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Vice Blog

LE DONNE-MULO DEL MAROCCO

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di it
01 aprile 2011, 12:20pm

Ogni mattina, alle sei, Malika e migliaia di altre donne contrabbandiere, conosciute come porteadoras, si riuniscono alla base di un'immensa recinzione di metallo che unisce Marocco e Spagna. La polizia marocchina, con gradi variabili di sensibilità, suddivide la folla in file, prima che le donne si lancino oltre il confine su Melilla, Spagna, per racimolare il loro salario quotidiano come muli contrabbandieri verso il Marocco. L'attraversamento è noto come Barrio Chino, ad aspettarle dall'altra parte, al centro dell'esplanade spagnola, stanno dozzine di furgoncini bianchi pieni di vestiti di seconda mano, scarpe, coperte e stoffe, pneumatici, pacchetti di patatine, carta igienica, e un gigantesco ammasso di altri articoli per la casa, sia di prima necessità che ludici.

Quando i cancelli stanno per essere aperti, Malika, che ha 44 anni e lavora su questo confine da un decennio, indica il cielo col dito, come un'atleta professionista, e biascica una preghiera ad Allah, una specie di formula tradizionale pronunciata di solito in punto di morte - ed è una cosa totalmente ragionevole da fare, vista la prova da affrontare. È possibile che sia calpestata a morte dalle donne in preda al delirio del contrabbando di TP e alcool economico – come Safia Azizi, che alla fine del novembre del 2008 morì a causa di un polmone perforato, calpestata in seguito a una fuga precipitosa.

Malika contrabbanda avanti e indietro su questo confine da dieci anni. Trasporta quante più borse le permette il tempo a disposizione.

Alle 6.30 del mattino, i cancelli di quella che i marocchini chiamano "la Gabbia" vengono finalmente aperti. Si stima che 8.000 marocchini, di cui una grande maggioranza donne, lo attraversino tutti i giorni portando in spalla merci di ogni tipo.

Mi fermo per parlare con un poliziotto, e, non appena le donne iniziano a fluire attraverso il confine, persino lui è inorridito.

"Guarda lì." dice. "Pensi che una cosa del genere appartenga a questo secolo? Migliaia di donne che portano carichi che nemmeno io riuscirei a sollevare? Prova a sollevarne uno."

Una volta raggiunta la parte di Melilla del Barrio Chino, gruppi di mule si organizzano velocemente e iniziano a caricare. Vedo una donna raggrinzita, ha una sciarpa sudicia attorno al collo per asciugare il sudore. Si piega all'altezza della vita e un altro pacco da 50 kg le viene scaricato sulla schiena. Riesco a sentire la colonna vertebrale scricchiolare, i suoi denti sbattere l'uno contro l'altro e sembra che io sia l'unica ad impressionarsi. La gente ha in testa altro, ovviamente: borse di semi di girasole, pezzi di macchine sparsi, bottiglie di roba da bere, scatole di scarpe, vestiti di ogni tipo.

Un'altra donna si china, finché la testa non arriva praticamente all'altezza del pavimento, e le vengono piazzati sulla schiena circa 80 kg di mercanzia. Un'altra donna ancora, Yamila Agao, sta aspettando pazientemente che il suo capo arrivi dal magazzino con un carico di scarpe.

"È in ritardo! Vuol dire che avrò il tempo di fare un solo attraversamento." dice. Yamila mi racconta che, a 32 anni, è divorziata, esito di un matrimonio combinato con un cugino che non ha mai imparato ad amare.

Yamila mi invita ad andare con lei nella casa che condivide con altre porteadoras, nel quartiere suburbano di Darb Annamus, vicino al confine su cui lavorano. L'area è completamente circondata da una discarica e il tanfo rende difficile respirare. È una nauseante baracca senza finestre – in tutto pagano 50 euro al mese di affitto. Mi scortano attraverso una litania di biografie orribili (uomo avaro, uomo morto, e via così) e spiegano che il contrabbando permette loro di sbarcare il lunario.

Mi spiegano anche la logistica dell'operazione: i lavoratori, sul lato spagnolo, preparano pacchi di beni, le staffette li portano in macchina al confine, al Barrio Chino, i distributori li dividono, i marcatori li numerano così che possano essere contati sulle ricevute e finalmente le porteadoras riportano i pacchi indietro in Marocco. I grossisti e i proprietari dei magazzini, come ogni impresa a stampo mafioso di qualsiasi paese, riempiono le borse di soldi per pagare tutti, in modo che, alla fine, nulla impedisca al flusso di denaro di tornare a loro. Una fonte della polizia ha recentemente confermato che l'industria genera circa 500 milioni di euro all'anno.

