A12N4: Il decimo annuale di narrativa

Negoziazione al serraglio

"Perché devo morire in questo posto senza aver rivisto mia moglie, mia figlia e la mia casa?"

di RABEE JABER
13 gennaio 2017, 7:06am

Tutte le foto di Benedetta Ristori.

Questo brano è tratto dal nostro numero annuale dedicato alla narrativa.

Montenegro (1872)

"Mi sveglia un boato, la terra che trema. Dove sono? Nella prigione in Erzegovina oppure nella cittadella di Belgrado? Le catene mi impediscono di alzarmi in piedi ma tendo il collo e, senza rendermene conto, per poco non mi metto a gridare come facevo tanti anni fa nel mio lontano paese: 'Uova, uova, uova sode'. Sento correre, sento urlare, e poi, sopra di me—in superficie—un terrificante tonfo di passi, come di gigantesche belve mitologiche che prima corrono e poi crollano, morte. Un orrendo muggito satura l'aria mentre il puzzo di carne bruciata mi riempie il naso. Il terrore mi si conficca nel cervello neanche fosse una spada. Un sudore di ghiaccio mi inzuppa. Sono impietrito come capita durante un incubo—com'è stato nell'attimo che ha preceduto il crepitare delle fucilate quando Qassim e i suoi fratelli si sono abbattuti sulla sabbia pregna d'acqua—e capisco che potrei non uscire mai più di qui. Perché devo morire in questo posto senza aver rivisto mia moglie, mia figlia e la mia casa? Ero andato a vendere le uova di buon'ora, prima ancora che da dietro il monte Sannin spuntasse il sole. È successo dieci, undici, dodici anni fa. Mi cade in testa del terriccio. Era scritto nel mio destino che finissi sepolto vivo in questa terra straniera, che fossi rinchiuso senza colpa? "Dov'è la giustizia? Come può Nostro Signore farmi questo? E Hilena? E la piccolina? Quanto dev'essere cresciuta senza che potessi vederla né sentire la sua voce. Fuoco e fumo. Baccano al di là delle pareti. Grida sopra e sotto di me. Prima non ne ero sicuro ma adesso lo so per certo: ci sono dei prigionieri anche qui sotto, c'è un secondo livello ancora più in basso. "Ho la mente divisa in due. Una metà, terrorizzata, nel buio vede braccia e gambe che cercano inutilmente di liberarsi dalle catene, l'altra metà, tranquilla e indifferente, fugge via, verso lidi lontani perché, se davvero è arrivata la mia ora, allora pretendo di avere davanti agli occhi  i volti di un tempo, i volti che amo, non questi. Mi hanno buttato qui dentro sette mesi fa e in tutto questo tempo non ho fraternizzato con gli altri prigionieri. Mi hanno incatenato a un palo corroso dalla ruggine in un angolo libero, un posto in cui il terreno è in pendenza e, quando piove, l'acqua ristagna. 'Non avrai sete,' mi ha detto sorridendo il carceriere dai capelli rossi prima di andarsene, il grosso mazzo di chiavi che gli sbatacchiava contro il fianco. 'Però avrai fame,' ha aggiunto una voce nel buio, seguita da un coro di risate che parevano urla. Ho sentito digrignare denti, cozzare catene  e, come ogni volta che mi hanno trasferito, non sono più riuscito a controllarmi e me la sono fatta addosso. Ho tirato su la testa senza preoccuparmi degli altri, tanto era buio pesto. Mi aspettavo che parlassero nella lingua dei guardiani di questa zona—una lingua che ho un po' imparato nella cittadella bianca—e invece, via via che mi coprivano di improperi, mi sono reso conto che venivano da posti diversi e ne usavano più d'una. Mi hanno chiesto come mi chiamo, da dove vengo e perché sono stato imprigionato. Ho evitato di rispondere perché la mia voce strozzata non rivelasse che stavo piangendo. All'ora del rancio, la porta si è socchiusa e del cibo è stato versato in una pignatta posata lì accanto. Siccome ero legato nell'angolo più lontano, non ho mangiato.

