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reportage

Guidare un autobus a Ciudad Juárez non è affatto un mestiere tranquillo

Anche un lavoro relativamente tranquillo diventa infernale, se lo fai nella capitale del narcotraffico, e sei una donna.
2.4.12

La fermata centrale degli autobus di Ciudad Juárez, nello stato messicano di Chihuaha, si trova in un angolo sudicio e rumoroso. È punto di ritrovo per fannulloni e viaggiatori, ma soprattutto per le dozzine di uomini che lavorano come autisti, venditori ambulanti e controllori e che passano la maggior parte del loro tempo a urlare. È da qui che ho iniziato a cercare Lety, l’unica autista donna della zona. La sua tratta attraversa alcune delle zone più pericolose della città.

Dopo aver aspettato per circa un’ora, l’ho vista arrivare sul suo autobus con le tende rosse e la Vergine di Guadalupe che le ballonzolava sulla testa. Portava pantaloni stretti e una coda di cavallo, e mentre trasportava i suoi passeggeri come una campionessa incuteva anche un certo timore. Le ho detto che desideravo conoscerla, e che il suo lavoro aveva per me un che di eroico. Si è messa a ridere e mi ha detto: “Allora sali. Vuoi conoscermi o no? Ci aspetta un lungo viaggio.”

Ha condotto il suo autobus in posti come Lomas de Poleo, in cui nel marzo del 1996 sono stati scoperti i cadaveri di sette donne, uccise, stuprate e torturate. Questo avvenimento, insieme ad altri ritrovamenti di donne assassinate a Lote Bravo e altri casi di sparizioni, ha colpito moti, dando impulso a una serie di indagini e di richieste da parte delle organizzazioni per i diritti umani e della stessa società. Nel corso degli anni, il numero di femminicidi commessi in questa città di confine è aumentato, e la risposta del governo è stata, nel migliore dei casi, insufficiente. Nel 2009, con una decisione storica, la Corte Interamericana dei Diritti Umani ha riconosciuto lo stato messicano come responsabile del caso “Campo Algodonero” (“Piantagione di cotone”) in cui tre donne furono assassinate. Sfortunatamente, sono solo tre le morti rivendicate tra le oltre 450 registrate dal 1993 al 2009. Secondo il quotidiano locale El Diario, tra il gennaio del 2009 e l’agosto del 2011 sono stati registrati altri 609 casi, che hanno portando Ciudad Juárez al primo posto delle città con il più alto numero di omicidi femminili del Paese. Il lato peggiore di questa tragica situazione è che il numero diventa irrisorio se confrontato con le 12 000 persone—secondo un calcolo del settimanale Zeta riferito al periodo del governo di Felipe Calderón—assassinate nello stato di Chihuaha a causa delle guerre per il traffico di droga.

Alla luce di questi avvenimenti, Lety ed io abbiamo cominciato i nostri giri per Ciudad Juárez, accompagnate dalle note di Jenny Rivera. Tra i passeggeri che sono saliti sul bus e un ubriacone che si rifiutava di scendere facendo arrabbiare Lety, abbiamo attraversato Frontera Baja, Sarabia e altri quartieri. Mentre guardavo fuori dal parabrezza polveroso, davanti ai miei occhi regnavano desolazione e abbandono. Era impossibile non pensare alla morte. Quel giorno abbiamo finito tardi e Lety mi ha invitato a casa sua per cena, offrendosi di ospitarmi per la notte. Nei nostri viaggi sul suo autobus e durante il tempo che ho passato a casa sua, ho scattato qualche foto e ascoltato le storie che Lety aveva da raccontarmi. VICE: Come sei diventata un’autista di autobus?
Lety: Era un periodo in cui il lavoro scarseggiava e ci si guardava disperatamente in giro per trovarne uno. Allora uno dei miei cognati (un camionista), mi ha detto: “Salta su, ti insegno io.” Dal momento che avevo una bambina nata prematura—e sai, si è disposti a tutto per i figli—ho detto: “Va bene.” Nel giro di due giorni ho imparato e mi hanno permesso di lavorare. Come sono stati i primi giorni? Come ti hanno trattata gli altri autisti maschi?
Hanno cominciato a rompermi le scatole, a insultarmi e a darmi della lesbica. Volevano che mi licenziassero, ma non ero affatto disposta ad andarmene. Sono una di quelle persone testarde che non si arrendono finché non ottengono quello che vogliono, trovo sempre un modo per insistere. Come ti sei guadagnata il loro rispetto?
Ho solo dovuto tenergli testa per un po’. Uno di loro ha cominciato a spettegolare su di me per mettermi contro il capo, quindi sono andata da lui e l’ho affrontato. Gli ho detto: “Hai qualche problema con me? Se hai qualcosa da dire, dimmelo in faccia.” Sono stata molto coraggiosa, gli ho dato un bello smacco. E questo ha risolto tutto; da quel momento in poi hanno cominciato tutti a rispettarmi.

