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Internet sta fagocitando i centri commerciali americani

I centri commerciali sono morti, lunga vita ai centri commerciali.
15.12.14

Il consumatore è l'eroe della modernità e il centro di essa, l'incarnazione dei nostri valori liberali moderni di indipendenza e libertà di scelta. E abbiamo elaborato per questa figura un tempio consono; e ne abbiamo costruito migliaia di questi santuari durante il periodo del loro massimo splendore. Abbiamo costruito i centri commerciali.

Ma il loro periodo di gloria si è estinto: recentemente il Wall Street Journal ha riportato che i centri commerciali americani stanno dando in affitto i loro spazi ai data center. Lo shopping online e i negozi con punti vendita reali, secondo l'opinione pubblica, sono impegnati da qualche tempo in uno scontro mortale senza esclusione di colpi, e la notizia del Wall Street Journal appare come una sorta di giusta resa dei conti.

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Se i centri commerciali stanno morendo, allora internet sta sbranando i decadenti e mastodontici cadaveri del vecchio consumo, quelli che una volta erano spazi fisicamente brulicanti di persone.

LA VELOCITA' CON CUI CONSUMIAMO HA SUPERATO IL MOVIMENTO UMANO

I centri commerciali sono stati costruiti perché le persone vi si muovessero dentro, tra corridoi e ascensori di vetro che collegavano i vari spazi dedicati al consumo. Ora i centri commerciali americani sono diventati zombie, che contengono un ospite virale che rappresenta lo stile di consumo più adatto a questo momento storico: un consumo immediato, incessante e pervasivo.

Randall Park Mall, North Randall, Ohio. Immagine: Eddie S / Flickr

Consideriamo la descrizione del politico teorico Frederic Jameson degli spazi di consumo che vanno dall'Eaton Center di Toronto all'Hotel Bonaventure di Los Angeles, nel suo saggio "Postmodernismo e Società di Consumo" del 1988:

…questo nuovo spazio totalitario corrisponde a una nuova pratica collettiva, una nuova modalità in cui gli individui si muovono e si riuniscono, un nuovo tipo di massa storicamente originale […] la costante occupazione dà la sensazione che il vuoto venga totalmente riempito, cha sia un elemento all'interno del quale voi stessi siete immersi, senza quella distanza che prima permetteva la percezione della prospettiva o del volume. Ci troviamo all'interno di un iperspazio visivo e fisico.

Il sociologo Zygmunt Bauman ha scritto nel suo libro Consumo, dunque sono che il consumo moderno è caratterizzato da un desiderio di fluidità e mobilità. La circolazione delle merci, la produzione dei rifiuti, il costante afflusso di novità, tutto ciò è intimamente legata alla concezione che ora abbiamo del tempo, spesso frammentato da rapporti fugaci e prospettive incerte.

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"La vita del consumatore, la vita votata al consumo, non riguarda l'acquistare e il possedere," scrive. "Non si tratta nemmeno di sbarazzarsi di ciò che è stato acquistato l'altro ieri con orgoglio, per poi sfoggiarlo il giorno dopo. Riguarda invece, prima di tutto, l'essere in costante movimento."

Il centro commerciale sembra il luogo perfetto per dare sfogo a questi impulsi. E per un certo periodo è stato così. Ma sono passati decenni da quando il centro commerciale era il luogo centrale dell'ideologia consumistica, della critica e dello shopping in sé. Che cosa dobbiamo farcene di questa splendida inversione? Il passato di questo cruciale spazio di movimento e di consumo è diventato silenzioso e sta per essere appropriato dal nuovo tipo di consumo, completamente inanimato e in costante movimento.

La vivida metafora delle code infinite nei centri commerciali, ora riempiti con la vita astratta di un nuovo tipo di consumo―i data center―è sufficiente per azzardare un'ipotesi: i centri commerciali sono troppo lenti.

Mall a Long Island, NY. Immagine: Jtalledo / Wikipedia

L'ultima evoluzione del capitalismo è caratterizzata da velocità e liquidità, un'idea che è stata posta da Bauman, e da filosofi come Paul Virilio, che ha scritto un'eccellente analisi della velocità e della filosofia, e John Tomlinson. Tomlinson, nel suo libro The Culture of Speed, parla dell'era del consumo digitalizzato come l'epoca del "capitalismo veloce". I cicli di consumo sono accelerati, così come il ritmo della vita dell'era digitale.

Se questo è vero, allora non esiste un'analogia migliore per il capitalismo veloce che quella della trasformazione dei centri commerciali in data center. La velocità con cui consumiamo―e con cui dobbiamo consumare, perché internet ci permette e ci costringe a fare acquisti con maggiore frequenza (gli annunci sono ovunque e qualsiasi cosa è un annuncio)―ha superato il movimento umano.

Chi ha tempo per caricare i figli in macchina, guidare fino al centro commercial e spendere tutte quelle ore preziose? Quel vecchio tipo di consumo è un lusso che non possiamo più permetterci nella moneta di scambio capitale: il tempo.

Se, come hanno scritto Karl Marx e Frederick Engels con un senso di preveggenza nel "Manifesto del Partito Comunista", "tutto ciò che è solido si scioglie nell'aria", abbiamo imparato che alcune pratiche si sciolgono, altre si fossilizzano. Dal momento che lo shopping è stato trasferito nel regno etereo dei dati e degli spazi virtuali, della sua spina dorsale fisica rimangono i resto abbandonato nel regno in cui in passato viveva. Come i molluschi si stabiliscono sullo scheletro di una balena sul fondo dell'oceano.

I centri commerciali sono morti, lunga vita ai centri commerciali.