"Le mie ossa, dentro il loro sacchetto di pelle, sono pesanti. Provo a tirarle su ma non ne ho la forza. Sento un cozzare di corpi, di catene e di teste—ci sono prigionieri legati uno all'altro—e poi un urlo acuto che chiama i guardiani. Il fumo arriva fin qui. Tossisco anch'io, come tutti, e quando qualcuno mi sbatte contro capisco che salvarsi è possibile. Tendo un mano, afferro una gamba, forse un braccio. Il rumore, dentro la cella, è cambiato; anche se il buio è lo stesso, mi accorgo che adesso la porta è aperta. Forse, fuori di qui, è notte. Un arto ossuto mi colpisce in piena faccia, cado all'indietro e sbatto la testa. La bocca e la gola mi si riempiono di sangue esattamente come dodici anni fa nel porto di Beirut. Non so come il mio corpo affamato e spezzato riesca a farlo, però tendo di nuovo gambe e braccia e, con l'istinto di un animale, mi avvinghio a un uomo terrorizzato che sta cercando di fuggire, gli affondo le dita nella carne. Che strano, ho un'erezione. Lui mi colpisce di nuovo ma questa volta uso i denti. Glieli affondo nella carne e nelle ossa, non gli permetterò di lasciarmi qui a morire asfissiato. Le sue chiavi sbatacchiano emanando un odore pungente, dai suoi vestiti mi arriva il profumo del mondo di fuori. Qualcuno mi spinge, cado. Sono morto, lo so. Persino i denti abbandonano le mie gengive malate. Mi cede la testa, il collo non la regge. Dell'acqua putrida mi si insinua nel naso e negli occhi. I vestiti dell'uomo che ha aperto la porta sanno di pane, di zucchero e di mela. Inghiotto il sangue, sollevo la testa. È il profumo di mela a farmelo fare. Senza speranza, apro la bocca e dico: 'Sono Hanna Ya'qub'".

Beirut (1860)

Questa è la storia di Hanna Ya'qub, di sua moglie Hilena Costantin Ya'qub, della loro bambina, Barbara, e delle disgrazie capitate alla famigliola beirutina da quando la la sventura ha voluto che Hanna—un uomo di media statura, abbronzato, con i capelli e gli occhi scuri, di professione venditore di uova sode—si trovasse nel posto sbagliato al momento sbagliato.
In quel periodo, quando Hanna usciva di casa all'alba di ogni giorno, Hilena era sempre inquieta perché in città c'erano molti soldati e molti forestieri. Sulle montagne che proiettano la loro ombra su Beirut si stava combattendo una guerra civile e i drusi, dopo tre settimane di battaglie e di massacri, avevano sbaragliato i cristiani e preso il controllo dell'intero Monte Libano. Il virus della morte aveva contagiato tutti e, passando di bocca in bocca portato dal vento, era arrivato fino a Damasco dove i musulmani, armi in pugno, avevano attaccato e dato alle fiamme il quartiere cristiano. Nelle canalette di scolo al centro dei vicoli il sangue era scorso copioso e quanti erano riusciti a salvare la pelle si erano messi in marcia per Beirut. Erano scesi tra le rocce e tra i rovi come un gregge che fugge dai lupi, avevano costeggiato le mura della città vecchia e poi l'avevano invasa. Erano più dei beirutini, ormai, e Hilena si era molto spaventata, un giorno, accorgendosi che alcuni bambini—bambini diversi da quelli che vedeva da sempre, lunghi come canne di bambù, seminudi, con le ossa sporgenti sottopelle—avevano saltato il muretto del cortile sul retro e si stavano dirigendo verso il pollaio. Si era affacciata e loro erano scappati. L'aveva raccontato al marito, quand'era tornato, a sera, e lui le aveva chiesto quale fosse esattamente il punto che avevano scavalcato. Il mattino dopo non aveva preso il cestino di uova  ed era andato, invece, a procurarsi le pietre per alzare il muretto. Lei lo aveva aiutato mentre Barbara, gattoni sulla soglia, giocava con le farfalle variopinte. Portati dalla brezza, dai giardini arrivavano i profumi della primavera che, quell'anno, però, non erano un granché. Quando poi era andata al mercato per comprare del sale, si era resa conto che tutti i vicoletti coperti, dalla chiesa di Nostra Signora della Luce fino al quartiere ebraico, erano ingombri di sventurate famiglie che dormivano per strada. Molto spaventata, aveva cercato di capire dove poteva posare i piedi. E mentre calpestava un sacco pieno di paglia, dalla terra era spuntata una mano che le aveva afferrato la caviglia. Non si era messa a urlare perché dopo la mano era comparso anche un visino graziosissimo, dall'incarnato chiaro: la stretta si era allentata e una bimba che non poteva avere più di sei anni si era alzata in piedi strofinandosi via il sonno dagli occhi con le manine candide. "Buongiorno," le aveva detto, e dal timbro della voce Hilena aveva capito quant'era affamata.

