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Quando critica e musica vanno a braccetto: gli Art Of Noise di Paul Morley, celebre penna diNME.E poi voglio dire: chi li compra i dischi oggi? Ma per comprare non intendo dischi a tiratura di 200 copie, dico proprio su larga scala. Che senso ha stroncare uno perché ha stampato di tasca sua, consapevoli che tanto alla finese lo inculeranno comunque in quattro? Oppure: se si elogia un prodotto, questo prodotto ha in ogni caso bisogno di qualcuno che lo sostenga. Non sempre la critica riesce a ottenere questa cosa: come puoi dare una direzione all’evoluzione del gusto se poi tutti si possono scaricare tutto e c’è un’offerta tale che non fai in tempo ad appassionarti per qualcuno che ne spuntano fuori altri tre, non ti ricordi manco più i nomi, magari fanno 30 dischi al secondo tutti uguali per cui altra gente che veramente vale ti sfugge? Se per il musicista internet è una risorsa, per il critico è un dedalo infuocato. E non dimentichiamoci le varie mafie, le varie situazioni in cui tramite scambio di favori si ottiene maggiore visibilità. Insomma, i tempi attuali sono da sondare attentamente.
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Lester Bangs fa un bagno nei suoi vinili.Anche il critico non è immune al cambiare dei tempi però, tocca dirlo. Così come per i musicisti—oramai tutti si definiscono tali anche se fanno due note in croce e schiaffano tutta la loro cacca su soundcloud—girano anche critici improvvisati che scrivono talmente tanta roba inutile da superare addirittura la quantità di dischi che escono ogni giorno. E questo cosa comporta? Comporta che il critico serio non riesce a campare, non c’è distinzione, il personale viene dimezzato, aumentano i suicidi nelle redazioni. Ma allora se sei più sfigato dei musicisti, perché tanto odio?Per essere critico, banale a dirsi, è il caso di criticarsi: pensare che è un servizio prima di tutto agli altri, poi a se stessi, cercare di unire forma e contenuto senza dimenticare che le licenze poetiche servono solo a illuminare quello di cui si scrive, a far capire il sentire che offrono. E ovviamente non dare per scontato che la gente capisca che si tratta comunque di una visione soggettiva. A volte la forza della stampa, che non permette repliche, è pari a quella di un televisore. Online, come già detto sopra, è un altro conto, sono tante le polemiche inutili che azzerano spesso la polemica stessa. Mi vengono in mente, come esempi torici di critica “partecipativa” in Italia, Gianfranco Manfredi e Stefano Tamburini: il primo faceva un po’ di tutto, dal cantautore all’attore, sempre pronto a sondare la materia senza facili entusiasmi e timori reverenziali del caso, con una vis polemica ben oliata che lo trasformava in una vera e propria voce della coscienza fuori campo. Tamburini invece era il non plus ultra del “chissenefrega”. Non era un critico ma con il suo Red Vinyle, sfacciato iconoclasta e ironicamente paraculo ha influenzato un bel po’ di critici odierni, anche se ancora il suo livello di “non prendersi sul serio” dal ruvido gusto punk risulta imbattibile. Ad ogni modo nessuno dei due era giornalista “e basta”, erano prima di tutto degli artisti a cui fregava poco di esserlo.
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