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Il G8 come non l'avete mai visto

Intervista all'autore di The Summit, uno dei pochi, se non l'unico, documentari che inquadra i fatti di Genova sotto una prospettiva globale.

Negli ultimi undici anni si è parlato molto dei fatti di Genova, ma in pochi sono stati capaci di fermare la macchina da presa e infilarsi negli archivi delle autorità incaricate di redigere gli atti del convegno. Tra questi pochi ci sono gli autori di The Summit, un flim-inchiesta presentato alla Berlinale 2012 e in tanti altri festival in giro per il mondo. In Italia non è ancora uscito.

The Summit racconta di Genova nei giorni del G8 nella forma di documentario e inchiesta, con materiale d'archivio, interviste a testimoni, giornalisti e politici. Ma a differenza di quanto fatto finora, la Genova di The Summit si contestualizza in un panorama italiano e internazionale, un panorama che ne influenza irrimediabilmente gli esiti. In questo modo, il documentariova a cercare il peso di un contesto socio-politico che dopo undici anni continua a dimostrarsi precario e inaffidabile. Questa prospettiva ci ha incuriosito molto, spingendoci a contattare i diretti interessati. Di The Summit, Genova, polizia e strategie politiche abbiamo parlato con uno dei registi, Franco Fracassi, già autore di Zero - Inchiesta sull’11 settembre e Sangue e cemento, documentario sul terremoto in Abruzzo.

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VICE: Ciao Franco. Quando avete deciso di realizzare un’inchiesta sul G8, e perché?
Franco Fracassi: Più o meno nel 2008, quando ci siamo resi conto che nessuno aveva ancora parlato di quello che era successo, non veramente. Nel 2001 io e Massimo [Lauria, co-regista] eravamo a Genova. Massimo era lì per manifestare, io per lavorare. Lui la sfangò, io invece fui picchiato dalla polizia e finii in ospedale. In tutti questi anni abbiamo letto tante cose, abbiamo visto documentari, servizi, speciali, ma nessuno ha mai spiegato la verità dei fatti di Genova.   Perché un’inchiesta e non un film?
L’elenco dei fatti di per sé non dice nulla. Un fatto può essere interpretato e giustificato in centomila modi differenti, la questione è se raccontare la realtà o meno. Il lavoro di inchiesta serve proprio a questo, ed è una cosa che si fa sempre di meno. In Italia siamo rimasti noi e quelli di Report, anche se la loro è un’idea di inchiesta piuttosto diversa dalla nostra, soprattutto nei modi e nei temi. La scomparsa dell’inchiesta non interessa solo l’Italia, ma anche il resto del mondo. Qual è il valore di un lavoro documentaristico rispetto a un lavoro di fiction?
Il problema non sta tanto nei modi del raccontare ma negli argomenti trattati. Le fiction sono prodotti narrativi utilissimi, soprattutto per raccontare questo tipo di eventi. Con la fiction puoi raggiungere un alto numero di persone, il problema è quando questa prende il sopravvento sull’inchiesta. Prendi Diaz, parla dei pestaggi alla scuola Diaz e dei giorni a Bolzaneto, e lo fa attraverso le testimonianze di chi ha affrontato i processi. Diaz non ha niente a che fare con l’idea di inchiesta, non ha pensato al “cosa”, almeno non veramente, e non è andato oltre lo scattare una fotografia dei fatti di Genova, senza spiegarne i perché, la polizia, i Black Bloc o gli ordini impartiti. Un’inchiesta dovrebbe servire a spiegare i fatti, dall’interno, analizzandone i come e i perché. A Berlino avete avuto un’ottima accoglienza. Come mai The Summit non è ancora uscito in Italia?
Verrà distribuito anche in Italia, uscirà in autunno, verso ottobre o novembre. Non è uscito prima proprio per non accavallarsi all’uscita di Diaz. Successivamente uscirà anche in DVD, poi speriamo in qualche televisione. Intanto The Summit è stato invitato in oltre 40 festival in giro per il mondo, di cui tanti italiani. Diciamo che in qualche modo in Italia sta uscendo, speriamo in un’ottima accoglienza. Finora nei festival ha fatto il tutto esaurito, per il resto vedremo. Per ora siamo contenti. Come avete trovato i finanziamenti?
Non ci ha sostenuto nessuno, abbiamo provato la strada dei finanziamenti pubblici ma nessuno ci ha risposto. Gli unici che ci hanno dato un piccolo aiuto sono stati quelli della Genova Film Commission, poche migliaia di euro, molto utili ma purtroppo troppo poco per un film da 100 mila euro. L’aiuto maggiore l’abbiamo trovato in chi era in possesso del materiale video che ha deciso di sottotitolarcelo gratuitamente—quello è stato di grandissimo aiuto.

