Stuff

Il documentario che racconta Lampedusa quando le telecamere se ne vanno

Lampedusa d'inverno è stato girato nell'arco di due anni e parla dell'isola e delle persone che ci vivono o sono costrette a trascorrerci del tempo, quando l'attenzione mediatica si sposta altrove.

di Clara Miranda Scherffig
13 ottobre 2015, 6:29am

Tutte le immagini sono tratte dal documentario


Lampedusa d'inverno per gentile concessione di Jakob Brossmann.

All'inizio del 2014 ho trascorso diverse settimane sull'isola di Lampedusa. Il motivo era la mia tesi specialistica, che avevo sfortunatamente deciso di scrivere sui lampedusani, e in particolare sul loro rapporto con il lavoro. Un tema difficilissimo, ma che mi entusiasmava perché ero stufa di vedere l'isola solamente dalla prospettiva della migrazione o da quella dell'industria turistica. Erano entrambe due visioni estremamente strumentalizzate, i cui protagonisti non venivano mai direttamente interpellati.

Così ho affittato una casa in piazza Brignone, giusto giusto accanto alla chiesa con le campane più rumorose del mondo, e mi sono messa a vivere sull'isola per un po'. Dopo due settimane sono stata ospitata tutti i giorni, pranzo e cena, da un trio di pescatori, ex galeotti e raccoglitori di spugne—Toni, Tomi & Raimondo—che mi hanno riempito di birra, cibo, favori, consigli, affetto, tempo, storie, vita. Senza volere nulla in cambio. Quando sono tornata a casa, l'espressione migliore che mi veniva in mente per descrivere Lampedusa era: "un'esperienza che dovrebbe diventare obbligatoria per ogni cittadino del mondo." A Lampedusa praticamente vedi in azione l'umanità.

Ma un aspetto continuava a frustrarmi: che questa visione non potevano averla in tanti. Che o ci andavi, oppure era molto difficile farti quell'idea. Per fortuna però, quest'estate al festival del film di Locarno, durante la Semaine de la Critique, c'è stato un documentario che accorcia le distanze: Lampedusa d'inverno è una coproduzione austriaca, opera di un giovanissimo regista di nome Jakob Brossmann (1986). Quando sono andata alla prima c'erano un sacco di vecchietti svizzeri coi capelli bianchi, le scarpe da montagna e la pelle che odorava di crema idratante: un pubblico da incubo. Però dopo quella stracolma proiezione ne hanno dovuto organizzare altre in via eccezionale perché la richiesta era grandissima. Nei prossimi mesi il film viaggerà alla Viennale e fra pochi giorni sarà al festival del documentario di Lipsia, Dok Leipzig.

Girato nell'arco di due anni, con una troupe ridottissima e l'aiuto di un'interprete poi diventata produttrice (Stefania Schenk Vitale) Lampedusa d'inverno parla dell'isola e delle persone che ci vivono o sono costrette a trascorrerci del tempo. E lo fa senza presumere che alcune abbiano più importanza delle altre.

Tutti sono ugualmente coinvolti in un unico, difficilissimo discorso, con se stessi, l'isola e il mondo esterno: i pescatori in sciopero, che soffrono la mancanza di un lavoro sempre più difficile; i cittadini che esigono un contatto più rapido con la terraferma ma dipendono da aliscafi-rottame scelti da giunte regionali corrotte; i migranti abbandonati nel centro senza informazioni sul loro futuro; i soccorritori autonomi, che prendono a cuore la questione dei migranti non perché sono particolarmente "buoni" ma semplicemente perché hanno più di chi non ha niente; le guardie costiere che passano mesi in mare, lontani dalle famiglie, a fare un lavoro durissimo e spesso non riconosciuto, in condizioni di tensione costante; l'allenamento della squadra di calcio dei pulcini come la difficoltà del sindaco Nicolini a inserirsi nell'impenetrabile retorica lampedusana.

Il sindaco Nicolini legge un comunicato della regione durante le fasi finali dello sciopero per la dotazione di un nuovo aliscafo.

Durante il festival mi sono seduta con Jakob e Stefania e mi sono fatta raccontare cosa significa far vedere Lampedusa per com'è davvero.