Hanna era tornato, a sera, fradicio di sudore e, mentre lei gli versava l'acqua perché si potesse lavare, le aveva raccontato che alcune navi da guerra arrivate da Istanbul e da Parigi avevano bloccato il porto e nessuno sapeva cos'altro avrebbero fatto. Lei gli aveva parlato delle donne con l'accento di Damasco che aveva visto accapigliarsi per un cesto di pane  davanti alla moschea al-'Omari. "Che il Signore abbia pietà di loro," aveva commentato Hanna scegliendo di non dirle quanti cestini di uova aveva venduto quel giorno. Lo aveva sempre fatto, prima, ma da quando la città aveva iniziato a brulicare di gente era costretto ad andare a comprare le uova nelle fattorie di Mssaytbeh, di al-Ras e di Ashrafiyeh. Le galline del pollaio dietro casa non bastavano più. Un unico cestino era stato più che sufficiente, prima, tanto che a volte lo riportava mezzo pieno. 

 In quell'ultima, funesta alba, non le aveva dato retta quando gli si era aggrappata al collo chiedendogli di restare a letto. Gli aveva raccontato di aver visto in sogno il cestino che cadeva e le uova che si rompevano. Lui aveva riso come faceva ogni volta che lei storpiava il plurale di uova, e le aveva detto di non preoccuparsi: "Sono uova sode, se si rompono poi è più facile sgusciarle". Diversamente da lei, Hanna, quell'ultima mattina, era sereno, gli si leggeva in faccia il buon umore, e quando con il lungo dito mignolo le aveva scostato una ciocca di capelli dal viso, tra loro era passata un'onda positiva che aveva dissipato le sue apprensioni. E così era uscito di casa, con i suoi due cestini di uova, senza sapere che non sarebbe tornato.

(Negoziazione al Serraglio)

Lo sheykh Ghaffar 'Izz al-Din arrivò in città in groppa a una mula bianca e chiese dov'era la casa di Isma'il Pascia l'Ungherese. Era coperto di polvere e aveva la lingua impastata per la lunga giornata passata sotto il sole. Eppure, ciononostante, gli uomini di guardia davanti alla porta di al-Darkeh provarono soggezione. Dietro la mula bianca, da cui non scese, ne spuntavano altre due, grigie e  più piccole, ammesso e non concesso che non fosse il carico che le appesantiva a farle sembrare più vicine al terreno. Una delle guardie lasciò la sua postazione per precedere a piedi lo sheykh con la barba bianca e il turbante arrotondato, e fendere per lui e le tre mule la folla di persone, asini e mercanzie fino a piazza al-Sur, dove un distaccamento ottomano aveva eretto un accampamento provvisorio. Spossato, lo sheykh Ghaffar 'Izz al-Din, lassù sulla sua mula, barcollava, gli pareva che l'aria gli avesse abbandonato per sempre i polmoni. In vita sua, era sceso a Beirut soltanto due volte: la prima al seguito di una carovana che, venendo dal Hauran e diretta verso la costa per praticare i suoi commerci, aveva fatto tappa da loro, nello Chouf, per presentare le proprie condoglianze in occasione della morte del capo della comunità. E la seconda adesso. Avrebbe saputo dire quanti anni erano passati? Chissà, magari addirittura cinquanta. Ma comunque era un'altra città: case sopra altre case, botteghe contro altre  botteghe, gente addosso ad altra gente. Un baccano spaventoso. Rame sbatacchiato e una moltitudine di bocche che parlavano tutte insieme senza che un singolo orecchio le ascoltasse. La guardia si fermò all'imbocco di una strada in salita. Si deterse il sudore dalla faccia e dalla testa e poi si asciugò le dita scrollandole verso il suolo. Un gesto che lo sheykh trovò ancora più sorprendente di tutto il resto. "Vada a domandare all'entrata del quartier generale, signore," gli disse la guardia accennando con il capo al grande caravanserraglio che incoronava l'altura. Prima di sparire tra la folla, accettò le sue due monete ringraziando e augurandogli ogni bene. Giusto allora risuonò l'appello alla preghiera. La luce del tramonto tingeva le facce di rosso. Davanti alle botteghe dei sarti i tessuti appesi fremevano. Nel suo paesino in cima alla montagna, lo sheykh Ghaffar non aveva mai sentito risuonare l'appello alla preghiera. Mentre saliva verso il caravanserraglio, senza nemmeno rendersene conto mormorò a fior di labbra: "Mio Dio, generoso e misericordioso".