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Qual è stata la parte più difficile del vostro lavoro?
Intervistare i rappresentanti dello Stato, dalla polizia ai carabinieri. Non abbiamo avuto i permessi e alla fine siamo riusciti a intervistare solo figure sindacali. La storia che ti ha colpito di più?
A livello di impressioni, su fatti e testimonianze, purtroppo o per fortuna non mi sono imbattuto in niente di peggio di quella che è la mia esperienza personale. Da Genova sono uscito con ricordi indelebili, forti, il pestaggio, la polizia, l’ospedale. Peggio di quello non c’è stato niente, né dai documenti né dalle testimonianze raccolte.

Cosa ne pensi dei procedimenti giudiziari in corso?
Diciamo che ci sono stati sviluppi interessanti, ma che ovviamente quella giudiziaria è una verità parzialissima. Di solito la sentenza è una via di mezzo tra quello che dicono gli avvocati, i giudici e i testimoni. Poi ci sono le influenze politiche. Alla fine una sentenza può arrivare a contraddire la verità stessa. D’altra parte ad oggi non esiste un processo sui fatti di Genova, quelli che abbiamo sono tanti piccoli processi sui singoli eventi. Dal punto di vista giudiziario non c’è nulla che spieghi il perché siano accadute certe cose e chi siano i colpevoli. Per questo non esiste ancora una verità giudiziaria. Se ne avrà mai una?
Probabilmente no, una verità finale potrebbe esserci solo nel caso di una commissione di inchiesta parlamentare. È difficile, e probabilmente non accadrà, ma staremo a vedere. C’è sempre una verità. Ci possono essere diversi punti di vista ma alcuni paletti sono quelli, e da lì non si scappa. A quale conclusione siete arrivati in merito alla questione delle responsabilità?
Genova è stata una tappa decisiva per definire il mondo così come lo vediamo oggi. Una cosa di cui non si parla mai è il cosa si è deciso al G8 di Genova, nessuno ne ha mai parlato. Le decisioni prese in quel particolare G8 sono state fondamentali per il futuro del pianeta, l’oggi. Nel 2001 a Genova il mondo è stato costretto a salire su un treno senza fermate, lanciato contro i crack bancari di qualche anno fa. La crisi economica di oggi è il frutto di quelle decisioni e quello che è successo a Genova, nelle sue strade e nelle sue piazze, ha fatto sì che tutto potesse avvenire nel silenzio della stampa. Le decisioni prese erano importanti e nessuno doveva occuparsene, e così è stato. Quella di Genova, delle forze dell’ordine e degli strateghi è stata un’azione a due vie, diversione e distruzione. La guerra di Genova ha sconfitto i sostenitori di un modello diverso, è stato uno scontro mortale, e a vincere è stato il sistema economico attuale. Sua la colpa, lui il responsabile.