VICE: Come hai deciso di fare un documentario su Lampedusa? Intendo anche prima del naufragio del 3 ottobre. Dopo quella data in molti hanno deciso di affrontare il tema.
Jakob Brossmann: Molto prima del 3 ottobre, all'inizio del 2011, guardavo delle immagini di Lampedusa e ho pensato che queste potevano fomentare la paura di un'ondata [migratoria]. All'epoca stavo lavorando a un progetto sulle deportazioni dei migranti nel Terzo Reich—cioè persone dell'attuale Austria che volevano emigrare in Svizzera ma che venivano respinte. Le domande che emergono da queste due situazioni non sono così diverse e credo che con la dovuta distanza ci si possa rendere conto di cosa sia l'ingiustizia, anche oggi. Stiamo iniziando a capire; spero che poi non sarà troppo tardi come fu troppo tardi negli anni Quaranta.

Di fronte a queste immagini sempre uguali di Lampedusa mi sono chiesto: che cosa succede dietro a queste foto? Cosa succede dietro le videocamere delle televisioni? Come si relazionano gli abitanti a questa cosa? Quando siamo arrivati sul posto abbiamo raccolto anche reazioni di razzismo e resistenza: anche a Lampedusa ci sono persone razziste, ma non è l'elemento centrale nel discorso. Per me è rilevante far vedere come un posto così influenzato dall'esterno abbia una vita del tutto normale e abbia sviluppato una solidarietà di fondo.

Quello che ho notato è che nessuna parte di tutto il sistema—gli abitanti, i militari, i migranti—è più "protagonista" dell'altra. L'ho trovato un approccio molto democratico nei confronti di tutti i coinvolti sull'isola. Come avete sviluppato la ricerca?
L'equilibrio è venuto col montaggio—con Nela Märki. Per noi era importante avere accesso ai protagonisti, prenderci del tempo per diventare quasi persone del posto. Ci siamo concessi il lusso di costruire delle amicizie e allacciare rapporti, abbiamo ascoltato molti problemi dell'isola che già i giornalisti avevano già messo in luce—il reparto maternità, la scuole mancanti... questioni che non entrano neppure nel film.

E poi è successo che abbiamo deciso insieme: quali sono le situazioni in cui vi possiamo accompagnare? C'è stato lo sviluppo di una serie di tematiche—arrivare, partire, la terra, il mare—e sul posto abbiamo cercato delle situazioni che le raccontassero. Quando sono scoppiati i conflitti diventati poi centrali nel documentario e che non avevamo potuto "programmare"—lo sciopero dei pescatori e le proteste dei migranti—le parti coinvolte avrebbero potuto dirci "Ehi voi, con quella stupida videocamera, sparite!"... e non l'hanno fatto.

Un'operazione di salvataggio della guardia costiera.

Come avete avuto accesso alle navi e alla vita dell'equipaggio della Guardia Costiera?
C'è sempre questo aspetto di "Cinema 2", cioè quello burocratico. Per mesi Stefania ha chiamato ogni giorno Roma per ottenere un permesso. Ovviamente la maggior parte dei militari—principalmente uomini, c'erano pochissime donne—è "bloccata" lì e anche con loro si è instaurato un rapporto molto paritario. Per me è importante non valutare le cose sul piano del dualismo "colpa/non colpa", un atteggiamento molto comune da parte di persone di sinistra che giudicano così chi è impiegato in questo tipo di apparato. Credo che ai militari con cui abbiamo lavorato abbia fatto molto piacere vedere che c'era qualcuno che non la pensava per forza così.

Da anni i guardacoste fanno un lavoro importantissimo e nessuno dice grazie—eccetto i lampedusani e i superstiti salvati. Spero che il film riesca in qualche modo a mettere in luce anche questo problema, e cioè che il salvataggio via mare sarebbe in realtà facilmente evitabile. L'urgenza di stabilire una rotta navigabile sicura tra il Nord Africa e la Sicilia è una questione di grande necessità ma purtroppo, nel discorso sulla migrazione verso l'Europa, è una delle ultime priorità.

