Pubblicità
Questo articolo è stato pubblicato più di cinque anni fa.
A10N3: Salvare il Sudan del Sud

Il continente oscuro

Non dovete credere a quasi nulla di quel che leggete o sentite sull’Africa, soprattutto sulla sensibilità culturale del continente, sulle sue particolarità etniche o sui suoi confini.

di Robert Young Pelton
15 luglio 2014, 2:42pm


Foto di Tim Freccia

Non dovete credere a quasi nulla di quel che leggete o sentite sull’Africa, soprattutto sulla sensibilità culturale del continente, sulle sue particolarità etniche o sui suoi confini. Di solito chi vi fornisce queste informazioni ha dei fini personali, è un bigotto o un imbecille, o ha qualche idea sbagliata sul come la salvezza dell’Africa arriverà, alla fine, a un certo punto di qualche imprecisato futuro. Dimenticate tutto questo e siate onesti: la Grande Africa è una nazione, o perlomeno la gran parte del mondo la tratta come tale, per quanto politicamente scorretto possa essere metterlo così nero su bianco. È un mercato e una calamita per il mercato; è un tema costantemente rianalizzato nella moda, la musica e l’industria del turismo; e soprattutto, è ed è sempre stata un’ossessione per l’Occidente. Il posto che qualcuno sta sempre tentando di salvare.

Tecnicamente, su una mappa, l’Africa è un calderone di 54 nazioni ribollenti di bianchi, neri, mulatti e asiatici di ogni religione e orientamento, tutti comunicanti in tempo reale via internet cafè, auree mistiche, litigi tribali largamente incomprensibili, machete e proiettili. In più è complessa, vasta e in continuo cambiamento. Ma a essere proprio sinceri, in fin dei conti, per molti di noi è solo “l’Africa”. 

Le linee di confine minuziosamente tracciate sulle cartine odierne del continente non hanno niente a che fare con le antiche tribù e le civiltà che continuano a controllarlo. Piuttosto, sono ciò che rimane dell’avidità, delle buone intenzioni e delle brutali guerre degli stranieri. E tuttavia, per portare a termine il nostro viaggio dovremo parlare con chi ci timbra il passaporto, ignorare gli auspici diplomatici e informarci presso ribelli e attivisti di ogni risma sugli effimeri confini africani e le profonde separazioni culturali. Il che è rilevante soprattutto considerato che la nostra destinazione—il Sudan del Sud—si estende tra i confini più recenti della mappa, e la nostra missione è trovare il nascondiglio segreto dell’ex vicepresidente Riek Machar e sentire la sua versione della verità. Piloti esaltati a parte, la parola scoraggiante non rende che minimamente i sentimenti che nutriamo verso la nostra missione.

Sin da quando Tolomeo si interrogò sulle sorgenti del Nilo, sin da quando gli esploratori andarono in cerca del mitico regno del Prete Gianni, l’Africa ha attratto i mistici, gli isterici, gli avidi, i benintenzionati, e certamente i violenti. Fino ai primi anni Settanta, la maggior parte delle mappe ancora aveva zone bianche accompagnate dalla dicitura “Nessun dato disponibile”, a demarcare estese aree in cui i satelliti o le foto aeree non riuscivano a penetrare le nubi. Eppure queste zone sono abitate fin dagli albori dell’Homo Sapiens, per non parlare delle bestie variamente pelose ed erette da cui discendiamo. Come è successo che la cosiddetta culla dell’umanità sia diventata così buia e senza speranza in un così breve lasso di tempo? 

A metà del diciannovesimo secolo, la ricerca europea delle sorgenti del Nilo ha scatenato un’isteria simile alla follia della Corsa allo spazio negli anni Sessanta. Chi avrebbe scoperto le sorgenti del Nilo? Quale gloria aspettava le anime  coraggiose che sfidavano i primordiali recessi dell’Africa? A dispetto del sentimento di ignoto, gli esploratori con i loro elmetti mandati in avanscoperta dalla Royal Geographical Society si limitarono a seguire le ben battute vie arabe degli schiavi. Quando altri e più coraggiosi opportunisti localizzarono infine in Burundi i ruscelletti che nutrivano l’antico Nilo, erano entusiasti. Alle popolazioni locali non importava. Volevano sapere a loro cosa ne sarebbe venuto. La scoperta dell’Africa sembrava un’ossessione ben strana a quelli che, in Africa, ci vivevano.

