Abbiamo chiesto a un esperto se in Italia avremo mai il reddito minimo

Negli ultimi tempi in Italia si è tornati a parlare di reddito minimo garantito, una misura che esiste già da diverso tempo nei paesi europei più avanzati. Abbiamo chiesto a un esperto le ragioni di questa anomalia italiana.

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15 giugno 2015, 8:38am

Manifestazione dei movimenti per il diritto alla casa a Roma, novembre 2013. Foto di Niccolò Berretta.

In questi ultimi tempi, soprattutto alla luce dell'aumento della povertà relativa e assoluta e di dati non proprio esaltanti su economia e mercato del lavoro, nel dibattito politico italiano è tornata ad affacciarsi la questione del reddito minimo garantito, considerato da più parti come una misura adatta a contrastare le diseguaglianze sociali e dare sostegno a chi è senza lavoro o chi, pur lavorando, non riesce ad arrivare alla fine del mese.

Uno dei partiti politici che ha più investito su questo tema è indubbiamente il MoVimento 5 Stelle. Lo scorso 9 maggio si è tenuta la "Marcia per il reddito di cittadinanza" da Perugia a Assisi, con l'esplicito obiettivo di porre al centro della discussione parlamentare, appunto, il "reddito di cittadinanza", da sempre uno dei punti forti del programma del M5S.

Il M5S non è l'unico partito ad occuparsi del reddito minimo: attualmente, infatti, in Parlamento giacciono diversi disegni di legge presentati da Sinistra Ecologia e Libertà (SEL) e da alcuni esponenti del Partito Democratico. La confusione, vuoi anche per gli errori terminologici contenuti nella varie proposte, è tuttavia parecchio elevata.

Il premier Matteo Renzi, principalmente in funzione anti-Grillo, ha mostrato di non essere un grande sostenitore di questo tipo di sostegno al reddito. "Il reddito di cittadinanza? È la cosa meno di sinistra che esista," ha dichiarato il premier, aggiungendo che approvarlo "significa negare il principio che l'Italia non è il paese dei furbi" e che la misura sarebbe "anche incostituzionale, perché la nostra Costituzione stabilisce che l'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro."

Come si può vedere, la questione del reddito minimo in Italia—o meglio: l'assenza del reddito minimo—è piuttosto travagliata, e negli scorsi vent'anni qualsiasi provvedimento legislativo volto a introdurre misure di welfare di questo tipo è naufragata miseramente. Sotto questo punto di vista, dunque, l'Italia rimane una grande anomalia a livello europeo, visto che in tutti i paesi più avanzati dell'UE sono contemplate forme di sostegno al reddito.

Tra i vari saggi dedicati all'argomento, uno dei più interessanti è Contro la miseria. Viaggio nell'Europa del nuovo welfare di Giovanni Perazzoli. L'autore mi è sembrato la persona più adatta per spiegarmi le ragioni di questa anomalia, e per capire se potrà mai esistere in Italia un reddito minimo garantito o un reddito di cittadinanza, e dunque ho deciso di fargli qualche domanda.

VICE: Ultimamente in Italia si sta tornando a parlare di forme di sostegno al reddito. Tuttavia, tra reddito di cittadinanza, reddito garantito minimo, sussidi di disoccupazione e altre formule e proposte, c'è una grande confusione in merito. Per iniziare facendo un po' di chiarezza, mi puoi spiegare brevemente la differenza tra le varie definizioni?
Giovanni Perazzoli: Intanto, bisogna considerare una cosa: in Italia non c'è un vero welfare per la disoccupazione: è chiaro dunque che è difficile dare un nome a qualcosa che non c'è e non si conosce.

Detto questo, per "reddito minimo garantito" s'intende, in linea di massima, la garanzia di un reddito minimo per i disoccupati: dunque per tutte le persone in età da lavoro, da 16 o 18 anni fino all'età della pensione. Poi si possono considerare dei criteri di carattere economico: se il disoccupato è ricco, ad esempio, negli attuali sistemi europei, non può accedere al sussidio. Tuttavia, le soglie per accedere ai sussidi non sono molto alte.

Per "reddito di cittadinanza" si potrebbe intendere, invece, un reddito a cui si ha diritto sulla base della semplice cittadinanza, dunque garantito a tutti: ricchi, poveri, disoccupati, occupati. In generale questa forma di welfare, soprattutto in Europa, va sotto il nome di basic income. C'è un movimento molto forte ed esteso, il BIEN ( Basic Income Earth Network), che vorrebbe superare gli attuali sistemi di reddito minimo garantito in una forma di basic income. I sussidi di disoccupazione, invece, possono essere pensati come forme di reddito minimo garantito, oppure in altro modo.

