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reportage

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Un viaggio nel cimitero cinese dei computer.
9.12.07

Per anni ho sentito favoleggiare di un misterioso cimitero da qualche parte in Cina. Su internet e da amici cinesi sentivo voci di montagne di computer rotti, pile di chip, mucchi di schede madri e cartucce di stampanti che ingolfavano le stradine di un paesino dell’Asia meridionale. Ma a quanto pare il governo cinese, notoriamente riservato su certi argomenti, teneva questo luogo nascosto. Era un po’ come il leggendario cimitero degli elefanti, ma in versione tecnologica, e sorvegliato da comunisti cattivissimi. Ho deciso che scovarlo sarebbe stata la mia missione.

Alla fine ho scoperto che l’80 percento di tutta la tecnospazzatura del mondo finisce a Guiyu, una cittadina nella provincia meridionale di Guandong. La città importa più di un milione di tonnellate di questa roba l'anno. Circa il 90 percento dei computer di Hong Kong finisce qui, ma il 60 percento dei rifiuti viene prodotto dagli Stati Uniti. La posizione di Guiyu è stata tenuta segreta dalle autorità cinesi, ma sapevo che Shenzhen è la città più importante del Guangdong e distava solo un’ora e mezza da Hong Kong.

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Anche se Hong Kong fa di nuovo parte della Cina, a Shenzhen abbiamo dovuto passare attraverso il controllo della dogana. Da lì ho preso un bus per Cheng Dian, supponendo fosse la città più vicina a Guiyu. Sul bus la situazione ha cominciato a farsi inquietante, quando la hostess ha tirato fuori una videocamera e ha cominciato a filmare tutti i passeggeri, “per motivi di sicurezza”. Io ero l’unico occidentale. Durante le tre ore di viaggio lo stesso spot ha girato a ciclo continuo sulla tv del bus. Mostrava il divertimento, la felicità e il benessere offerti dalla città di Shenzhen. Guardando le fabbriche grigie, il mare di cemento e le colonne di fumo susseguirsi fuori dal finestrino mi sono chiesto se gli altri passeggeri fossero stati minimamente convinti dallo spot. Verso la fine del viaggio ho conosciuto una studentessa universitaria che parlava un po’ di inglese. Ho corso il rischio, e le ho chiesto dove si trovasse Guiyu. All'inizio è rimasta interdetta, e mi ha risposto che non esisteva una città con quel nome. Ma si vedeva che sapeva qualcosa, e allora ho insistito finché non mi ha scritto delle indicazioni su un foglietto.

Siamo arrivati a Cheng Dian di notte, e ho preso una stanza in un hotel da due soldi. Ho passato il giorno seguente a cercare qualcuno che mi potesse dire qualcosa di più su Guiyu. La gente del posto negava che esistesse. Fortunatamente alla fine ho trovato un tassista disposto a portarmi per la somma relativamente astronomica di 40 euro. Gli ho dato le indicazioni che la ragazza sul treno mi aveva scritto, e siamo partiti nella quasi completa oscurità. Alla fine il tassista mi ha mollato all’unico albergo nelle vicinanze di Guiyu. Dalla macchina riuscivo a vedere solo un grosso blocco di cemento bianco, apparentemente circondato dalla spazzatura. Sono sceso dal taxi, e davanti a me ho trovato la scena più surreale che mi sia mai capitato di vedere.

Era un oceano di spazzatura. I rifiuti cominciavano ad ammucchiarsi dai muri esterni dell’albergo, e non avevano fine, a perdita d’occhio. L’intera cittadina era come un cantiere, le vecchie capanne di legno sostituite da scheletri di casermoni non finiti. Si poteva intuire qualcosa della storia di cittadina di campagna di Guiyu, guardando le capanne che una volta costituivano la gran parte della città, ma il business della tecnospazzatura ha richiesto la costruzione di alloggi per i 200.000 lavoratori stagionali che si sono trasferiti a Guiyu negli ultimi sei anni. Ovunque intorno a noi c’erano persone che trasportavano o scaricavano pezzi di computer. Pile di pezzi di hardware si ammassavano vicino ai cantieri, strati e strati di schede madri e lettori CD erano abbandonati nei cortili, migliaia di sacchi di chip erano buttati aperti all’interno e all’esterno, formando delle piccole montagne tra le abitazioni. I bambini giocavano per la strada scambiandosi chip di colori diversi, mentre le donne raccoglievano le parti diverse per tipo, e le lavavano con l’acqua. I pannelli pieni di circuiti venivano immersi nell’acido per recuperare frammenti di oro, per poi essere bruciati o seppelliti.

