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Mike Judge

Intervista al creatore di Beavis & Butt-head
11.12.11

Senza Mike Judge non sarei arrivato dove sono oggi. Ovvero a bordo di un taxi, di ritorno da un elegante hotel di Midtown Manhattan dove un’ora fa Mike e Terry Richardson, col volto coperto da maschere di Beavis e Butt-head, ridacchiavano come due quindicenni, insieme a tutti gli altri presenti.

In termini meno materiali, quello che voglio dire è che, senza di lui, non sarei me stesso. Ovvero, una persona estremamente cinica che a fine giornata preferisce de_ride_re questo terribile mondo piuttosto che piangersi addosso o diventare un serial killer. Potremmo dire che il lavoro di Mike—e qui penso soprattutto a Beavis & Butt-head e ai film Impiegati... male! o Idiocracy—rappresenta qualcosa di simile a un meccanismo di difesa, una sorta di antidepressivo animato che in più occasioni mi ha permesso di dire, “Questo tizio si guadagna da vivere prendendo in giro lo schifo che ci circonda. In fondo, allora, non va così male.” Credo che la maggior parte dei miei amici la pensi come me, anche se forse non tutti sentono il bisogno di giustificarlo con simili ingarbugliamenti analitici.

Il recente ritorno di Beavis & Butt-head su MTV mi ha ovviamente entusiasmato. Ma non ho potuto fare a meno di chiedermi come l’avrebbero presa i giovani: possibile che il pessimo stato della cultura pop odierna, unito alla leggerezza da fichette permalose con cui gli adolescenti dell’era di internet si formano un’opinione, spinga molti a liquidare la serie con una certa dose di risentimento? Non so, davvero. Io, di certo, _ride_rò eccome.

Non sarà dunque difficile per voi immaginare la mia gioia quando Mike, che inseguivo fin dal numero “Un sacco di risate” dello scorso anno, ha acconsentito a farsi intervistare. La notizia che avrebbe illustrato la copertina di questo mese non ha fatto che aumentare il mio grado di eccitazione, salito definitivamente alle stelle quando Terry, interpellato all’ultimo minuto per qualche scatto, mi ha scritto: “Cavolo... Mike, Beavis e Butt-head ed io? Insieme? Fantastico! A che ora?”

Grazie a Dio, durante l’intervista sono riuscito a tenere a bada tutta la mia frenesia—la stessa che, poco prima, mi aveva provocato plurimi sconvolgimenti stomaco-intestinali.

VICE: L’idea di incontrarti mi ha messo un po’ in ansia.
Mike Judge: [_ride_] Faccio davvero questo effetto?

No, ansia in senso positivo. È che il tuo lavoro, soprattutto quando ero più giovane, ha avuto un’influenza enorme sul mio senso dell’umorismo e su quello di tutta la mia generazione. Mi ha fatto capire che non c’era niente di sbagliato nel dire ad alta voce quanto certe cose mi facessero schifo.
Quanti anni hai?

29.
Già, ultimamente in molti mi dicono cose tipo “Sono cresciuto guardando la tua roba” o “Sono cresciuto sentendomi continuamente ripetere di non guardarla.”

I miei genitori erano abbastanza fichi da non opporsi, ma alla scuola cattolica che frequentavo programmi come I Simpson e Beavis & Butt-head, quest’ultimo soprattutto, erano osteggiati dalle suore. Anche tu hai frequentato una scuola cattolica, no?
Sì, alle superiori. Fino ai 14 anni però sono stato in una scuola pubblica. Recentemente ho saputo che quando è uscita la prima serie, il giornale della scuola mi ha riservato parole non gentilissime. Ora invece è l’opposto. Quindi...