Avete fatto vedere il film alle persone con cui avete lavorato?
Sì, ma purtroppo non potevamo permetterci di tornare sull'isola di persona. Ero molto nervoso... il feedback è stato ottimo. Durante la fase di montaggio ci siamo chiesti se ci fossero delle aspettative da parte loro, e non ce n'erano. Sono abituati a venire "investiti" da tutte le altre situazioni e forse questo è il primo progetto in cui si sono sentiti coinvolti. Si sono fidati ciecamente del nostro montaggio.

Ecco, com'è stato il processo di montaggio, sapendo che volevate restituire una rappresentazione equilibrata? Immagino avrete girato molte scene drammatiche, diciamo sensazionalistiche, che senz'altro avrebbero attirato il pubblico... be', un certo tipo di pubblico.
Alla fine del primo blocco di girato—secondo il cameraman abbiamo qualcosa come 100 ore di materiale, ma io credo siano anche di più—ci era chiarissimo (ed era prima del 3 ottobre) quali fossero i conflitti centrali, così abbiamo cominciato a raccontarli. Nel film si vede in modo abbastanza chiaro: parlo dello sciopero dei pescatori e della protesta dei migranti. Ma sul posto sembrava che tutti dicessero il contrario di tutto. Quando poi ci siamo seduti al tavolo di montaggio, dopo settimane abbiamo iniziato a capire cosa era successo. Montando l'infuocata riunione comunale durante lo sciopero, ad esempio, ci siamo resi conto che Giusi Nicolini aveva preso la situazione in mano, in parte risolvendo i problemi.

Migranti nella piazza della chiesa, in protesta da giorni per ricevere notizie sulle loro condizioni.

Quando abbiamo assimilato i conflitti che ci interessavano, siamo tornati sull'isola sapendo cosa ci serviva ancora per far sì che queste tensioni emergessero in modo chiaro nel film, e anche che tipo di comportamento dovessimo avere noi. Nel frattempo era successo il 3 ottobre, ed era ovvio che anche noi giocavamo un certo ruolo. In quel momento avevo l'infrastruttura, i contatti sul posto, la conoscenza, il team e sarei potuto tornare a Lampedusa il 4 ottobre, ma non l'ho fatto, molto consapevolmente. Anzi, ho aspettato che se ne andassero tutti. Sono tornato alla fine del gennaio 2014, anche per comprendere questo vuoto [lasciato dai migranti].

Il linguaggio e il modo in cui vengono diffuse le informazioni sono cruciali per capire Lampedusa. Pensando alla mia esperienza sull'isola, ricordo quanto fosse difficile capire le dinamiche della comunicazione tra le persone. Come avete fatto a navigare tutti quegli eventi e quelle parole?
Jakob: Stefania [produttrice e interprete]... Merito suo.
Stefania Schenk Vitale: Per me è stato un lavoro strano perché di professione sono traduttrice di conferenze; all'inizio ero un po' scettica. Ma è stato divertente e surreale. Tutta la comunicazione verso l'esterno passava attraverso me. A volte non sapevamo se rimanere più a lungo in un posto anche se avevamo un altro impegno, con la paura che magari sarebbe successo qualcosa di rilevante. A volte abbiamo scelto con cognizione di causa, a volte, ti dico, un po' a caso.

C'era dunque un concetto generale ma non proprio uno script.
Credo che ci siano dei paralleli tra il modo di lavorare di un interprete e di un regista. Prima cerchi ogni scampolo di informazione, cerchi nella rete, chiami, chiedi e tenti di prepararti su tutti i fronti. Poi arrivi con una preparazione solida, però ti devi sempre adattare a come si evolve la situazione.

Giacomo Sferlazzo dell'associazione Askavusa all'interno di un'imbarcazione nella discarica o "cimitero delle barche".

Mi ricordo che quando sono andata sull'isola, per la prima settimana non ho dormito, e non solo perché avevo le campane della chiesa che suonavano puntualissime ogni mattina alle 8, ma anche perché, sebbene avessi molte informazioni e idee e background, non potevo controllare cosa sarebbe successo durante il giorno. Ma poi diventi amico delle persone...
Esatto. Le persone ti coinvolgono, hai più accesso a posti e a situazioni a cui non lo avresti se fossi solamente un "professionista" dei media che arriva, sta tre giorni e poi riparte.
Jakob: In effetti il film avrebbe potuto essere molto noioso... perché d'inverno è davvero noioso, non succede niente. C'è anche depressione, lo vedi negli occhi delle persone. Se ascolti Paola [una soccorritrice] e i guardacoste, ti rendi conto che sono agli estremi delle forze ma riescono ad alzarsi di nuovo. È per questo che abbiamo deciso di proporre l'aspetto più vivido e non quello noioso, diciamo, dell'isola.

