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Com'è crescere con una madre alcolista

Mia madre ha sempre bevuto. Quando era giovane era normale, ma con gli anni e la separazione da mio padre le cose sono peggiorate. E dato che spesso le testimonianze sul tema sono piene di cliché, ho deciso di raccontare la mia storia.

di Marianna Luisa Bukowska
11 marzo 2015, 12:14pm

Illustrazione di Sarah Schmitt.

Conosco parecchi alcolisti—bevitori abituali e bevitori compulsivi. Conosco anche qualche figlio di alcolisti, me stessa per prima.

Nonostante ciò, la maggior parte delle testimonianze di convivenza con l'alcolismo che ho letto—specialmente da quando c'è internet—cade spesso nel ridicolo. Di solito contengono una retorica sensazionalista di abuso o trascuratezza, e anche quando mi capita di condividerli sui social perché ci trovo un qualcosa di vero o mi colpiscono, mi sembrano pieni di cliché imbarazzanti. Ma che ci posso fare? È la mia storia.

Mia madre ha sempre bevuto. Quando era giovane, era normale. Per le sue amiche era "la regina," perché riusciva sempre a catturare l'attenzione di tutti. Sia lei che mio padre erano musicisti e si spostavano spesso. So che sembra una generalizzazione, ma per come la vedo io, il suo essere così estroversa e priva di uno stile di vita regolare ha largamente contribuito allo sviluppo dell'alcolismo.

Dopo che lei e mio padre si sono lasciati, le cose sono andate di male in peggio. Mi voleva bene e voleva prendersi cura di me, ma era sopraffatta dalla separazione.

Il mio primo ricordo risale a un Natale in cui ho pianto tutto il giorno perché mi aveva picchiata. Ero seduta in ingresso, a pensare a come ormai le botte fossero un'abitudine. Succedeva ogni giorno, da settimane, e io avevo sperato che in una giornata speciale come quella sarebbe cambiato qualcosa.

In quel periodo mia madre aveva già incominciato a insegnare. Me lo ricordo come se fosse ieri: quando sono malata mi compra adesivi e caramelle. Mi piace essere malata, ma quando beve tutte quelle accortezze spariscono nel nulla. Mi chiudo in camera, mentre lei rimane fuori dalla porta per ore, a imprecare e urlarmi di uscire.

La mattina dopo sembra sempre che non sia successo niente. Mia madre mi compra le mie merendine preferite e se accenno alla sera prima mi dice: "Non è vero, non ti inventare le cose. Non ti metterei mai le mani addosso. Ti voglio troppo bene per fare una cosa del genere." Ne è convinta.

La sua malattia è peggiorata con l'età. Ha continuato ad andare al lavoro, ma a farmi paura erano i fine settimana e i giorni liberi. Se è a casa beve tutto il giorno, e spesso arrivata a sera non riesce a mettersi in piedi se non col mio aiuto. E poi, c'è la paranoia. Può capitare che si svegli e decida di spruzzare lo spray per gli insetti sotto della porta del nostro padrone di casa, spinta dalla convinzione che ci stia avvelenando l'acqua. È successo.

Una domenica entro in sala da pranzo. È una stanza grande, ordinata e luminosa, e la trovo seduta sul divano. Sta fissando un mobile. È di legno scuro, e riflette la luce del sole. "Tu," dice al mobile, "adesso sì che ti vedo, sei d'oro."

Si inventa continuamente regole che poi dimentica. Se torno a casa con mezz'ora di ritardo mi dà della zoccola. Io ho 16 anni, lei 43. Mi porta in ristoranti costosi e beve prima e dopo il pasto. Mi accusa di mangiare troppo, poi si lamenta perché mangio troppo poco. Mi dice che sono grassa, e io per un po' cerco di controllare il mio meso. Per circa un anno mangio solo mezza pagnotta, un'insalata e sei mele al giorno. Se mangio di più, mi infliggo delle punizioni.

A 17 anni vado in vacanza con un'amica. Quando torno, mia madre è in ospedale. In mia assenza ha sofferto di delirium tremens—un tipo di attacco epilettico che colpisce gli alcolisti in astinenza. Ha rischiato di morire. Mi dicono che nei suoi deliri mi vedeva morta, vestita di nero, mentre lei andava di cimitero in cimitero a cercare la mia tomba.

Vado a trovarla in ospedale, in psichiatria. È sobria, e sono anni che non la vedo così. Non la riconosco. È come avere una madre invece di un mostro. Mi regala un disegno di un gufo.

In autunno mia madre torna a casa e ricomincia a bere. Rovescio nel lavello una bottiglia di champagne analcolico. Andiamo a cena fuori e lei vuole ordinare del vino, ma le chiedo di non farlo. "Bevi pure, ma non quando sei con me," la imploro. Lei ordina il vino e io me ne vado.

Capisco che per mia madre l'alcol è più importante di me. Capisco di non poterla aiutare. Capisco che la sua dipendenza è più forte di me, e lo sarà per sempre. Ho 18 anni, e me ne vado di casa.