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Il sangue nell'Islam: tra Eid e Ashura

Per molti, il dolore e la tristezza non hanno alcun posto nella spiritualità. Ma per altri, in un certo senso, è proprio questo il punto.
02 novembre 2012, 12:56pm

In questo periodo del calendario islamico, ci troviamo a metà tra due feste in cui il verbo si compie attraverso il sangue versato: Eid al-Adha, celebrata la scorsa settimana, e Ashura, prevista per novembre inoltrato. In entrambi i casi, le ricorrenze sono accompagnate da un dibattito sul significato di questo sangue e sul modo in cui la "religione" dovrebbe apparire.

La scorsa settimana, i musulmani di tutto il mondo hanno festeggiato Eid al-Adha. Il personaggio fulcro di questa tradizione non è il profeta Muhammad, bensì Abramo, la cui disponibilità a sacrificare quanto di più caro avesse nella vita—il proprio figlio—a scapito delle tentazioni demoniache è riprodotta all'interno del pellegrinaggio islamico attraverso la "lapidazione di Satana", momento in cui i fedeli scagliano pietre contro tre steli simbolo del diavolo. In onore della sottomissione di Abramo alla volontà divina, i musulmani celebrano l'Eid con il sacrificio di un animale.

Verso la fine di novembre, invece, gli sciiti commemoreranno un altro sacrificio: il martirio di Husayn, nipote del Profeta. Secondo una pratica particolarmente controversa anche all'interno delle stesse comunità sciite, molti fedeli mostrano il proprio amore per il martire in un'autoflagellazione collettiva. L'immagine di uomini che sfilano lungo la strada tra le lacrime, coperti dal loro stesso sangue, è diventata un'arma di grande effetto per i denigratori dello sciismo: se alcuni sunniti la sfruttano per motivare la propria teoria dell'illegittimità degli sciiti quali musulmani, gli islamofobi ne hanno fatto una prova del carattere fanatico e violento della religione.

Sia nel caso dell'Eid al-Adha che in quello dell'Ashura, ci sono oggi musulmani decisi a riformare queste pratiche per farle coincidere con la loro idea di modernità, razionalità e umanità. Nelle versioni alternative dell'Eid, lo sgozzamento dell'animale e la distribuzione della sua carne ai bisognosi può essere sostituita da altre forme di beneficenza. Per commemorare il sacrificio di Husayn, invece, altri decidono di donare il sangue come alternativa o complemento all'autoflagellazione. Nel giorno di Ashura, in Iran—paese a maggioranza sciita—le banche del sangue raccolgono il quadruplo delle dosi rispetto alla media.

Apprezzo gli sforzi di chi interpreta le storie di Abramo e Husayn come inviti a un'azione etica nel mondo. I musulmani che si astengono dal sacrificare animali nel giorno dell'Eid lo fanno in base alla credenza per cui l'Islam privilegia compassione e misericordia. Coloro che donano il sangue in occasione dell'Ashura seguono l'esempio di Husayn, che versò il proprio in una maniera molto più drastica. Seppure decisi a innovare la pratica, quindi, questi musulmani rimangono attaccati alle tradizioni, cercando di traghettarne potere e significato in altri contesti.

Purtroppo, però, alcuni dei musulmani che invocano queste riforme finiscono col passare essi stessi per islamofobi, accusando i propri fratelli e sorelle di "cieca aderenza" a rituali "insensati" e "barbari". Adottando la linea che determina cosa renda buona una religione facendo della mente, e non anche del corpo, l'unica sede del significato, affermano non ci sia nulla di spirituale nel versare il sangue.

Se si è contrari al cibarsi di animali, posso comprendere il rifiuto a sgozzarne uno per l'Eid. Ma io sono un carnivoro, e non allevo o caccio la carne che mangio. Traggo beneficio dalla distruzione di animale senza nemmeno doverci pensare. Il sacrificio dell'Eid, se compiuto con giudizio, obbliga al confronto con la crudele realtà che ci sostiene. Che, a mio avviso, è cosa preferibile al comprare carne al supermercato e fingere di non avere nulla a che fare col processo. 

Negli Stati Uniti, dove vivo, non è facile trovare una moschea in cui ci si possa autoflagellare per Husayn, ma almeno ho la possibilità di unirmi ad altri fedeli e praticare il matam, ovvero colpirmi il petto finché la pelle non sarà rossa e bruciante. Husayn ha lasciato Mecca per Kerbela con la promessa che avrebbe completato i riti del pellegrinaggio sacrificando non un animale, ma la sua stessa vita; come per l'agnello, la morte di un innocente è diventata una fonte di sostentamento per altri. Piangeremo per lui e per i martiri che lo accompagnavano in quello scontro impossibile, per il nostro stato di peccatori come beneficiari del suo sacrificio, e imprimeremo il nostro amore, dolore e colpa sui nostri corpi. Per ogni colpo della mia mano sul petto, rifletto sul dolore di Husayn. Ogni giorno è Ashura, disse uno dei discendenti di Husayn; ogni terra è Kerbela. L'uccisione di Husayn per ordine di un tiranno rappresenta l'ingiustizia e la sofferenza che continua fino ai giorni nostri. Tuttavia, mentre nel mondo permangono oppressione e privilegi di varia natura, so di occupare il ruolo degli assassini di Husayn più di quanto non occupi quello dei suoi sostenitori.

Molte persone, musulmani o meno, direbbero che versare sangue è terribile e che il dolore non ha alcun posto nella spiritualità. Certamente, queste pratiche non devono necessariamente farci sentire bene. Sgozzare un animale non è divertente. Ma tra queste due ricorrenze, ricordiamo a noi stessi della violenza delle nostre vite—la violenza che continua a nutrirci—e del nostro ruolo all'interno di essa. È triste, ed è pesante. Qualcuno non vuole far posto a tristezza e peso nella propria religione, e va bene; ma per me, in un certo senso, è proprio questo il punto.