Stuff

Interviste a persone che prendono l'ayahuasca fino a 20 volte all'anno

Secondo chi l'ha provato, prendere l'ayahuasca una volta equivale a dieci anni di psicologo. Abbiamo parlato con delle persone che lo prendono diverse volte all'anno per farci spiegare come mai lo fanno.
26.5.16
Foto via Wikimedia Commons.

Qui a Vancouver non puoi uscire di casa senza incontrare qualcuno che ha provato l'ayahuasca. È come quando dieci anni fa è scoppiata la moda dello yoga, e credo si possa dire che sia una cosa buona—perché il fatto che sempre più persone si interessino alla meditazione, alla consapevolezza di sé e all'auto-miglioramento non credo possa mai essere una cosa negativa.

Ci sono un sacco di motivi che spingono una persona a partecipare a una cerimonia in cui si prende l'ayahuasca. Uno di questi è il fatto di convivere con problemi di salute mentale e dipendenze, un altro la voglia di andare in cerca di una spiritualità più profonda. Altre persone ancora cercano semplicemente di sfuggire alla routine, mentre secondo altre prendere l'ayahuasca una volta equivale a dieci anni di psicologo. Molti ricercatori sono inoltre alle prese con il dilemma su come studiare e capire quello che accade nel corpo e nel cervello durante e dopo queste esperienze mistiche.

Pubblicità

Per molte persone, prendere l'ayahuasca è una di quelle cose che fai una volta e che ti cambiano la vita. Ma per una ristretta minoranza, è un'attività che col tempo è diventata una parte fondamentale della vita quotidiana e queste persone partecipano alle cerimonie diverse volte all'anno. Abbiamo parlato con alcuni di loro del perché si sono dati all'ayahuasca con questa assiduità, e questo è quello che ci hanno risposto.

Scottie Colin, 40
Falegname
Vancouver

Ho partecipato a 20 cerimonie quest'anno. Cinque delle quali più lunghe, della durata di due giorni. In genere partecipo a una cerimonia al mese, ma sono cerimonie più leggere: si beve meno e solo per una notte. È più una sorta di meditazione. Alla fine non hai quella stessa sensazione di pesantezza e soprattutto non vomiti. Rimani saldo spiritualmente.

Anche se la gente che ne sente parlare spesso sente storie su vomito, pianti e altri effetti negativi, per me prendere l'ayahuasca ormai è una necessità. Sono dipendente dall'eroina. Vogliamo parlare del dolore che ti provoca l'eroina? Mi è capitato più volte di sentirmi come se stessi per morire. Perché con l'eroina non importa se arrivi all'overdose o meno. Ci ricascherai ancora e ancora. E proverai dolore ancora e ancora.

Sono stato pulito per circa due anni e mezzo. Ho iniziato a ripulirmi andando alle riunioni degli alcolisti anonimi e seguendo il loro programma in dodici passi. Grazie a quel programma ho ritrovato la consapevolezza di me stesso e ho imparato a comprendere il mio comportamento, il modo in cui manifesto il mio disagio e in cui influenzo le persone. Ho imparato anche che gli esseri umani sono per natura molto egocentrici. Gli alcolisti anonimi sono formati da persone che sanno di avere una malattia e ci convivono. Grazie a loro sono diventato determinato a uscirne e a guarire.

Pubblicità

Dopo un anno che ero pulito, ci sono ricascato. È durata quattro mesi. Ho continuato a ripulirmi fino a due anni e mezzo fa. Ma per certi versi ero ancora in difficoltà: non provavo nessuna connessione spirituale. Sapevo che c'era qualcos'altro là fuori. Sapevo che c'era qualcosa che doveva cambiare. È stato allora che ho avuto l'opportunità di provare l'ayahuasca, di cui avevo sentito parlare già da molto tempo. Mi ci è voluto un mese per andare davanti alla mia guida e dirgli, "Voglio farlo."

Quando mi sono risvegliato, le cose erano cambiate. In meglio. Mi sono sentito sicuro, liberato e libero per la prima volta nella mia vita. La mia intera vita aveva un senso. Sapevo perché mi trovavo lì in quel preciso momento. Allora ho cominciato a cercare un gruppo di supporto su internet. Avevo sperimentato qualcosa di così significativo e così profondo che avevo bisogno di confrontarmi con altre persone che avevano avuto la stessa rivelazione.