Però, come vedi, oggi possiamo ancora scambiare le varie denominazioni per dire l'una o l'altra cosa. In generale, gli inglesi parlano di benefit per la disoccupazione, dato che questo tipo di welfare non include solo dei trasferimenti in denaro, ma anche l'affito di un alloggio, gli assegni per i figli, le spese per la casa. In Germania, persino i mobili.

Sempre per inquadrare bene il fenomeno, come e perché nasce il "reddito minimo garantito" in Europa?
Dunque, se vogliamo parlare della nascita del welfare moderno dobbiamo andare all'inglese William Beveridge, che nel 1942, nel suo Report, teorizzò un tipo di welfare nuovo, soprattutto diverso da quello tedesco di Bismarck. La distinzione classica è tra un welfare di tipo corporativo, quello appunto di Bismarck, e un welfare universalistico, quello di William Beveridge.

Nel caso di Bismarck il welfare è solidarietà tra salariati, mentre nel caso invece di Beveridge si ha un welfare universale: dunque tutti i disoccupati, nell'idea originale, avrebbero dovuto aver diritto a un sussidio di disoccupazione illimitato (ovvero limitato solo dalla durata dello stato di disoccupazione), indipendentemente dal loro essere ricchi o poveri. Beveridge era un liberale, ma poi il suo programma fu attuato dai laburisti nel 1948.

Sebbene si ripeta che l'Italia è uno dei pochissimi paesi a non prevedere sostegno al reddito, quello che sembra mancare nel dibattito è il raffronto con gli altri paesi europei. Qual è la situazione di quella che nel libro chiami "l'altra Europa" e che hai avuto modo di vedere sul campo?
È assolutamente vero, in Italia manca un raffronto con gli altri paesi europei. Questo è un fatto sul quale bisognerebbe riflettere. Che non sia poca cosa lo si capisce subito: in quella che io chiamo "l'altra Europa" si sono avute proteste infinite per "restrizioni" che portate in Italia assumono un senso inevitabilmente comico. Non è possibile mettere le cose sullo stesso piano.

La Frankfurter Allgemeine Zeitung , ad esempio, a proposito delle restrizioni imposte dalle riforme Hartz IV in Germania—la riforma del welfare di Schröder—osserva che per un italiano comunque il welfare tedesco appare come il welfare del paese della cuccagna. Insomma, la differenze sono enormi.

Ma la situazione è talmente avvitata su se stessa, che la stessa interpretazione di quello che accade in Europa non viene capita in Italia. Prendi i tagli al welfare: se ne parla continuamente. Ma in concreto, di che cosa si tratta? Se si va a vedere, si scopre che i tagli al welfare e le riforme "lacrime e sangue" sono cose ben diverse da quelle che lasciano all'immaginazione degli italiani.

In molti paesi europei (ad oggi solo la Francia non ha fatto riforme restrittive) si è ritenuto che una parte della disoccupazione potesse essere assorbita rivedendo un welfare che prima era molto generoso ed esteso, nel quale era più facile che si annidassero abusi. Perché gli abusi, naturamente, non mancano. Ma sono da tenere nel conto. Quindi le riforme del welfare (quelli che in Italia sono presentati come la "fine del welfare") sono in realtà degli aggiustamenti del tiro. Ma come facciamo a capirlo, se in Italia non abbiamo mai avuto un welfare di questo genere?

In Europa, dunque, esiste già da decenni quella che in Italia è vista come un'utopia irrealizzabile. Quali sono le cause dell'assenza del reddito garantito in Italia? E perché i tentativi di introdurlo sono sempre falliti?
Perché il nostro è un sistema di welfare corporativo, di solidarietà tra salariati, e naturalmente le corporazioni credono di perdere qualcosa con un welfare universalistico. Ma in realtà non è così. Se si vedono i fatti, il welfare del modello sociale europeo è molto più generoso di quello corporativo italiano.

Il punto centrale è che il welfare sono soldi che vengono spesi dallo Stato. In questo passaggio di soldi, si determina anche una struttura di potere. Il reddito minimo garantito presuppone un rapporto uno-a-uno. Diritto e corrispondente sussidio: in mezzo non c'è nessuno, non ci sono mediatori politici, corporativi, sindacali, ecc. Il problema è che nel tempo si è creato un sistema che adesso è difficilissimo riformare. Il reddito minimo garantito è come il punto archimedeo: sembra una piccola cosa, ma c'è tutto un sistema intorno.

Una forma di reddito minimo garantito come quella che esiste in Europa, ad esempio, implica dei centri per l'impiego efficienti, che medino davvero il lavoro. Ma qui manca una cultura del lavoro formale, ufficiale—il lavoro è merce di scambio per ottenere consenso. Ma è anche qualcosa che passa per conoscenze, per raccomandazioni. C'è anche molto lavoro nero. Insomma, il mondo che ruota intorno al reddito minimo garantito rovescia del tutto abitudini, cultura e anche sistemi di potere in Italia.