Come pensi reagiranno ai nuovi episodi i ragazzi che non hanno mai seguito la serie? Ho l’impressione che la loro cultura sia messa così male che potrebbero non essere in grado di cogliere le sfumature dei commenti di Beavis e Butt-head. È così, o sto semplicemente invecchiando?
Quando ho iniziato non ero più tanto giovane, andavo per i 30. Avevo più o meno la tua età, e ovviamente mi sentivo già più vecchio dei personaggi. Ma è strano, perché persino allora, nel 1992, quelli di MTV pensavano che AC/DC e Metallica fossero riferimenti ormai passati. Dicevano “Sarebbero meglio Nirvana e Pearl Jam, roba così, no?” Era fuori moda ancora prima di iniziare, ma per me non si trattava tanto di riferimenti culturali caratteristici di un determinato periodo, quanto di uno stato mentale—anche se ovviamente c’erano dei riferimenti specifici. Alla fine, oggi non è così diverso, anche se guardiamo Jersey Shore o 16 Anni e incinta. L’ultimo episodio della serie risale a 14 anni fa, quindi certo, le cose sono cambiate, ma...

Ma è rimasto tutto uguale.
Già. Prendi il personaggio dell’insegnante hippy. Quando l’ho creato, mi sono chiesto, “Esistono ancora persone del genere?” Mi è bastato guardarmi in giro per scoprire che era pieno di hippy in magliette psichedeliche, e oggi è lo stesso. Ci sono delle parti che abbiamo rivisto, ovviamente, ma I Simpson continuano a indossare gli stessi vestiti e a portare lo stesso taglio di capelli, ed è così da anni.

Cosa mi dici di MTV? È praticamente irriconoscibile se confrontata con quello che era 15 anni fa, e sembra che oggi lo guardino solo i tredicenni e gli imbecilli. C’è ancora qualcuno del vecchio team?
Sfortunatamente, Judy McGrath se n’è appena andata. Era lei che teneva i fili di tutto, fin dall’inizio della mia collaborazione col canale. Quanto agli altri, sono più o meno gli stessi. È divertente, perché alla Fox, quando ero lì per King of The Hill, licenziavano continuamente. A MTV, invece, la gente ai vertici non si è mossa, quindi è un po’ come tornare nello stesso posto, con la differenza che il network è decisamente cambiato. I dirigenti non fanno altro che dire, “Abbiamo tutti questi programmi come Teen Mom, seguiti principalmente da adolescenti di sesso femminile. Ma ci servono ragazzi.” Credo che uno dei motivi dietro alla decisione di riproporre Beavis & Butt-head sia proprio quello di riconquistare il pubblico maschile.

È un periodo di revival, questo. Sta per tornare Arrested Development, così come tornano le band, con tanto di reunion e tour costruiti interamente su pezzi anni Novanta. Forse la gente non—
[ride_] Non ha più idee. Credo sia così. _Arrested Development è di quei telefilm che tiene incollati allo schermo—me compreso—e che migliora di puntata in puntata. Ci sono così tanti canali, così tanta gente in cerca di contenuti. Vedi che alcuni show non ce la fanno, ed è a quel punto che, ripensando a cose come Arrested Development, non puoi fare a meno di chiederti, “Perché non trasmetterlo di nuovo?” Ho sentito dire che in realtà è da anni che ci pensano.

Com’è andata con la nuova serie di Beavis & Butt-head, era un’idea che covavi da tempo oppure è stata MTV ad avanzare la proposta?
MTV, ogni anno o due si facevano vivi. Prima si era parlato di un film, poi di una serie. Ma non ne avevo più saputo niente, anche se di tanto in tanto il mio manager diceva che lo chiamavano. L’ultima volta però è arrivata una proposta ufficiale, del tipo “Vorresti riprendere lo show?” King of The Hill era finito, e avevo appena ultimato una pellicola [Extract_], deciso a non girarne altre almeno per un po’. C’erano delle idee per il sequel del film, e altre mi giravano nella testa da anni, ma non mi è mai sembrato di aver definitivamente chiuso con _Beavis&Butt-head. A serie finita ero esaurito, volevo passare ad altro. Ma non ho mai pensato, “Ok, mettiamoci una croce sopra.” Del resto, all’epoca non credevo neppure che 14 anni dopo sarei tornato. Ma sento che per qualche ragione è giusto così.

È stata dura tornare a fare le voci dei personaggi?
Se non sono obbligato, evito di tirarle in ballo. Mi piacciono, ma non è qualcosa con cui mi diletto nel tempo libero.

Hai dovuto fare pratica?
Sì, assolutamente. Non mi piace sentire la mia voce, ma spesso la registravo, mi riascoltavo e guardavo qualche vecchio episodio. A me sembra la stessa. Ma credo che a sessant’anni non suonerà proprio come quella di Beavis, quindi meglio farlo ora.