Quando gli esploratori inglesi arrivarono alle vaste zone acquitrinose del Sudd, in quello che ora è il Sudan del Sud, furono bloccati da enormi isole di vegetazione galleggianti. Nonostante i bianchi fossero convinti che il paesaggio di fronte a loro fosse invalicabile, i membri della tribù dei nuer si limitavano a scuotere le spalle e pagaiare oltre. Per i nuovi venuti, l’Africa era—ed è tuttora, in molti sensi—tutta paludi impenetrabili, deserti e foreste. Per le tribù che vivono su quella terra da millenni, non era altro che casa.

L’Africa è stata un mistero solo per gli stranieri, non per le approssimativamente 7.400 tribù note che popolano e hanno popolato il continente per secoli. Certo, alcune di queste tribù sono state completamente spazzate via; altre, come quelle che vivono attualmente in Sudan del Sud, sopravvivono grazie a una pastorizia di mera sussistenza. Il perenne cast di leader corrotti che si avvicendano e i vari regimi hanno solamente esacerbato i problemi dell’Africa.

Prendete, per esempio, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, il presidente della Guinea Equatoriale, nell’Africa Centrale, noto per meditare sul futuro della sua nazionenel lusso della fusoliera del suo Boeing 737 privato. Un tempo luogo isolato noto come Fernando Pó, secondo il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale la Guinea Equatoriale è oggi la nazione con il reddito pro capite più alto dell’Africa. E questo in larga parte grazie all’abbondanza di riserve petrolifere rimaste fino a poco tempo fa intonse. Nel 2005, prima che i soldi del petrolio iniziassero a scorrere a fiumi, ho passato un po’ di tempo con il presidente Obiang. Abbiamo discusso del nuovo benessere della Guinea Equatoriale.

Mi ha detto che una della sue maggiori preoccupazioni era come conservare l’identità culturale dei 722.000 abitanti della sua nazione, relativamente pochi, mentre i ricavi degli 1.1 miliardi di barili di petrolio rotolavano dentro i confini. Mi ha detto di considerare le ricchezze accumulate in seguito alla scoperta del petrolio come una maledizione, perché sapeva che avrebbero “distrutto” il suo Paese. Questo dilemma esistenziale non aveva comunque fermato il preoccupatissimo presidente e la sua famiglia dal tenersi un paio di miliardi per sé (solo per sicurezza, ovviamente).

Il punto di Obiang era questo, l’Africa è ricca. L’Africa è popolosa. L’Africa è il posto dove si trovano gran parte delle risorse naturali non ancora sfruttate. Ci sono delle terre fertili, che aspettano che qualcuno se ne serva. E alla fine saranno gli africani a raccogliere i frutti. Secondo le stime delle Nazioni Unite, nel corso dei prossimi cento anni la popolazione dell’Africa quadruplicherà.

Contemporaneamente, la presenza del continente nell’economia mondiale duplicherà. Il PIL delle nazioni africane cresce del quattro percento annuo. Poiché molte, se non tutte, le maggiori scoperte di risorse terrestri avverranno su un continente grande tre volte gli Stati Uniti, le possibilità sono davvero infinite.

Di conseguenza lo stereotipo dell’Africa “povera”, “arretrata” e “spaventosa” dovrebbe essere messo in discussione. Le origini di questo errore di percezione sono complesse. È perché le disuguaglianze nella distribuzione delle ricchezze nel continente fanno sembrare Occupy Wall Street una performance artistica, o perché noi ricchi occidentali vogliamo vederla così per poter fare i salvatori? È a causa del senso di colpa dimostrato dalle migliaia di spot, charity e personaggi famosi che hanno introiettato la povertà africana, le sue malattie, la sua violenza e analfabetismo nelle nostre coscienze?

