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Il bizzarro mondo dei cosplay è diventato mainstream

Finalmente siamo a nostro agio con il fatto che la nostra presenza online è sempre stata un po' finta.
21.7.14
Agent Rosalie, 26,  è un personaggio nel mondo del gioco di ruolo “Working for the FBI”. Immagine: Roleplay Gateway

Su Internet nessuno sa che sei un cane. A meno che tu non dica di essere un cane. O un vampiro. O un lupo mannaro. O un wrestler professionista degli anni '90.

Il profilo falso sui social media è un classico, ma ultimamente si sta evolvendo. Mantenere un'identità online fittizia è diventato uno stile di vita, una conquista sociale, un atto di finzione cooperativa. L'universo dei giochi di ruolo è emigrato dalle periferie della rete fino ad arrivare a Facebook, dove coesiste parallelo alla dimensione della realtà. E più i giochi di ruolo si avvicinano al mainstream, più viene da chiedersi quanto “reale” sia ciascuno di noi nella nostra vita quotidiana online.

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In questi mesi sono successe molte cose interessanti a proposito delle identità online. Il fatto più recente è il ritiro del ban sui profili falsi da parte di Google Plus dopo tre anni di fermo rifiuto (questo sarebbe un grande passo per la privacy online, se qualcuno ancora usasse Google Plus). Joanie Faircloth, la donna che usava post di Tumblr e commenti su XOJane per accusare il musicista Conor Oberst di stupro, ha ritrattato le sue accuse dopo mesi, ammettendo di aver inventato tutto. E Gilberto Valle, il ”cannibal cop” è stato rilasciato dopo che erano cadute le accuse per aver pianificato online di aver ucciso e mangiato alcune donne. Esaminando i messaggi raccolti sui profili fetish di Valle, il giudice ha reputato i suoi piani nient'altro che un gioco di ruolo.

Facebook è diventato fulcro di tantissime community di giochi di ruolo, una per ogni possibile fandom.

La questione di cosa online sia “reale” o meno è in effetti poco chiara. Da qualche parte, tra i cupcake instagrammati che nella realtà nessuno mangia, i sospetti bambini virali e i domatori di tigri su Tinder, i confini tra la verità e la finzione si sono fatti sempre meno chiari. I social media si fondano sulle auto-illusioni. Anche Facebook, con il suo regime di Like, ci incoraggia a mostrare solo gli aspetti positivi della vita: i tramonti, le cene al ristorante, le uscite di gruppo. Il fatto è che su Internet siamo più o meno tutti dei bugiardi: chiunque abbia provato un sito d'incontri lo sa. Ora ci troviamo in un bizzarro momento culturale: tutti questi giochi di fantasia sono diventati mainstream. Facebook è diventato la base di tantissime community di giochi di ruolo, una per ogni possibile fandom.

I giochi di ruolo come li intendiamo oggi risalgono agli anni '70, ma i social media permettono a queste finzioni di gruppo di evolversi rapidamente e di andare incontro alle esigenze di ogni nicchia. Tuttavia, Facebook è notorialmente severo con i nomi falsi—chiede anche agli utenti di denunciare gli amici che li usano—e questo non è il massimo per i role-player. Si è anche creata una divisione tra coloro che giocano interpretando se stessi e coloro che usano degli pseudonimi di giochi di ruolo controversi come “Manicomi”, “Mercato degli schiavi” e qualsiasi  cosa riguardi i lupi (le community “wolfplay” sono la bestia nera del mondo dei giochi di ruolo, con il loro linguaggio “wolfspeak”, attirandosi molte critiche, spesso esilaranti).

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Complessivamente, i giocatori sono contenti di combinare il gioco di ruolo con i loro profili personali. Le opinioni convergono sul fatto che la maggior parte di questi giocatori sono molto giovani, probabilmente preadolescenti. Essendo una generazione che ha imparato a scrivere fanfiction prima di imparare a twittare, ha senso che vedano Facebook come luogo di sfogo creativo. I giochi in cui sono coinvolti—dalle riunioni di lupi mannari) alle guerre di mafia basate su Sherlock Holmes sono uno sfogo per tutte le stronzate, i drammi e i processi machiavellici di auto-sviluppo che altrimenti sfocerebbero nel cyberbullismo.