Ho notato che nel nuovo logo manca il simbolo di MTV, stavolta troviamo “Mike Judge’s Beavis & Butt-head.” Se non sbaglio era così anche per i cofanetti DVD degli episodi più vecchi, ma mi ha sorpreso vederlo anche in tv. Si tratta di un piccolo cambiamento, ma è significativo. C’è qualcosa sotto?
All’inizio, su Liquid Television andavano in onda sketch da due minuti con Beavis e Butt-head. Poi MTV mi ha chiesto di acquistare i personaggi, senza specificare cosa ne avrebbero fatto. Ho contrattato, pensavo, “Lavorando da solo, per due minuti di puntata mi ci vogliono otto settimane.” Fino a quel momento mi ero fatto qualche soldo vendendo i due cortometraggi che avevo da parte a festival e a Liquid Television, ma niente di più. E poi, all’epoca ero un signor nessuno. Ho accettato, ed è così che mi hanno proposto di creare una serie. Sennonché, a un certo punto se ne sono usciti con l’idea di chiamarlo MTV’s Beavis & Butt-head. Non sapevo bene che fare, dicevo “Ma che cavolo, quei personaggi li ho inventati io, a casa mia, con matita, carta, fogli in acetato e pellicola... e voi, per tutta risposta, tirate fuori MTV’s Beavis & Butt-head? Be’, sono vostri, fate come volete.” Diversi anni dopo è uscito il film, e mi hanno contattato per il sequel. C’erano delle cose che non mi andavano giù, così li ho elegantemente mandati a quel paese [ride_]. Poi il mio avvocato mi ha chiesto, “Vuoi proporgli di chiamarlo _Mike Judge’s Beavis & Butt-head?” ed io, “Perché no, proviamo.” In un modo o nell’altro ho finito per dimenticarmi dell’accordo, ed ecco che nel ridisegnare il logo trovo il mio nome, “Che sorpresa!” Non sono il tipo che schiaffa il proprio marchio ovunque, ma se devo scegliere tra MTV’s Beavis & Butt-head e Mike Judge’s Beavis & Butt-head, allora sì, vada per la seconda.

All’epoca dei primi cortometraggi di Liquid Television avresti mai immaginato che una serie su due cretini persi del liceo sarebbe diventata un fenomeno di tali dimensioni?
Buona domanda. All’inizio erano soltanto dei cartoni fatti alla buona, in casa. Non volevo illudermi. Da una parte pensavo, “Sarebbe fico se incontrassi qualcuno del mestiere, o riuscissi a trovarmi un lavoro in quel campo.” Ci stavo provando, era per quello che facevo i cortometraggi. Beavis e Butt-head erano il genere di personaggi con cui si sarebbe potuto costruire qualcosa, ne ero certo. Poi ho visto Liquid Television, e non potevo credere ai miei occhi. “Diamine, è troppo bello per essere vero. Non sarebbe fantastico se riuscissi a portare lì la mia roba?” Era un sogno, e dentro di me pensavo, “Dovrei produrre qualcosa in grado di passare al livello successivo,” perché era appena scoppiato il fenomeno Simpson. Erano i tempi di The Ren and Stimpy Show.

Negli anni Novanta i cartoni erano una questione piuttosto controversa. L’idea che non dovessero necessariamente essere per bambini e che riuscissero a trattare certi temi in maniera impensabile per altri generi stava creando un po’ di scompiglio. È ancora possibile un simile dibattito? Sembra che nessuno si sia offeso quando Cartman ha preparato il chili tritando i genitori di quel ragazzino. 15 anni fa la gente sarebbe letteralmente impazzita. Come fare per alzare la posta in gioco?
Non la vedo mai in questi termini. Fin dai miei primi incontri con quelli di Hollywood ho imparato che ogni volta che uno dei dirigenti descrive qualcosa come “provocatorio” o “dark,” si tratta solitamente di roba scadente, uno spreco di soldi. Quando hai buona idea e questa è dotata di una certa componente di pazzia in grado di far incazzare gli altri, stai certo che funzionerà. Ma non dev’essere una costrizione. A quei tempi c’era la convinzione che i cartoni fossero per bambini. Oggi non è più così, ma una volta sì. Anche per I Simpson—probabilmente la gente non ricorda le polemiche che scatenò all’inizio. Bart è il contrario dello studente modello, e in giro non si sentiva che, “Ma come è possibile proporre un personaggio del genere? Chiunque dovrebbe essere ambizioso, ansioso di eccellere!” Ai festival di animazione c’erano cose che oggi non ci potremmo neanche sognare [ride_]. Roba folle, davvero spassosa. A cavallo tra gli anni Ottanta e i Novanta c’era un grande fermento. La mia generazione è cresciuta con la Warner Bros, una meraviglia. Poi più niente, almeno fino a quando il _Tracey Ullman Show e I Simpson non sono usciti dal nulla. Erano cartoni con una storia, pieni di personaggi divertenti, di carattere... qualcosa di sbalorditivo.