L’Africa è sempre stata ricca. Prima del colonialismo, africani, arabi ed europei prendevano semplicemente tutto quello di cui avevano bisogno. Lo schiavismo era il metodo perfetto per ottenere il massimo profitto da un’area ridotta, un sistema così efficiente che fu importato per alimentare il successo del Nuovo Mondo. Nel secondo dopoguerra, l’Africa fu restituita a quelli che gli Alleati credevano i suoi legittimi proprietari. Se allora fu considerato sorprendente, oggi non lo è più, perché questi dittatori si sono rivelati mere pedine degli ex colonizzatori.

Tema ricorrente negli anni Settanta e Ottanta, se un capo di stato africano non poteva essere comprato, poteva essere detronizzato o ucciso.La Russia rimescolò le carte alla fine della Guerra fredda, innescando dozzine di colpi di stato, contro-colpi di stato, guerre civili e guerriglie nel bush. La CIA rispose armando contro-rivoluzionari e dittatori. Erano guerre sporche che condussero a guerre ancora più sporche finite in pulizie etniche su larga scala e massacri tout court. Quelle guerre e l’assenza di stabilità furono la situazione perfetta per lo sviluppo di qualsiasi cosa, dal bracconaggio alla devastazione delle terre alle malattie e alla fame. Nei primi anni Ottanta, l’Africa era crollata dalla semplice povertà nell’apocalisse. 


Un gruppo di soldati disertori dell’SPLA ad Akobo.

Questa situazione rimase perlopiù ignota agli occhi dell’opinione pubblica finché un musicista irlandese un po’ fuori sync fomentò nuovamente l’ossessione del mondo per il continente. Nei primi anni Ottanta, il cantautore e futuro musico-attivista Bob Geldof aveva all’attivo una serie di album mal riusciti e un crescente senso di frustrazione circa il suo futuro. Nell’ottobre del 1984, lui e milioni di altre persone videro sulla BBC il documentario di Michael Buerk sulla carestia a Korem, in Etiopia, strascico del conflitto che aveva decimato la popolazione del Paese. Colpito come molti altri dalle immagini di sofferenza, Geldof in realtà non voleva focalizzarsi sulle cause della fame: le ingerenze della Russia, l’ingegneria sociale, i decenni di guerre, la corruzione, il collasso delle infrastrutture, e i ciclici disastri ambientali che portano con sé la carestia. Aveva visto persone affamate e voleva nutrirle. Voleva solo che alla gente importasse. Avrebbe scritto una canzone.

Nel 1984 Geldof e lo scozzese James “Midge” Ure scrissero a quattro mani e produssero “Do They Know It’s  Christmas?”. Con versi carucci come “C’è un mondo fuori dalla tua finestra / un mondo di terrore e paura,” e “Le campane di Natale che qui suonano / Sono gli sferraglianti campanelli della rovina,” questa canzonetta eseguita da boy band anni Ottanta e pop star non poteva certo essere additata come profonda o istruttiva sui mali dell’Africa. Ma il ritornello ammiccante “Feed the world” [Nutriamo il mondo] sembrava aver toccato la corda giusta. Il video e i testi erano privi di ogni immagine dei veri africani o delle aree colpite dalla fame che questa canzone voleva aiutare.

La canzone balzò al secondo posto delle classifiche dei singoli più venduti della storia del Regno Unito. Arrivò a vendere quattro milioni di copie e fruttò circa otto milioni di dollari. Ispirato dal successo di Geldof, il manager Ken Kragen voleva replicare il concetto di canzone pop che raccogliesse fondi per le vittime della fame. Decise di organizzare un grandioso contributo corale gremito di star alle sofferenze del mondo in seguito ai Grammy Awards del 1985. Il risultato fu “We Are The World”, scritta da Michael Jackson e Lionel Richie e prodotta da Quincy Jones. I ricavi dalla vendita del singolo andarono alla charity USA for Africa Foundation. Si stima che quella hit e altri eventi riuscirono a raccogliere la somma incredibile di 100 milioni di dollari.