La Guardia Civil viene spesso alle mani con le porteadoras.

Alla Gabbia, la mattina seguente, chiedo a un paio di poliziotti cosa pensano della situazione.

"Guarda," dice un agente, "il governo spagnolo non si sbarazza di questa mafia, perché non è nel suo interesse."

"Per evitare di urtare la sensibilità del Marocco, e anche perché girano molti soldi in questi affari." aggiunge un altro agente.
"Ma è orribile! È come nel medioevo. Scusate, devo andare...vi lascio." Si dirige a cercare di riordinare una coda dove una gomitata involontaria o una spinta hanno provocato una rissa tra le donne.

"Se non fossimo qui, si ucciderebbero a vicenda,"dice il primo agente.

Un altro agente, non ha voluto dare il suo nome per paura di rappresaglie, mi racconta come il governo locale di Melilla abbia legalizzato questo commercio, per così dire atipico, nel Barrio Chino. Le autorità hanno di fatto eretto un cartello che raffigura una sagoma femminile (con tanto di formosa pendolare invece di una porteadora ricurva!), che porta una borsa grande un terzo rispetto a quelle che portano le donne qui. Il messaggio è chiaro. Da questa parte, povere e sventurate contrabbandiere.

Quello che il cartello dimentica di segnalare sono le mazzette. Dozzine di ufficiali di dogana si mettono in linea sulla strada per tornare in Marocco, e le donne possono passare solo dopo aver offerto un contributo ad ognuno di loro.

"Ogni porteadora paga cinque dirham [60 centesimi] ad ogni agente che chiede loro di vedere i documenti." spiega Abdelmounaim Chaouki, presidente del Dipartimento di Stato della Società Civile del nord del Marocco. "Se si rifiutano di pagare, viene loro negato l'accesso e vengono rispedite in fondo alla fila."

Il diciannovenne Yousre Salló è figlio di un ufficiale di dogana e non si fa illusioni sulla vastità della corruzione in un'industria in cui sono proprio i funzionari civili marocchini a precipitarsi. Qui sul confine il loro salario raddoppia. Lo stesso Yousre lavora come contrabbandiere, ma riceve un trattamento speciale.

"Non tocco una borsa per meno di dieci euro." mi dice. I suoi meno fortunati colleghi sono comprensibilmente invidiosi.

"Trasporta la nostra stessa quantità, ma guadagna il doppio di quello che guadagnamo noi" si lamenta Zacarias Biniya, un ventenne di Meknés, nel nord del marocco. Con opache prospettive per il futuro, Zacarias e quasi tutti i suoi amici vedono il contrabbando come l'unica opzione. Beh, a parte emigrare illegalmente.

"Avevo un vicino che ha preso un gommone per la Spagna, non ne abbiamo più saputo nulla," mi dice, abbassando la testa.

Dopo un istante di silenzio, Zacarias si scuote e alza le mani callose. Mi racconta della sua esperienza da quando ha iniziato a lavorare qui, tre anni fa.

"Sono stato umiliato e picchiato sia dalla polizia spagnola che da quella marocchina," dice. "Quasi tutti i poliziotti spagnoli nati in Marocco ci trattano come merda. Quando mi rivolgo a loro in Berbero, mi insultano in Spagnolo. Non vogliono davvero aver niente a che fare con noi." Pensa silenziosamente per un secondo. "Se il governo chiudesse il contrabbando, sarebbero obbligati a trovarci un altro lavoro."

È mezzogiorno quando il confine chiude e il contrabbando si ferma. Come spesso accade, alcune delle porteadoras, ancora ansimanti e senza fiato, sono rimaste bloccate dal lato spagnolo del Barrio Chino e guardano dall'altra parte, i loro carichi sono arrivati troppo tardi perché potessero compiere l'ultimo viaggio di ritorno in Marocco.

Il confine di Beni-Enzar, tra Nador e Melilla, visto dalla parte marocchina.

Una porteadora è appena stata caricata di un pesantissimo pacco, sul lato spagnolo del confine.

TESTO DI BEATRIZ MESA
FOTO DI JORDI PIZARRO