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Abbiamo fatto quello che volevano.
Sì, esattamente. Nonostante fosse necessario e anzi doveroso denunciare le violenze, i media sono cascati mani e piedi nel piano iniziale, distrarre l’attenzione da quello che doveva essere deciso, e di inchieste non ne sono mai state fatte. Sfido chiunque a citarmi un libro o un articolo o un film nato da un’inchiesta sul G8, non ne esistono, l’abbiamo capito durante la ricerca del materiale per il nostro film. Ad oggi si conoscono, o meglio si intuiscono, i responsabili pratici, non quelli ideologici, come l’FBI, i servizi segreti e il capo della nostra polizia, quel De Gennaro che gli americani chiamavano ‘mister FBI’. E di questo avete delle prove?
Abbiamo trovato parecchie testimonianze ma per mancanza assoluta di collaborazione delle istituzioni non abbiamo potuto inserirle nel film. Sono rimaste a noi in maniera non ufficiale, a telecamere spente. Detto questo, in base alle ricostruzioni che abbiamo fatto, sono convinto che la verità sia proprio questa. Ho studiato le carte, ho sentito testimoni e ho avuto le mie esperienze personali, non ho prove per condannare nessuno, ma potrei avere abbastanza elementi per fare dimettere qualcuno. Ci sono invece prove della presenza di infiltrati?
Prove no, testimonianze tante. La ricostruzione dei fatti ci dice che di infiltrati ce ne stavano a centinaia, se non a migliaia. In una manifestazione del genere è normale, è prassi della polizia infiltrare degli uomini per evitare situazioni di tensione e controllare la situazione. Una cosa però è infiltrare per fornire informazioni ed evitare problemi, un’altra è infiltrare per crearli. A Genova abbiamo assistito a questa seconda opzione. Gli infiltrati provenivano da tutto il mondo. C’erano francesi, tedeschi, americani, inglesi, spagnoli, giapponesi e così via. L’infiltrazione di questi elementi all’interno del movimento è stata fatta in maniera scientifica, i Black Bloc non sono stati altro che la realizzazione massiccia di questa modalità. Avete scoperto qualcosa di nuovo sul discorso Black Bloc?
Sì, abbiamo raccolto testimonianze di persone che hanno visto più di un Black Bloc entrare nei quartieri generali delle forze dell’ordine, dentro e fuori, in continuazione. Parlavano con i poliziotti, amichevolmente, poi prendevano e andavano a spaccare tutto.

Avevate anche un altro obiettivo oltre al semplice racconto? Pensi che i documentari abbiano anche un obiettivo politico?
Il nostro lavoro è un lavoro politico. Politico vuol dire analizzare in maniera approfondita, e in qualche modo distaccata, la realtà, per dare la possibilità a chi può di interpretare prima e decidere poi. Il nostro è un lavoro che si concentra sulla prima parte di questo processo, abbiamo raccolto informazioni, e abbiamo fornito il materiale e l’approfondimento necessario per prendere le decisioni del caso. Il nostro non è un lavoro politico nella definizione classica del termine, ma lo è nel suo significato più profondo, la verità. Per questo tutti i nostri lavori sono politici. Non siamo schierati, ma ogni nostro lavoro si porta dietro un’idea di verità. Prossimo progetto?
Abbiamo appena finito un film su Berlusconi, è un‘inchiesta e si chiama Berlusconi, la genesi. Spiega l’origine e la genesi dei soldi di Berlusconi, dall’inizio degli anni Sessanta alla fine degli anni Settanta.

Avete scoperto qualcosa di nuovo?
La storia che Berlusconi si è fatto da solo è una cavolata. Non ha creato nulla di quello che dice di aver creato, e i soldi che l’hanno aiutato a inizio carriera non gli sono mai appartenuti. Nulla è stato frutto del suo cervello, né i suoi soldi, né la sua iniziativa. Gli hanno sempre servito tutto, soprattutto il padre, direttore di una banca chiusa perché della mafia. Berlusconi è stato la persona giusta al momento giusto. Se nascesse adesso non farebbe nulla di quello che ha fatto quaranta, cinquant'anni fa, almeno probabilmente.