Cosa fai nei tuoi giorni liberi?
Mi riposo quando guido, ma qui a casa non posso. Quando sono a casa passo il tempo a cucinare e pulire. Da autista donna, di cosa hai più paura?
In questo periodo ci sono stati moltissimi incidenti a La Mina. Molte persone passano per quella zona, e io la temo particolarmente. Uno degli autisti ha preso in pieno una signora e l’ha uccisa, e adesso se la prendono tutti con noi. Com’è cambiata ai tuoi occhi la città negli ultimi anni?
Una volta ho avuto a che fare con alcuni ragazzi in una macchina vicino al mio bus che gridavano a due passeggere di scendere. Ho pensato: “Se posso salvarle, allora…” quindi ho corso il rischio. Ho chiamato la polizia con la radio, perché le ragazze mi stavano pregando in lacrime, dicevano: “Per favore, non lasciare che ci facciano scendere dall’autobus!” Con tutte le sparizioni e le vicende che stavano accadendo, ho pensato che probabilmente volessero rapirle. Lungo la tua tratta attraversi alcuni dei quartieri più pericolosi. Cosa vedi in queste zone?
Li ho visti portare via con la forza ragazzine. Le portavano nelle loro macchine, coprivano le loro teste con giacche e borse e le portavano via. Li ho visti uccidere… Un giorno mentre mi avvicinavo alla chiesa di Santa Cecilia, alcuni ragazzi hanno accostato e alla fine hanno ucciso il passeggero che era sceso dal mio bus. Era con un altro passeggero, che ha tentato di scappare ma si è beccato comunque una pallottola. Me ne sono andata senza pensarci due volte. Quando succedono cose come questa, l’unica cosa che devi fare è andartene. Quando mi sono imbattuta in una sparatoria tra alcuni agenti e killer a Las Moras, non ho pensato alla mia vita, ma a quella dei miei passeggeri. Mentre mi avvicinavo alla Chiripa [una rotonda nella zona nord-occidentale di Ciudad Juárez], mi hanno detto di accostarmi a un lato della strada perché c’era una sparatoria in corso. Ho detto: “Ok, vado per di qui, sul fianco della collina.” Ma mentre guidavo verso la collina ci siamo imbattuti in un’altra sparatoria appena dopo Las Moras, e gli agenti hanno cominciato a farsi scudo con l’autobus. Si stavano riparando; se acceleravo, loro ci seguivano. Si sentivano spari in tutte le direzioni. Quale pensi sia l’aspetto più pericoloso di Ciudad Juárez?
La cosa che mi spaventa di più è il nostro rapporto con la polizia, perché a volte ti trovi ad essere dalla parte sbagliata.

Mi hai detto che una volta un poliziotto ti ha aggredita, a casa tua…
Una volta, sì, stavamo dormendo. Penso che avessero sparato ad alcuni agenti e la polizia avesse iniziato a passare al setaccio la zona sulla riva del fiume. Stavamo dormendo e la polizia è arrivata, ha buttato giù la porta, ha fatto irruzione in casa e ci ha puntato i fucili alla testa. Ci hanno urlato di svegliarci perché stavano cercando alcuni killer. Hanno devastato la casa, rubato il telefono di mia figlia, i nostri soldi e tutto quello che poteva entrare nelle loro borse. Se ne sono andati con quel poco che avevamo. Che ne pensi della qualità della sorveglianza durante i tuoi viaggi?
Ne ho viste talmente tante che non so nemmeno più di chi fidarmi. Ad esempio, sono stata assalita da alcuni ragazzini, e prima da alcuni agenti che in teoria avrebbero dovuto proteggerci. Siccome facevo il turno di notte, hanno detto che trasportavo droga. Gli ho chiesto il perché—ovviamente sapevo che non ne trasportavo. Non bevo e non fumo, non mi sono mai concessa nessun vizio. Perché dire una cosa del genere? Ma loro dicevano che era così, che trasportavo droga. Ogni giorno pulisco l'autobus da cima a fondo, in modo da non dargli il minimo pretesto per potermi accusare di trasportare droga.