Nella mia esperienza, molti dei rapporti che gli abitanti allacciavano con i migranti nascevano proprio dall'esigenza di combattere la noia, di trovare una novità alla monotonia dell'isola.
Stefania: Possibile. Senz'altro in alcuni casi. Ma abbiamo anche ascoltato storie che non abbiamo potuto mostrare, ci sono vicende molto toccanti. Ad esempio quella di un migrante che dopo che la tensione era scesa, aveva fame e voleva andare via [alcuni migranti hanno protestato per diversi giorni per accelerare il processo di richiesta d'asilo, essendo rimasti bloccati sull'isola per settimane e senza alcun tipo di aggiornamento sul loro status]. Ma l'autobus per riportarli al centro non era ancora arrivato e allora gli abbiamo chiesto di aspettare e lui ha detto "No, no, io ho una famiglia qui vicino. Vado a trovarli ogni giorno e cucinano per me ogni sera." Ma ce l'hanno tenuto segreto, ed è comprensibile.

Non so se avete visto l'altro film su Lampedusa qui a Locarno. È un corto diciamo "artistico" sulla storia dell'isola, girato in Super 8, con voice-over di Lucien Castaing-Taylor, un antropologo anche regista abbastanza rivoluzionario anche se antipaticissimo... Ecco, quello è un genere di film che metterei nella nicchia dei "cinefili nerd". Ma il punto non è questo. Puoi anche essere un nerd, ma devi fare un film accessibile.
Jakob: Questa è un'altra faccenda molto politica. L'accessibilità. I miei genitori sono persone istruite, ma che hanno studiato partendo dal basso in un'epoca in cui non era facile. Io volevo fare un film che fosse accessibile a loro come a mio fratello più piccolo. Se la televisione ci chiederà di doppiare il doc per mandarlo in onda, io dirò di sì. Non ho alcuna intenzione di perdere la televisione tedesca o austriaca solo perché non usano i sottotitoli. Ci sono moltissime culture europee non abituate ai sottotitoli e se questa è la perdita a cui devo andare in contro per far conoscere il mio film, l'accetto.

Sul peschereccio di Enzo Billeci.

E ora ragazzi, che succede?
Speriamo che la società civile apprezzi il film, anche se temevamo molte critiche perché non c'è nulla su Frontex, non si parla dei conflitti nei paesi d'origine dei migranti. Ma per il momento abbiamo ricevuto solo commenti ottimi e tutti sono grati per il tipo di prospettiva che offriamo.
Stefania: Speriamo che ci aiutino a raggiungere anche un pubblico diverso. All'inizio avevamo molta apprensione: sapevamo che il film avrebbe trovato il suo posto all'interno dei "diritti civili".
Jakob: Oppure ci mettono nell'angolo dell'art-house e documentario, dove trovi i nerd come noi e si parla del perché hai messo la telecamera in un certo modo, perché hai nascosto i salti temporali durante il montaggio... Volevamo evitare entrambe le nicchie e spero di essere riuscito a fare un film che sia un arricchimento per lo spettatore sia a livello estetico che intellettuale ed emotivo. E magari che sia anche uno stimolo per far cambiare la discussione in merito al tema, almeno un po'.

Quindi avevi uno scopo preciso quando hai fatto il film.
Lampedusa d'inverno è un film politico. In realtà, tutto è politica. Soprattutto lo è l'attitudine nei confronti dei protagonisti. Sorge la domanda: dove bisogna rivolgere la propria attenzione e consapevolezza? Dove e come si possono drammatizzare questi eventi? Anche questa è una questione politica. Senz'altro ci tenevo a dissipare i timori della gente rispetto all'argomento, ma soprattutto vorrei ci fosse un invito alla riflessione individuale quando si parla di migrazione.

Segui Clara su Twitter