Per me, prendere l'ayahuasca ha significato riuscire a liberarmi da tutte le ossessioni e le compulsione che opprimevano la mia vita. So che l'ayahuasca non è la soluzione, ma solo un mezzo con cui arrivare alla soluzione. È per questo che anche se dovessi smettere di prenderla non farebbe differenza, perché ormai ho scoperto qual è la strada che devo percorrere. L'ayahuasca mi aiuta soltanto, rende tutto più profondo e reale.

Amy Manusov, 29 anni
Musicista
Toronto

Ne ho sentito parlare per la prima volta cinque anni fa, e all'epoca era davvero difficile provarla ed entrare in contatto con persone che l'avevano provata. Io faccio l'insegnante di yoga, mi sono sempre interessata alle filosofie orientali e ho sempre fatto uso di droghe ricreative. Quest'anno ho partecipato a otto cerimonie.

Pubblicità

Ripensandoci, penso che sia arrivata all'ayahuasca perché ho sempre avuto problemi di depressione e ansia. È qualcosa di cui ho sempre sofferto fin dall'adolescenza, mi sono sempre sentita molto sola.

Ho provato con la terapia cognitiva del comportamento, ho fatto sei mesi di terapia di gruppo in un programma ospedaliero per pazienti esterni e ho provato anche con la psicoterapia. Ho tentato diverse strade con scarso o moderato successo, ma in definitiva nessuna di queste è riuscita a farmi sconfiggere quella che sentivo essere la causa prima dei miei problemi, che percepivo come qualcosa di più intimo ed esistenziale. Anche se non direi che stavo cercando una componente spirituale nella terapia, più tardi ho scoperto che era proprio quello il pezzo che mancava—semplicemente all'epoca non ne ero consapevole. Sapevo che le terapie convenzionali erano utili ma per me non erano la soluzione.

Non penso che continuerò a prendere l'ayahuasca tutti gli anni otto volte all'anno per il resto della mia vita. Ma preferisco questo allo stare sotto antidepressivi. Dopotutto, penso che sia stata una buona decisione, visto che mi ha permesso di smettere con le medicine.

Gerald Thomas, 52 anni
Studioso di dipendenze
Vancouver

Ho iniziato a febbraio del 2011, e da allora ho partecipato a 11 cerimonie—più di due all'anno, diciamo. A volte fai esperienze a cui non puoi arrivare preparato. La prima volta per esempio mi sono ritrovato a parlare con Dio. Dopo 15 o 20 minuti dai primi effetti ero nel pieno del viaggio. Qualsiasi domanda facessi, c'erano delle risposte. È stata un'esperienza estremamente intensa.

Tutto assume un altro significato. E quel significato è "Non posso più guardare alle cose nello stesso modo di prima." La mia guida spirituale mi dice sempre: il problema che avete voi occidentali è che fate l'esperienza, poi ne uscite e la volete ripetere. Invece dobbiamo imparare a introiettare il tutto, a farlo entrare nella nostra vita di tutti i giorni. Quando fai un'esperienza del genere devi incanalare quello che hai imparato e metterlo in pratica nella vita quotidiana prima di andare alla ricerca di un nuovo stadio di consapevolezza.

Mi interessa che la gente capisca che lo stato precedente e quello successivo all'esperienza sono tanto importanti quanto l'esperienza stessa. Noi adottiamo un approccio tecnologico nei confronti di una terapia che ha avuto origine dalla giungla—in un'altra cultura, un altro luogo. La prendiamo e la trasciniamo nel nostro mondo e ci aspettiamo che funzioni, ma non è così facile. Bisogna fare diversamente.

Per ogni mia esperienza con l'ayahuasca—ogni singola esperienza—dopo ci sono voluti mesi di lavoro, riflessione sulle cose apprese, sui cambiamenti. Ora ho deciso che non lo rifarò finché non avrò tempo a sufficienza, sia prima che dopo. E so che ci vorrà un po'.

Segui Kate Richardson su Twitter.