come Credits per garantire una costante crescita della fiducia nel servizio da parte di chi lo utilizza.

Nel frattempo, in Italia, siamo fermi ad un misero incontro parlamentare ormai datato 2014.