Illustrazioni di Ella Strickland de Souza.

Ho lavorato da Amazon sotto Natale per vedere se dopo gli scandali è cambiato qualcosa

Dopo le denunce delle terribili condizioni dei dipendenti di Amazon di qualche tempo fa, siamo stati sotto copertura in un centro di smistamento del colosso dell'e-commerce.

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21 dicembre 2015, 11:26am

Illustrazioni di Ella Strickland de Souza.

Il gigante dell'e-commerce Amazon non ha una bellissima reputazione. Dalle accuse di aver contribuito alla chiusura dei negozi indipendenti a quelle di un'evasione senza precedenti, sembra che non abbia pace. A quanto pare comunque, nemmeno chi ci lavora ha un secondo di pace.

Due anni fa, sia il Guardian che la BBC hanno mandato i loro reporter sotto copertura a vedere come fosse davvero la vita dentro uno dei famigerati "centri di smistamento" di Amazon. Si è scoperto che non era il massimo. Livelli di stress pericolosi per la salute mentale, vesciche per le lunghe camminate, turni lunghissimi e paghe di merda.

È passato qualche anno e volevo vedere se le cose fossero cambiate; se la cattiva stampa avesse indotto Amazon a migliorare—o se, alla fine, Amazon è semplicemente troppo grande perché la cosa interessi a qualcuno.

Anzitutto dovevo farmi assumere. Una rapida ricerca online mi ha confermato che era il momento giusto. Solo nel Regno Unito quest'anno Amazon ha assunto 19.000 lavoratori stagionali—per trovare, impacchettare e spedire quel binocolo che hai preso a tuo padre o tutti i regali inutili che devi fare.

Ho inviato il mio CV a un'agenzia e pochi giorni dopo ero nel loro ufficio, accanto a quelli che sarebbero presto diventati i miei colleghi. Mi hanno consegnato un pacco di moduli e fogli con un sacco di crocette dove dovevo firmare.

"Le dispiace se mi porto le carte a pranzo per buttarci un occhio?" ho chiesto all'impiegata.

"No, non puoi portarle fuori di qui."

Era un contratto di lavoro; ero un po' preoccupato all'idea di non poterlo leggere con calma né pensarci su. Ma visto che non avevo altre opzioni, così ho fatto.

"Bene, torna qui domani all'una per il test anti-droga e per l'alcol."

Quando mi sono presentato al test c'erano più di 50 aspiranti impiegati. "Penso di passarlo... O meglio, spero," mi sussurra un ragazzino scolando una bottiglia d'acqua. "Quanto ci vuole perché l'erba non compaia nelle analisi?"

Dopo il test del palloncino ci hanno dato un bicchierino per l'urina. "Riempila fino alla linea," mi ha intimato l'addetto. "Poi non tirare lo sciacquone."

Poi ci hanno letto i risultati ad alta voce. Sono abbastanza sicuro che sia una violazione della privacy, anche se in realtà non so niente della legge sulla privacy. "Consideratela come un'esperienza che vi farà sentire più uniti," ha ghignato un addetto.

Per arrivare al magazzino di Amazon—nella zona industriale a nord di Londra—alle 7.45 avevo due opzioni: o in macchina o con un treno e la navetta dell'agenzia di reclutamento—sette sterline a viaggio (quasi un'ora di lavoro).

Non ho una macchina. Quindi per il mio primo giorno, alle 6.45, sono uscito al freddo glaciale dirigendomi alla stazione in attesa di essere prelevato. C'erano circa 60 persone in piedi accanto a me. Alcuni di loro fumavano ma la maggior parte delle persone si guardava intorno con l'entusiasmo che potrete immaginare. "È il lavoro peggiore che abbia mai fatto," mi ha detto un ucraino.

Mentre il primo minibus si avvicinava tutti hanno cominciato a spingere. Una donna ha gridato: "Cristo! Sempre la stessa storia. Sono arrivata presto, non posso arrivare di nuovo in ritardo."