Mentre Bob Dylan trilla, “Stiamo salvando le nostre stesse vite / Creiamo un giorno migliore / Tu e io,” gli ascoltatori non si sono mai accorti che la canzone non menziona nemmeno la fame o l’Africa. Il 13 luglio 1985 l’ispirato duo Geldof-Ure organizzò un concerto di beneficenza di 16 ore, il Live Aid, con l’intento di raccogliere fondi per aiutare l’Etiopia e quella che oggi è l’Eritrea, colpite dalla carestia. Furono in 175.000, secondo le stime, a partecipare a uno dei due concerti in contemporanea, a New York e Londra, e 1.5 miliardi di persone si sintonizzarono sul canale che trasmetteva il doppio live. Il concerto raccolse 245 milioni di dollari in fondi. L’idea di una canzone pop capace di portare agli occhi del pubblico un’emergenza umanitaria fu un successo sotto ogni punto di vista—a riprova del fatto che la cultura pop e i giovani possono essere la miccia del cambiamento.

Si potrebbe obiettare che il Live Aid ebbe meno impatto sull’Etiopia in particolare che sull’Africa in generale, nel senso che all’improvviso divenne figo voler dare una mano—anche se a fare cosa non è ancora chiaro. Il logo del Live Aid è una chitarra a forma di Africa con una piccola foto generica di un bambino africano denutrito in un angolo. Il che significa che nessuno imparò nulla del contesto in cui 400.000 etiopi erano morti di fame, mentre sullo sfondo c’era una guerra civile decennale e politiche socialiste che avevano reso l’allevamento quasi impossibile in molte zone. Era aiuto umanitario usato come arma di guerra. E questo non avrebbe funzionato in TV. Dove il denaro andò a finire o nelle tasche di chi, una volta raggiunta l’Africa, non è del tutto chiaro, e negli anni a seguire molte charity benintenzionate del continente americano furono accusate di aver fatto donazioni a una catena di organizzazioni che aiutarono a finanziare sanguinose rivolte, pulizie etniche e regimi corrotti.


Madre e figlio in un campo per civili fuori dalla base di Machar a Akobo, in Sudan del Sud.

Sono stati in pochi però a farsi domande fino al Live 8 del 2005, una serie di concerti internazionali con analogo cast, quando Bill O’Reilly di Fox News—proprio lui tra tutti—se ne è uscito chiedendo con malizia a Bono se ci fosse la possibilità che i fondi che stavano raccogliendo finissero nelle mani di signori della guerra e ufficiali corrotti. Il frontman degli U2 ha risposto in modo goffo, e la sua intervista è stata inserita a seguito di un pezzo ugualmente pungente sul Guardian. Poi, nel 2010, la BBC—che aveva mandato in onda proprio quel reportage che aveva ispirato Geldof a sognare e mettere in atto il Band Aid, il Live Aid, ecc—ha dichiarato che una significativa parte delle donazioni ottenute con questi mezzi era stata usata per comprare armi e uccidere persone. Geldof è uscito dai gangheri pubblicamente e ha fatto qualche delirante e frenetico tentativo di screditare la notizia della BBC. Salvare l’Africa aveva i suoi problemi, a ben guardare.

In ogni caso, numeri alla mano, anche se il Live Aid avesse davvero fruttato dieci miliardi di dollari, non avrebbe mai avuto la minima possibilità di salvare il continente. Secondo il Wall Street Journal, nel corso degli ultimi sessant’anni almeno un trilione di dollari in fondi per lo sviluppo sono stati trasferiti dai continenti più sviluppati all’Africa, ma non sembra che questo abbia avuto un qualche impatto.

Un esempio dell’atteggiamento naïf dell’Occidente è stato il trattamento mediatico riservato alla recente morte di Nelson Mandela, presentato come icona di pace e di cambiamento positivo per il continente. Il tipico riassunto della sua ascesa da terrorista messo dietro le sbarre a presidente dalla chioma argentea del Sudafrica post-apartheid e, infine, a mito sullo stesso livello di Gandhi tralascia solitamente qualcosina. Per esempio, che i membri del movimento Umkhonto we Sizwe (MK), i “combattenti per la libertà” anti-apartheid comandati da Mandela fino al suo arresto del 1962, erano noti per infilare pneumatici pieni di benzina al petto degli avversari per poi bruciarli vivi. Ancora nel 1985 Winnie, la moglie di Mandela, causò non pochi danni al movimento anti-apartheid dichiarando, “Con i nostri fiammiferi e le nostre collane libereremo questo Paese.”