Quel mattino all'alba, mentre caricava le mule assieme alle sue nuore, si era girato a sbirciare Umm 'Ali - sua moglie e sua cugina, che stava sulla soglia di casa, quasi piegata in due, puntellata al battente, - e aveva pensato, con timore, che poteva cadere a faccia in giù. Era arrivato all'età che aveva per perdere i propri figli? Qualcuno dei suoi nipoti stava dormendo, altri erano già svegli, ma persino i più piccoli avevano capito che quel giorno non era il caso di correre, saltare o gridare. Mentre stava fissando con le corde le due giare, sua figlia Bahiya gli si era avvicinata per aiutarlo. Più forte di un uomo, grande e grossa, una volta finito di assicurare il carico aveva dato due pacchette sul dorso della mula e pronunciato qualche parola. Lui non aveva sentito cosa gli stava chiedendo per via dei singhiozzi delle nuore, singulti trattenuti che, improvvisi, erompevano da dentro e poi tornavano giù come fa la saliva. Per andargli vicino, Bahiya aveva girato intorno alla mula che masticava orzo. Gli aveva baciato le mani e, quando lui l'aveva stretta a sé, anche la spalla. Non aveva pianto. Le lacrime le si erano essiccate il giorno in cui era rimasta vedova. Non era più stata lei, dopo la battaglia di 'Ain Dara. Quando si era raddrizzata e lui aveva potuto vederla in viso, gli aveva fatto pena; avrebbe voluto dirle qualche bella parola ma non ci era riuscito: era così magra, così secca, così  irrigidita. Aveva distolto lo sguardo e la più giovane delle sue nuore, la moglie di Suleiman, gli era venuta in soccorso buttandoglisi tra le braccia. Era la sua preferita, l'amava più di una figlia e quando era malato mangiava solo se era lei a imboccarlo. Il collo bruno della ragazza esalava un profumo caldo e zuccherino che gli riempì il naso. Lei lo aveva abbracciato augurandogli buon viaggio, poi si erano fatte avanti le altre e, anche, i bambini. Stavano in fila, come soldati, davanti alla mastaba di pietra che correva lungo il muro di casa. In quel momento, era stato sul punto di rinunciare al suo progetto, rientrare in casa e rimettersi, esausto, a dormire. E invece aveva sospirato e, rivolgendosi a Umm 'Ali, le aveva detto: "Prega per i ragazzi, Umm 'Ali, prega che ritornino assieme a me. Dio apprezza le preghiere delle madri". Poi era montato sulla mula e, dall'alto, si era rivolto a  Bahiya: "Prega perché tuo padre abbia successo, Bahiya, prega per me". Sapeva che era nervosa perché  non approvava la sua idea di andare da Isma'il Pascia. Il giorno prima, quando l'aveva scoperto, aveva alzato la voce: Come puoi umiliarci in questo modo!, aveva gridato. E quando lui l'aveva zittita con un gesto brusco della mano, si era girata quasi che lui volesse picchiarla. Erano fatti della stessa pasta, loro due, ma lei non se ne rendeva conto. Quella mattina, però, mentre lui si allontanava in groppa alla mula bianca, Bahiya aveva capito che se faceva quel faceva era per Umm 'Ali.

Al finire della notte, l'aria di montagna era fredda persino in estate. Sulla strada che scendeva verso il fiume, il mantello stretto attorno al corpo,  si era messo a pregare. Più tardi, al sorgere del sole, una delle mule era inciampata e sheykh Ghaffar aveva sentito distintamente che, nel paniere, si era rotto un uovo. Una volta smontato dalla mula per andare a buttarlo tra le rocce che costeggiano il fiume, gli era tornata in mente Umm 'Ali; una Umm 'Ali molto più giovane, che rideva sostenendo che un uovo rotto è di buon augurio.

Traduzione di Elisabetta Bartuli. Tratto dal libro I drusi di BelgradoSu licenza di Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano.

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