Sono riuscito a infilarmi nel bus successivo—ma tre persone sono rimaste sul marciapiede. "Questo è l'ultimo," ha detto il conducente. Un chiaro segnale che sei parte di una forza lavoro stimata è che devi pagare sette sterline al tuo padrone per portarti al lavoro seduto sul pavimento di un bus.

Siamo tutti andati in una sala conferenze, io e gli altri nuovi, dove veniva proiettato un video su uno schermo. In sottofondo "Good Feeling" di Flo Rida. Dal soffitto pendevano dei palloncini sgonfi. In loop sulle pareti, un commovente foto-mosaico degli impiegati sorridenti.

"Ad Amazon vogliamo che tutti si divertano," diceva la voce del video. "Vogliamo che vi sentiate importanti, come una famiglia."

Nel video comparivano dei dipendenti che mi dicevano che in pratica Amazon è l'ONU dell'e-commerce, con "tanti paesi che lavorano per un unico obiettivo," che è bello "rendere felici i clienti, perché siamo tutti clienti," e che "Amazon mi ha dato le conoscenze e la possibilità" per raggiungere la vetta.

Le ore successive sono state impiegate per illustraci i termini del nostro impiego. Per raggiungere la vetta dovevamo lavorare 11 ore e mezza con un'ora di pausa da distribuire nell'arco della giornata. La pausa pranzo era di 30 minuti (non pagata), compreso il tempo necessario a raggiungere la mensa. In realtà, ogni pausa altro non era che il momento per i fumatori di farsi due sigarette e mandar giù un acquoso ma gratuito caffè delle macchinette.

Poi è stata la volta della policy di frequenza. Tutta l'atmosfera "ci divertiamo un sacco" si è smorzata alla notizia che bastava essere malato una volta, in ritardo una volta e poi malato un'altra volta nel corso di tre mesi per essere automaticamente licenziato. (Anche se è quello che mi hanno detto il primo giorno, Amazon contesta dicendo che la sua politica è basata su un sistema a punti: sei punti sono un'ammonizione, ma poi ogni caso viene considerato singolarmente.) Paga, contributi e permessi sono al minimo sindacale, anche se la maggior parte delle persone con cui ho parlato non aveva idea di avere diritto allo stipendio anche in caso di malattia.

Mentre il mio primo giorno volgeva al termine, sono andato da un responsabile del personale—mi avevano detto di rivolgermi a lui per i miei problemi. "Sul badge c'è un errore, il mio nome è scritto sbagliato," gli ho detto.

"Oh, non importa, ci serve solo il tuo codice a barre."

"Ehi ragazzi, abbiamo un bel po' di lavoro da sbrigare, perciò cominciano tutti un'ora prima!" ha urlato uno. "Ci vediamo alle 6.45!"

"Ma io vivo a Barking," ha detto David, che sedeva di fianco a me. "Come faccio a essere qui alle 6.45?" Risposta: due autobus, un treno e un taxi, tutto per otto sterline all'ora [circa 11 euro] e un'alzataccia.

Un'altra donna ha detto che "non era possibile, cazzo," prima di alzarsi e uscire. Ci siamo visti fuori. "Mi sono alzata alle 4.30 per essere qui oggi, e non è stato economico," ha detto, fumando una sigaretta. "Non posso licenziarmi perché con quello che ho speso per venire a fare il colloquio e il test e poi qui per sole cinque ore vorrebbe dire che ci perdo dei soldi."

"Immagino che non possiamo farci niente," ha sospirato qualcuno.

Si erano scordati di darmi una copia del contratto, perciò non potevo nemmeno controllare che fosse tutto in regola. (La policy di Amazon dice che a ogni dipendente deve essere data una copia del contratto, perciò si sarà trattato di un errore.)