Ma di solito, quando menziona Nelson Mandela, la gente non parla di questo. Quando Mandela si dimise dopo il suo primo mandato da presidente, fu salutato come una prova del fatto che l’Africa poteva aggiustare l’Africa, ma non furono offerte molte spiegazioni. Ed è allora che sono entrati in campo i pezzi grossi. Chi ha bisogno di Bob Geldof o degli Who quando ci sono Clinton, Gates e Buffet improvvisamente ansiosi di dimostrare che l’Africa può funzionare proprio come l’America—basta un po’ di sviluppo in più. Si sono concentrati sulle basi: acqua pulita, zanzariere anti-malaria, energia solare, educazione... chi più ne ha più ne metta. Giravi su un canale di news, ed ecco un miliardario o una celebrity che ti spiegavano come risolvere i problemi dell’Africa.

Dalla sera alla mattina, così sembrava, l’Occidente sapeva che c’erano diamanti buoni e “diamanti insanguinati”. Poi, anche se a nessuno di noi si poteva chiedere di ricordare il minestrone alfabetico di tutti i vari gruppi coinvolti nelle operazioni, sapevamo che i nostri smartphone richiedevano l’utilizzo di certi minerali che si trovavano in Congo, in miniere in cui talora lavoravano bambini. Forse un giorno potremo comprare uno smartphone responsabile come un paio di scarpe di tessuto che nutre un bambino in Uganda, o chicchi di caffè equo-solidali che fanno finire in tasca a qualche contadino qualche centesimo in più. Forse questo sistemerà tutto.

All’alba del nuovo secolo, l’11 settembre e l’Iraq hanno fatto passare l’Africa in secondo piano. Il terrorismo islamico, gli IED e i Talebani hanno spostato l’attenzione dell’America e dell’Europa sul come aggiustare il Medio Oriente e l’Asia Meridionale. L’Africa era—be’, l’Africa. Il continente nero. Oscuro. Inesplorato.

Sconosciuto. Poi, ai primi di marzo del 2012, alcuni ragazzi hanno trovato su internet un video amatoriale. Sembrava fatto in casa, c’era un uomo che parlava al figlio delle persone cattive in Africa. Il video Kony 2012 era stato creato da un piccolo gruppo di giovani filmmaker di San Diego, già precedentemente comparsi nel programma The 700 Club, dove avevano parlato dell’Uganda e avevano mostrato video di bambini rapiti. Questo video in particolare trattava in breve le deplorevoli azioni del leader dell’Esercito di Resistenza del Signore, Joseph Kony, che fino a quel momento era completamente sconosciuto al grande pubblico. Per l’Africa invece era roba vecchia—Kony se n’era andato dall’Uganda sei anni prima.

Lo scopo del film era renderlo “famoso” in modo che qualcuno lo catturasse. È anche stato uno degli eventi più grossi della storia dell’internet, e sembra che praticamente chiunque tra i 12 e i 35 anni sia a conoscenza del fatto che in Africa c’era un uomo molto cattivo che rubava i bambini e li trasformava in soldati. Kony è ancora introvabile, e nessuno sa cosa sia di lui. Ma tutti sanno che l’autore del video è stato ripreso mentre urlava nudo alle macchine che passano, proprio poco dopo l’uscita del film. Nel giro di qualche giorno, l’attenzione degli occidentali si è spostata dalla non-aggiustabile violenza in Medio Oriente a qualcosa di più semplice e più nobile: trova un uomo cattivo nella giungla africana, e tutto andrà bene. Al momento della morte di Mandela e del suo funerale gremito di vip a dicembre, sembrava, ancora una volta, che l’Africa potesse essere salvata.

Tagged:
africa
Stuff
Vice Blog
VICE Rivista
Sudan del Sud
Vol 10 Numero 3