C'è poi un'altro fatto di carattere ideologico: l'idea che lo stato debba "creare lavoro." Da questo punto di vista, il reddito minimo garantito è visto come una resa, come una forma di disimpegno dello Stato. In realtà il reddito minimo garantito rende più efficiente la società e aiuta la crescita.

Un Jobcentre nell'Inghilterra degli anni Ottanta. Foto di Paul Graham

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A questo proposito, tra chi non vuole introddurre una misura simile c'è chi dice Matteo Renzi in primis che il reddito minimo è appunto una pericolosa forma di assistenzialismo, e per giunta incostituzionale. È veramente così?
Nel merito, il reddito minimo garantito certamente non è incostituzionale. L'articolo 38 della Costituzione, ad esempio, dice chiaramente che il disoccupato involontario ha diritto a che venga provveduto dei mezzi di vita.

Non è chiaro che cosa Matteo Renzi davvero voglia su questo punto. Mi pare che nel PD ci siano diverse posizioni. Renzi ha detto che è incostituzionale, poi però nella Direzione Nazionale ha detto che è incostituzionale il "reddito di cittadinanza" di Grillo, ma che sarebbe favorevole a una misura contro la povertà. Non saprei dire che cosa hanno in mente.

Quello che so è che l'Italia prima o poi dovrà dotarsi di un sistema di welfare sul modello europeo. Perché non viviamo più nel mondo del posto fisso, della piena occupazione: il lavoro non è una realtà metafisica, immutabile, come la sfera celeste di Aristotele. Con una rete di sicurezza, una certa flessibilità può diventare anche un'opportunità per crescere e fare cose nuove, diverse.

Secondo moltissimi autori, e secondo un'esperienza consolidata nei decenni, il reddito minimo garantito aumenta la disposizione al rischio di impresa. Le società che lo adottano sono più trasparenti, meno corporative, e anche più produttive. L'assistenzialismo è il contrario: trasformare il lavoro in welfare.

Tra l'altro, l'introduzione del reddito minimo è propria una di quelle cose che ci chiede l'Europa.
Sì, è così. Noi dovremmo armonizzare i sistemi di welfare. Ci sono stati vari documenti a proposito del reddito minimo garantito, in particolare io commento nel mio libro quello forse più significativo, anche perché è del lontano 1992. L'Europa, però, non ha il potere di imporre niente in materia di diritti sociali.

Una delle principali obiezioni all'introduzione del reddito minimo è che, in tempi di crisi come questi, semplicemente non possiamo permettercelo secondo le recenti stime dell'Istat, arriverebbe a costare tra i 14 e i 23 miliardi di euro.
Per capire come stanno le cose basta mettersi davanti al prospetto della spesa in percentuale del Pil destinata al welfare dei vari paesi europei. Sono numeri. Ci offrono l'esatto stato dell'arte. L'Italia spende in percentuale del Pil in welfare come gli altri paesi. Ora, scorrendo i dati si scopre che l'Italia destina il 60 percento della spesa in welfare per le pensioni, mentre la media europea è del 40. Quanto spendono gli altri per il welfare per la disoccupazione? Il 20 percento.

In altre parole, la spesa è divorata dalle pensioni. Ma le pensioni italiane sono anche inique, mentre quelle degli altri paesi europei sono più eque. La minima, per dire, è più alta in Olanda che in Italia, nonostante la spesa italiana sia complessivamente superiore. Questo per dire una cosa molto semplice: che non spendiamo meno degli altri, spediamo in modo diverso. E male.

Mettiamo che una delle proposte attualmente discusse in Parlamento riesca a passare: davvero una misura del genere è sufficiente a risolvere i problemi della diseguaglianza sociale o della povertà in Italia?
Certamente no. Le diseguaglianze sono tante, di tipo diverso. Le diseguaglianze di partenza, di opportunità, l'inesistente ascensore sociale. L'Italia è un paese che non cresce economicamente perché è feudale, pieno di diseguaglianze e di rendite di posizione, senza mobilità sociale. L'Italia dissipa le emergie migliori e nuove. Il reddito minimo garantito, o meglio la sua assenza, riflette questo stato di cose di tipo corporativo, di appartenenze per feudi.

In sé, naturalmente, il reddito minimo garantito non risolve il problema della povertà. Ma una cosa è restare disoccupati senza renddito e senza casa, un'altra è avere comunque la certezza che qualsiasi cosa ti possa succere, il minimo ti è assicurato.

In un contesto corporativo come quello italiano, una misura di welfare universalistico uno-a-uno è una provocazione, un controsenso, un assurdo. Quindi, caso mai, il legame io lo vedrei in modo indiretto: il reddito minimo garantito non può esserci in società disfunzionali. Introdurlo può essere un modo per forzare queste società disfunzionali a diventare più funzionali.

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