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La narrativa di fantascienza del MIT dipinge un domani luminoso

TwelveTomorrows è una sorta di compendio simbolico del significato di tutti gli altri numeri della MIT Technology Review.
Immagine: Twelve Tomorrows 

Ogni anno il MIT Technology Review pubblica Twelve Tomorrows, un numero speciale della rivista dedicato alla fantascienza. Per coloro a cui interessa, TwelveTomorrows oltre a essere qualcosa di molto atteso, costituisce una sorta di compendio simbolico del significato di tutti gli altri numeri della rivista.

L'edizione di quest'anno è curata da Bruce Sterling, che ha scritto la prefazione della raccolta di racconti, interviste e articoli, secondo il quale se il MIT Technology Review nella sua normale incarnazione fornisce quel tipo di materiale speculativo di cui gli scrittori di fantascienza fanno tesoro (e da cui a volte copiano), il numero sulla fantascienza è dedicato a rendere comprensibile il contesto più esteso da cui queste tecnologie che emergono

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Non ci sono piogge laser o inquietanti androidi hollywoodiani: i "dodici domani", come afferma Sterling, parlano delle tecnologie veramente importanti che "fanno entrare nel panico Wall Street e cambiano gli equilibri di potere del mondo." Sono, in breve, racconti degni di essere recensiti.

È significativo che Sterling, nella prefazione, faccia i nomi di Anthony Dunne e Fiona Raby, un duo di Londra che usa il design, piuttosto che il linguaggio, per elaborare racconti sulle implicazioni delle nuove tecnologie. Ad esempio uno dei più famosi progetti di Dunne & Raby, Designs for an Overpopulated Planet: Foragers, propone degli strumenti speculativi, come indumenti digeribili e apparati digestivi migliorati, che potrebbero permettere agli umani, a fronte di una condizione di scarsità di cibo, di cibarsi di rami, alghe e altri materiali prima non commestibili. Questi strumenti, evoluzioni futuristiche e minimali dei tritacarne e dei tritatutto delle nostre cucine, parlano di uno dei futuri possibili.

Di base la fantascienza ha questo scopo, ovvero illustrare una possibile dimensione futura, e Twelve Tomorrows è una delle poche antologie contemporanee di fantascienza che persegue questo fine in modo così esplicito. Allegato a una pubblicazione in prima linea nel mondo in fatto di tecnologia e sostenuta dal MIT—l'istituto di tecnologia più influente del mondo—l'antologia è talmente autoriflessiva che alcuni dei racconti in essa contenuti come Petard: A Tale of Just Deserts di Cory Doctorow e Persona di Joel Garrau si svolgono dentro o intorno alle aule del MIT stesso. È come un uroboro che si morde la coda e che suggerisce l'affascinante idea di un club di rivoluzionari pensatori e futuristi.

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I racconti sembrano assorbire in sé il presente e rilanciarne realistiche estrapolazioni tecnologiche a breve termine: Pat Cadigan, ad esempio, racconta di un Internet delle Cose popolato da infusori per insulina nevrotici e frigoriferi intelligenti che non riescono a capire perché i loro proprietari umani continuino a mangiare anche dopo che sono sazi.

È QUESTO CHE LA MIGLIORE FANTASCIENZA RENDE POSSIBILE: UN DOMANI NUOVO E LUMINOSO

Lauren Beukes immagina delle Olimpiadi per atleti elaborati dalla bioingegneria, macchinari di carne tenuti assieme dal Velcroskin che gareggiano sotto il sole torrido di Karachi. Questi racconti sono tanto ricchi, intelligenti e originali quanto le innovazioni che potremmo vedere entro quindici anni sul MIT Technology Review. O prima, se questi ragazzi ce la fanno.

Sterling stesso è al top della forma, sia come editor che come contributor. Con la sua strana e tortuosa storia d'amore, The Various Mansios of the Universe, è al suo meglio: la sua è una spiritosa, astuta e spesso derisoria critica che commemora meravigliosamente la decomposizione del mondo dell'Antropocene nascosta dietro le porte delle esposizioni di nuove tecnologie.

La storia ha luogo nel futuro elaborato dalla visione bicamerale di Sterling dove tutte le cose sono o "Gothic High-Tech" o "Favela Chic". Nel precedente racconto le brillanti innovazioni tecnologiche mascheravano le inquietanti radici di un passato analogo; le ultime strutture emergenti ma mal progettate, come le favela, sono gli ultimi rappresentanti di una falsa libertà dalla materialità. I suoi personaggi si aggirano in un mondo barocco di rovine high-concept, parlando di filosofia (e io vorrei essere lì con loro).

Il contributo di William Gibson, un lungo estratto dal suo romanzo prossimo alla pubblicazione, The Peripheral, non è meno sublime. Non sono qui per fare spoiler, ma la questione che Gibson considera è nodale: una donna dello spettacolo, famosa per essere famosa, fa paracadutismo sull'isola di rifiuti del Pacifico, un vortice di immondizia che è diventato dimora di una colonia di mutanti, per promuovere un prodotto. È un insieme di osservazioni sulla cultura pop, sulla tecnologia e sull'ambito socio-politico—in parte una Kardashian trincea, in parte Felix Baumgartner con una GoPro attaccata alla testa—così astutamente distillate da procurare dei brividi di angoscia futurista.

Come nella migliore tradizione da vecchia scuola delle riviste di fantascienza, Twelve Tomorrows include anche delle interviste (con Gene Wolfe), una recensione del critico Peter Swirski, del sottovalutato scrittore sovietico Stanislaw Lem, e una ampia parte dedicata all'arte di John Schoenherr, famoso per le sue illustrazioni del mondo di Dune.

TwelveTomorrows è un oggetto sempre più raro nella ottava fase post-Comi Con della fantascienza (o in qualsiasi fase si trovi): è un'indagine esaustiva, che prende sul serio i suoi lettori, che celebra e critica, in egual misura, il futuro che inventa.

Non che sceglierei necessariamente uno di questi dodici domani. Fortunatamente, adesso che sono stati puntati i riflettori su tutti loro, probabilmente non dovrò farlo. Potrò scegliere il mio di futuro. Ed è questo che fa la fantascienza nelle sue forme migliori: rende possibile un nuovo e luminoso domani. Non il futuro che già conosciamo, ma quello che ancora non è stato scritto.