Immagine: Screenshot di Sherlock Mafia RP

Sono cresciuti con un concetto molto diverso di “me IRL)” (“me in real life”): il mondo di Internet è terreno fertile per la costruzione di un'identità. I giochi di ruolo fantasy, anti-selfie definitivi, aiutano i giocatori a sentirsi a proprio agio nella vita reale, come una preparazione al il giorno in cui giocheranno nel ruolo di se stessi.

Il tempo e l'attenzione che il giocatore medio mette nella costruzione del proprio personaggio farebbe vergognare il possessore di Tamagotchi degli anni '90. La reputazione e le relazioni vengono plasmate nelle chat individuali che vengono tenute oltre gli eventi più estesi della pagina del gruppo. In quest'ambiente trovare un partner è fondamentale, e coloro che non lo trovano devono ricorrere all'ultima spiaggia delle pagine per single.

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Nel mondo del gaming il gioco di ruolo è considerato tra i più rispettosi delle donne, visto che i generi possono essere sovvertiti (e Sherlock può essere in dolce attesa del bambino di Watson). C'è qualcosa di benevolo nei giochi di ruolo: i temi vanno dai gruppi di K-pop alle serie come Glee e Pretty Little Liars (avete presente i "balli della scuola cosplay"? Si basano su vecchie serie TV, riscrivono i finali non soddisfacenti e ridanno vita ai fandom a lungo dimenticati.)

A volte sembra che i giocatori di ruolo si nascondano dietro una fitta rete di abbreviazioni per proteggersi dallo scetticismo del grande pubblico. Nelle community dei giochi di ruolo non c'è coerenza interna, non esistono due spiegazioni uguali sul funzionamento del gioco. Per compensare i conflitti, questo mondo senza regole si auto controlla: ogni pagina indica uno specifico limite di età e un proprio codice linguistico.

La formattazione e la digitazione corretta delle parole ha lo stesso valore del conto delle parole richiesto dalle community di giochi di ruolo “colte” (“Le vostre frasi d'apertura e le risposte DEVONO essere lunghe almeno cinque frasi” stabilisce il gruppo “Literate Roleplay!☆彡”). I post sono elaborati in quel delicato modo tipico di Internet: i giocatori includono gli accenti, i tic vocali, e addirittura i versi animali. La cosiddetta “quarta parete” viene spesso sfonfata con messaggi messi tra parentesi, che educatamente chiedono il permesso di partecipare.

I role-player disapprovano il “god-modding”, quando un giocatore elabora un personaggio invincibile che è noiosamente immune a qualsiasi attacco. Un'altra lamentela diffusa è l'impossibilità di finire un gioco: i giocatori ci rinunciano, la vita riprende il suo corso e la community si riduce. Lo stesso accade ai blog, in cui l'autore si scusa per essere “molto occupato” e poi scompare dopo qualche post. Insomma, Facebook è infestato da community che si basano sul nulla, piene di “consigli” non ascoltati e avvisi amari sul fatto che l'amministratore della pagina stia pensando di lasciar perdere.

Roleplay Gateway, un sito che sostiene di avere 50.000 utenti, ha pubblicato un elenco dei giochi di ruolo più popolari. Quelli più diffusi non sono sempre quelli più prevedibili: le trame di Harry Potter vanno molto, come i giochi di ruolo di Skyrim e di Hunger Games, e varie armate di vampiri e lupi mannari di Twilight. Uno dei temi che più sorprende è il wrestling WWE, un mondo di esagerazioni fine a se stesso che viene descritto in questo post di Reddit (aspettatevi matrimoni poligami con le star del WWE, faide famigliari e l'arresto di un certo “Nitro”).

Per quanto possa sembrare eccentrico, per quelli che lo costituiscono il mondo dei giochi di ruolo diventa naturale. E va contro tutto ciò che Facebook vorrebbe da noi—un servizio che riesce addirittura a raccogliere i dati dei profili ombra di persone che non sono neanche iscritte al social network. Fa una sua piccola parte nel fermare il lento, funesto piattume incoraggiato dal social media, lasciando i nostri alter ego in una condizione di disordine oltre i limiti.

Fa sorgere così una nuova era di catfishing consensuale, in cui finalmente siamo a nostro agio con il fatto che la nostra presenza online è sempre stata un po' finta.