Beavis potrà tornare a dire “fuoco”?
Sì, ora può dirlo.

Bene, perché i giovani d’oggi ne hanno davvero bisogno. E Daria? Tornerà anche lei?
Me l’hanno chiesto così tante volte ultimamente che ho iniziato a pensarci anche io. Il suo personaggio mi è sempre piaciuto. I produttori avevano detto, “Sai, stiamo pensando di fare uno spin-off.” L’idea mi interessava, ma loro non erano intenzionati a farlo con me, credo, e hanno iniziato a cercare altri. Io non lo sapevo, e la cosa non mi è piaciuta affatto, così me ne sono semplicemente andato. Ripeto, il personaggio mi è sempre piaciuto, e dietro c’erano dei bravi sceneggiatori, quindi sì, doveva essere un bello show. In tanti vogliono il ritorno di Daria.

Per la cronaca, io la preferivo in Beavis & Butt-head. So che molti non saranno d’accordo.
A me piaceva in Beavis & Butt-head. Tutti i personaggi della serie hanno un che di negativo, Daria è l’unica a uscire un po’ da questa caratterizzazione. Mi piaceva l’interazione tra lei e gli altri personaggi, forse dovrei reinserirla.

Ho sentito dire che alcune delle idee per la nuova serie di Beavis & Butt-head arrivano da episodi di King of The Hill mai andati in onda. È così?
No, non proprio da King of The Hill. A volte guardo cose e penso, “Oh, questa sì che sarebbe una buona idea.” Credo che i film e lo stesso King of The Hill mi abbiano fatto crescere molto a livello professionale. È allora che ho pensato, “Come mi piacerebbe tornare a Beavis & Butt-head.” Sapevo che avrei avuto meno difficoltà, tecnicamente parlando. Quando ho iniziato coi cortometraggi ero un principiante assoluto, e da allora ho imparato moltissime cose.

Si dice che se le cose dovessero farsi troppo complicate per MTV tu saresti pronto a spostare la serie su Internet. Ci sono state avvisaglie?
No, non ancora. Ma ci sono andati vicino [_ride_].

Puoi dirci di più?
Sì, un attimo, devo farmi venire in mente i dettagli. Ecco, stavano guardando una di quelle cose tipo 16 Anni e incinta, e dicevano “Ai produttori non va bene questo o quello,” ed io, “Bene, a me non va bene che mi diciate che non posso mettere certe cose [_ride_], e sono uno dei produttori, perciò se non va lo mettiamo su YouTube e ciao.” Si può fare, YouTube è pieno della mia roba, quindi...

È perché piace. Ma immagino che a volte possa essere una seccatura...
No, mi sta bene. L’unica cosa che proprio non mi va giù è che il mio primo progetto di animazione—una cosa in track-reading, che consiste nel seguire il movimento delle labbra e su quella base creare l’animazione. L’avevo fatto con il cronometro, ci ho messo una vita—ecco, era perfetto. E ora è su YouTube, tutti possono vederlo, ma l’audio è fuori sincrono [_ride_]. Mi fa impazzire! Cioè, sono contento che sia lì, ma preferirei fosse almeno sincronizzato.

