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Hiba Krisht: Il mio allontanamento dalla religione è stato una conseguenza dell'incapacità di adeguarmi al ruolo della donna e alle richieste di modestia dell'Islam e delle altre religioni abramitiche. Sentivo che il mio corpo veniva continuamente esaminato e messo all'indice. Il mio comportamento veniva monitorato alla luce della percezione del mio corpo. Troppo spesso nei precetti islamici della modestia i corpi vengono trattati come una fonte di vergogna, mentre la retorica a favore del velo avvicina le donne a oggetti che possono essere posseduti e utilizzati, paragonandole a perle in un'ostrica o a caramelle da scartare. La parola araba usata negli ambienti religiosi per indicare le parti del corpo che vanno assolutamente coperte è 'awrah (عورة), un termine che rimanda al concetto di imperfezione. Il corpo non coperto delle donne viene ricondotto alla fitnah (فتنة) per descriverne la "tentazione". È lo stesso termine usato anche per riferirsi a rivolte, guerre civili e discordia. Queste sono le parole che crescendo abbiamo sentito associare a noi e ai nostri corpi.
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In realtà quando portavo il velo non facevo altro che comportarmi come si sarebbe comportata una donna che lo indossava—ovvero con modestia, sommessamente, limitando la mia presenza in pubblico e le mie interazioni con altre persone; più che una mia convinta adesione a quel ruolo, era la mia famiglia a spingermi a farlo. È stato un grande esercizio di autocontrollo. Ero costretta a mentire: mentivo con il mio corpo, con le mie azioni, con il mio viso, con le parole che pronunciavo—perché dovevo compiere rituali in cui non credevo, dovevo essere d'accordo con opinioni che detestavo e tacere di fronte a espressioni di misoginia, razzismo e omofobia. Ho imparato a nascondermi e a comunicare in segreto, per riuscire ad avere quel minimo di calore umano che mi permettesse non solo di sopravvivere ma di vivere.
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È una preoccupazione legittima. Purtroppo il fanatismo anti-islamico è un problema reale—un problema a cui, aggiungerei, non sono immuni nemmeno gli ex musulmani atei, perché si basa su una generalizzazione che ha le sue radici un'appartenenza etnica, culturale e razziale che è comunque nostra. Molti non-musulmani sono vittime di questo fanatismo, perché vengono percepiti comunque come appartenenti alla cultura islamica. Un altro problema che ci colpisce è il fatto che le nostre abitudini di vita passate e presenti siano raccontate in modo distorto e sfruttate dalla retorica di destra, che le trasforma in elementi di divisione invece che in elementi che possono spronare il cambiamento e il progresso. Abbiamo un sacco di ragioni per essere preoccupati dal fanatismo anti-Islam, per condannarlo e per fare sì che le nostre battaglie non vengano strumentalizzate per i suoi fini.La possibilità che il nostro lavoro venga strumentalizzato c'è sempre, ma è un lavoro troppo importante per rinunciarci. Ci sono ancora troppi passi in avanti da fare per quanto riguarda le libertà di base e il diritto al dissenso e all'apostasia nelle società arabe e musulmane e nelle comunità di tutto il mondo legate a questo ambito. Non è che ignoriamo il problema. Speriamo di minimizzare i rischi cercando di sostenere il nostro lavoro con la razionalità e con l'empatia umana, specialmente quando si tratta di discutere circostanze particolari invece che generalizzare sull'Islam e i musulmani. Cerchiamo di essere molto chiari e aperti per quanto riguarda le nostre vedute liberali e anti-razziste, di schierarci con forza dalla parte della libertà e dell'autonomia personale, sia per chi crede che per chi non crede.Segui Simon Davis su Twitter.