Il centro di smistamento è un enorme negozio. Le merci all'ingrosso arrivano, poi vengono spacchettate e messe sugli scaffali. A quel punto è tutto pronto, le file interminabili sono lì ad aspettare che tu metta un ordine nel tuo carrello virtuale.

Le merci arrivano e le merci se ne vanno, è il fondamento del commercio. Ma non somiglia a nessun altro negozio perché non ci sono clienti. È un mondo di totale efficienza: niente facce sorridenti, niente ambienti accoglienti, niente illuminazione soffusa o finte gentilezze. La produttività regna sovrana. Gli impiegati devono fare una sola cosa per tutto il turno, che sia sballare i prodotti che arrivano o imballarli quando devono essere spediti. Non c'è fine alla noia. I turni di giorno e di notte significano che questo posto non si ferma mai.

Incamminandomi verso la mia postazione di imballo, ognuna delle quali è collocata lungo un nastro trasportatore, mi sono reso conto di essere uno dei centinaia di impiegati nei corridoi infiniti. Annoiati, tutti che pensavano solo a raggiungere l'obiettivo orario e giornaliero. Solo che nessuno mi ha mai detto quale fosse l'obiettivo—si sono scordati? Una donna, Anna, sosteneva che fosse un tentativo deliberato di tenerci "nell'ignoranza e sul chi va là." (Secondo Amazon a tutti i lavoratori vengono dati degli obiettivi.)

Dato che eravamo dei novellini dovevamo essere seguiti da esperti che si accertavano che non facessimo danni. Io avevo Jo, un'infermiera di Londra che era ad Amazon da due anni.

"Ogni tanto succedono dei casini," mi ha detto, facendosi più vicina, "come gli articoli che sono usciti."

Le ho chiesto se le cose denunciate dalla stampa fossero vere—per esempio i rumori forti, continui e snervanti degli scanner che potevano, secondo i giornali, influire sulla salute mentale dei dipendenti.

"Puoi abbassargli il volume," mi ha detto. "In fin dei conti, nessuno ci obbliga a lavorare qui."

Jo lavora da Amazon da tempo sufficiente a conoscere alcuni del management e accertarsi così di fare i lavori migliori, tutti i giorni.

Di fianco a me c'era un 23enne polacco, Peter.

"In Polonia lavoravo in un magazzino e guadagnavo meno di tre euro all'ora. Poi sono entrato nell'esercito, ma anche lì guadagnavo più o meno 550 euro al mese. Questo lavoro fa cagare, ma guadagno di più—è tutto."

Il terzo giorno ho passato il tempo a chiedermi come far trascorrere più velocemente il tempo. Una volta dentro la struttura devi chiudere negli armadietti tutti i tuoi averi—niente telefono o lettore Mp3—e non c'è niente che puoi fare per contrastare la monotonia silenziosa e senza fine che si crea.

Sono riuscito a portarmi dietro una penna e mi sono inventato un gioco: scrivere "alla fine muore" in ogni pacco contenente un libro. Oppure aggiungere la nota, "Non mi veniva in mente niente, perciò ti regalo il nuovo disco di Adele, amore".

Ma ovviamente non l'ho fatto, perché volevo i miei soldi.

E soprattutto se anche l'avessi fatto mi avrebbe fatto passare solo il tempo fino alle 10 del mattino, e dopo avevo altre otto ore e mezza.

§


Alla fine lavorando da Amazon non ho trovato niente di illegale da denunciare, niente abusi e niente paghe sotto il minimo a norma di legge. In effetti, era tutto regolare.

Quello che ho visto durante la mia permanenza è stato che, per quanto le precedenti indagini abbiano avuto esiti drammatici, lavorare da Amazon è una merda—ma non più merda di qualunque altro lavoro occasionale e pagato male.

Da quando esistono i padroni e i profitti ci sono sempre stati lavori di merda, e finché non verremo rimpiazzati da più efficienti robot, avremo sempre qualcosa di cui lamentarci.

@MikeSegalov / @Ella_Desouza

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