Parlando di YouTube, credo sia l’unico posto dove la gente continua a guardare video musicali. Penso che MTV non li trasmetta più neppure alle 4 di mattina. Mi auguro che Beavis e Butt-head non abbiano perso l’abitudine di commentare quelle clip assurde. Mi sono sempre chiesto, eri tu a sceglierle o c’era qualcuno incaricato di passare al setaccio tutto lo scibile musicale?
La selezione era un compito di cui mi occupavo personalmente, ma avevo anche qualcuno che mi dava una mano. A serie avviata, lo stesso pubblico ha iniziato a mandarci del materiale. Anche con i nuovi episodi è così. Circolano un sacco di video interessanti, ma in tv non se ne vedono più. E lasciatelo dire da uno che ne ha passati in rassegna a quintali, quelli di oggi sono decisamente migliori

Sei una vera enciclopedia del video musicale, insomma. Ma c’è un lato di te che non tutti conoscono: hai anche una laurea in fisica. Ti è tornata utile in questi anni?
Diciamo che con studi del genere alle spalle, alcune questioni tecniche non appaiono più così insormontabili. Ricordo che una volta, dopo una proiezione di prova di Impiegati... male!, un dirigente della Fox si era messo a snocciolare dati presi da una statistica. Quando studi fisica, e in particolare termodinamica, le statistiche non hanno più segreti, ed è per quello che mi sono permesso di dire, “No, i numeri non dicono quello, ma questo, questo e questo.” Ho dato una bella lezione a tutti.

Che tipo di statistica era?
Dati che avevano usato per cercare di convincermi a smetterla col gangsta rap.

Davvero? Che boiata enorme.
Ce la stavano mettendo davvero tutta per farmi desistere, così sono saltato su e ho detto, “Ok, chiediamolo direttamente al gruppo di discussione della prossima proiezione. Se non gli piace, lo tolgo.” Fatto sta che questo gruppo dai 19 ai 30 anni, mi pare fosse quella l’età, ha detto che lo trovava fico. L’incaricata del rilevamento insisteva, “Cosa pensate della musica?” “Fantastica!” “E che mi dite del gangsta rap?” “Cavolo, è fichissimo” “Ma non ce n’è troppo?” Loro non gliel’hanno data vinta, neppure uno si è detto contrario. Quel gruppo di discussione mi ha salvato.

Ho l’impressione che sia proprio grazie a idee del genere che la gente apprezza ciò che fai. Non ti definirei uno sfavorito perché non è del tutto giusto, ma sembra che alla fine tu riesca sempre ad avere la meglio.
Preferirei avere delle idee che riscuotono successo fin dall’inizio, ma in realtà, sì, è così. Ho guardato un sacco di tv nella mia vita, anche se solo da adulto ho iniziato ad interessarmi ai film. Sono cresciuto ad Albuquerque, in New Mexico, a migliaia di chilometri dal mondo dello spettacolo di New York o Los Angeles, e ho sempre avuto l’impressione che le loro storie fossero lontane da ciò che la maggior parte di noi pensa e sente. E quando esce fuori qualcosa in cui ci si può immedesimare, in particolare per episodi legati alla vita quotidiana, lo si apprezza immediatamente. Credo che il mio lavoro consista anche in questo, nel cercare una realtà con cui Hollywood ha un po’ perso i contatti. Penso a King of The Hill, o Impiegati... male!—storie comuni, fatte di gente comune. Ma sì, immagino che i miei film scatenino questo tipo di reazioni, un po’ a effetto ritardato.

Lo stesso vale per Idiocracy. Uno dei miei film preferiti di sempre, per la schiettezza con cui mette in luce la stupidità della gente. Ma non ha avuto vita facile. Ci sono tante voci di corridoio, ti va di spiegarci com’è andata veramente?
Posso dirti quello che so. Finito il film, l’abbiamo messo da parte. È uscito nelle sale soltanto un anno dopo, e al momento di pubblicizzarlo, io non avevo più contatti. Ho fatto qualche telefonata, e mi hanno mostrato dei trailer. Alcuni andavano bene, ma altri erano terribili. Succede sempre così, anche con Impiegati... male! Avevo ricevuto 13 trailer. Ero contento, mi piacevano tutti tranne il numero 3 e l’11. Ma il resto era fantastico, così li ho chiamati. “Ehi, sono perfetti,” e loro, “Già, soprattutto il 3 e l’11.”