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Ho visto con i miei occhi bambini tra i cinque e dieci anni che lavoravano in baracche senza ventilazione, con gente che bruciava di tutto, dalle parti di metallo dei computer fino ai cavi per recuperare il rame. Quando il PVC e il materiale isolante al bromo intorno ai cavi bruciano rilasciano grandi quantità di diossina e furano, due degli agenti inquinanti più forti e resistenti nel tempo. Di conseguenza il fiume locale è così contaminato che i livelli di acidità sfiorano il 100 percento. L’acqua contiene qualcosa come 2.400 volte la quantità di piombo consentita, e non è certo un segreto. Il fiume è letteralmente nero, per i toner delle stampanti e per le schede madri bruciate che ci vengono lavate dentro. I toner contengono il nero carbone, un noto agente cancerogeno, ma gli abitanti si lavano in quel fiume, ci fanno il bucato e ci pulivano anche il cibo. Sopra l’acqua ristagna un’aria densa di fumo. Nella zona la terra è così intrisa di veleni che non ci cresce nulla. Tutto il cibo e l’acqua da bere vengono importati da fuori città.

Il mio terzo giorno a Guiyu sono riuscito a farmi portare alla discarica principale. Le montagne di pezzi di computer che avevo visto fino a quel momento erano niente rispetto a ciò che mi aspettava. Le strade erano sempre bloccate dal passaggio di camion, moto, e persino muli che trasportava parti da “riciclare”. Era un inferno. Denso fumo nero copriva la città come una tempesta. Persino respirare faceva male.

Mi ero fermato a fare delle foto, quando una donna furiosa si è materializzata all’improvviso e ha cominciato ha inseguirmi con la sua scopa, cercando di prendermi la macchina fotografica. Non volevo trovarmi in una situazione problematica in una discarica illegale nella Cina meridionale, per cui sono ritornato alla macchina di corsa. Lei mi ha inseguito, sventolando la scopa come una mazza da baseball e picchiando sui finestrini. Ha rotto il vetro. Era accecata dalla furia, ha infilato la scopa nel parabrezza e ha cominciato a colpirmi sulla testa.

Allora è arrivata la polizia, per—ho pensato ingenuamente—salvarmi dalla pazza. Mi sbagliavo di grosso. Mi hanno ordinato di rimanere nella macchina mentre interrogavano tutti i presenti tranne la donna, a cui hanno permesso di tornarsene tranquillamente nella sua baracca. La gente si affollava intorno alla macchina e mi fissava come se fossi una bestia rara. Dopo un po’ la polizia ha detto al mio autista di seguirli al comando, dove mi hanno interrogato per un’ora con l’aiuto di un traduttore. Gli ho detto che ero uno studente universitario in vacanza. Avevo già nascosto i rullini buoni, così gliene ho dati alcuni di quelli mal riusciti. Mi hanno lasciato tornare all’albergo, guidato dal povero tassista con il parabrezza spaccato.

Qualche giorno dopo ho sentito bussare alla porta. Era la polizia, di nuovo. Mi hanno riportato al comando, dove sono stato interrogato da sei poliziotti. Ero convinto che mi avrebbero ucciso. Dopo aver ripetuto la stessa storia per un’ora, li ho convinti che ero solo uno studente in vacanza. Mi hanno creduto! Fino a quando il proprietario dell’hotel gli ha fatto vedere la mia carta d’identità. Alla voce professione, c’era scritto “fotografo”. Ooops. L’interrogatorio è ricominciato. Io ho fatto il finto tonto, gli ho detto che ero solo uno studentello che faceva il fotografo dilettante e che non avevo idea di cosa c’era nella loro città. Dopo tre ore alla fine mi hanno rilasciato, e mi sono levato dai coglioni in fretta e furia. Non ci tornerò mai più.