Li hanno testati, e non è andata bene—anche io, se fossi stato nel gruppo di discussione, li avrei bocciati. Così hanno detto, “Ok, prendiamo Impiegati... male! come modello di riferimento. Ci ha reso bene, ma soltanto tre o quattro anni dopo. Cosa avevamo sbagliato? I trailer e la distribuzione ci sono costati un sacco, perciò stavolta non li faremo.” Meglio così, forse, perché ora, come per Impiegati... male!, i soldi arrivano. Contro Idiocracy però è stato un serio accanimento. L’hanno dato in 11 cinema, e non ho mai sopportato che sui giornali si parlasse degli incassi senza specificare quel piccolo dettaglio delle 11 sale. Non solo, su Moviefone, per un sacco di tempo la pellicola compariva come “Progetto di Mike Judge, senza titolo” [_ride_]. Nessun disturbo, ragazzi.

Il motivo per cui quel film è così importante—e controverso, probabilmente—è che ha aiutato persone come me ad affrontare la vita, a permettermi di dire cose tipo, “Be’, alla fine non è così male, e prima che si arrivi a questo, io sarò già morto.”
Devo rivederlo, non lo faccio da quando è uscito. Ultimamente la gente me ne parla spesso. Sarà che in cabina di montaggio l’ho visto milioni di volte, concentrandomi su ogni singolo fotogramma... ma sì, a forza di sentirmelo dire ho iniziato a pensare che forse dovrei ridargli un’occhiata.

Che mi dici invece di come hanno gestito The Goode Family?
Sono uno dei tre ideatori della serie, ma poi ho lasciato che fossero i miei soci ad occuparsene. Ero impegnato con Extract, quindi mi sono limitato ad alcuni schizzi e alla voce del padre. La promozione non era male, ma per qualche ragione non ha avuto successo. Sono cose che capitano. Nell’animazione—ma è vero anche per tutto il resto, anche se nell’animazione è più evidente—o una serie fa il boom e diventa un vero fenomeno, oppure sparisce. Prendi I Griffin, South Park, I Simpson, hanno tutte un qualcosa che le fa funzionare alla grande.

E con Extract? Lì la promozione c’è stata.
Già, nessuna scusa [_ride_]. Ma era una produzione a budget ridotto. Ci siamo affidati a investitori privati, e il fatto sembrava stare bene a tutti.

Per una volta le cose sono andate per il verso giusto, no?
Proprio così. È stata un’esperienza positiva, in linea con la mia idea di come dovrebbe essere lavorare a un film—del tipo alzarsi alle 5 del mattino e roba così. È filato tutto liscio dall’inizio alla fine... troupe fantastica, produttori fantastici, tutto.

Hai in programma altri film?
No, penso mi concederò una pausa. Per Extract abbiamo girato per circa otto settimane. Con Idiocracy ce ne sono volute 10 o 12, e lì inizia a farsi difficile. Ma è stata una bella esperienza—tranne per il casting, quella è una parte che proprio non mi piace. Gli attori vengono lì, vogliono la parte, e tu spesso sei costretto a fare il cattivo che dice, “Grande, bravo, ma quel ruolo non fa per te.” Come una maratona di devastanti appuntamenti lampo, cinque minuti dopo cinque minuti per otto ore. È durissimo.

Un’ultima e importantissima domanda: devi aiutarmi a sciogliere questo dubbio, perché coi miei amici c’è stato un dibattito infinito sul significato del termine chode. Alcuni pensano sia un pisello più largo che lungo, altri sostengono sia sinonimo di “taint,” la variante colloquiale per “perineo”. Da che parte stai? Anzi, riformulo la domanda: come credi lo denifirebbero Beavis e Butt-head?
Come ti dicevo, sono cresciuto ad Albuquerque, e lì significava semplicemente “pene”—è un’abbreviazione di “chorizo,” dallo spagnolo. È così che l’ho imparato: i cholo dicevano, “chode—abbreviazione di ‘chorizo.’” Quanto a taint, sai da dove viene, no?

Taint your balls, taint your asshole. ’Tis in between [_Non sono le palle, non è l’ano, ma ciò che sta in mezzo_].
Proprio così.

Prossimamente sul nostro sito, alcuni spezzoni dell’intervista con Mike Judge.