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Demented parla da solo

La critica perde i pezzi

A volte guardo questo foglio virtuale bianco, mentre ascolto un disco di cui devo parlare in meno di quattro righe e mi dico “A che serve?” Il problema è che, oggigiorno, la funzione del critico è simile a un funambolo che cammina su una fune mentre...

di Demented Burrocacao
07 novembre 2013, 2:53pm


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Come i miei ben affezionati lettori sanno, su VICE non mi occupo solo di questa rubrichella, ma anche di recensioni musicali. Anzi, direi che è proprio iniziata con le recensioni musicali: mi hanno chiesto loro se mi andava di farlo e io ho pensato “perché no? Tocca provare tutto nella vita.” E così improvvisamente mi sono ritrovato anche dall’altra parte della barricata: oltre a fare la musica la devo “criticare”, che è un po’ differente dall’avere un blog e dire un po’ quello che ti passa in testa (cosa che in effetti avevo e facevo prima che Splinder fallisse). Ora, potete capire come questa situazione spesso mi mandi in cortocircuito. Nel senso, io davvero la critica musicale spesso non la sopportavo, e ora mi ritrovo a dover ragionare con due teste: a volte guardo questo foglio virtuale bianco, mentre ascolto un disco di cui devo parlare in meno di quattro righe e mi dico “ma che cazzo sto facendo? A che serve? E poi perché devo dare un giudizio critico?” Il problema è appunto che la funzione del critico oggigiorno è a mio parere simile a un funambolo che cammina su una fune e sotto non c’è la rete.

Qual era lo scopo di questa figura fino a poco tempo fa? Be’, consigliare quale disco valeva la pena acquistare, senza magari creare emorragie alla tasca del povero tapino appassionato—insomma far vendere i dischi giusti, in qualche modo cercare di non far fregare la gente. Spingere le scene, andare sul campo, vedersi più concerti possibile e far crescere la musica del proprio paese. Sì, forse è brutto a dirsi ma il boom, che ne so, del britpop, oppure delle ultime leve dell’elettronica americana è passato attraverso le penne locali.

Per questo campanilistico motivo non sempre è critica obiettiva, però. Infatti mi pare che si critichino i dischi o quello che si vuole senza considerare quanto l’artista renda dal vivo, come se le due cose fossero separate: artisti blasonati fanno un live di merda e la gente rimane allucinata, però il disco in casa ce l’ha quantunque. In pratica manca l’aderenza alla realtà, manca il binomio “critico = talent scout”. In Italia non rischiamo queste cose, anzi c’è spesso un’esterofilia allucinante, tanto che l’obiettività ce la siamo scordata da un pezzo, nonostante qualcuno si faccia un culo così per dare spazio alla nostra scena.


Quando critica e musica vanno a braccetto: gli Art Of Noise di Paul Morley, celebre penna di NME.

E poi voglio dire: chi li compra i dischi oggi? Ma per comprare non intendo dischi a tiratura di 200 copie, dico proprio su larga scala. Che senso ha stroncare uno perché ha stampato di tasca sua, consapevoli che tanto alla finese lo inculeranno comunque in quattro? Oppure: se si elogia un prodotto, questo prodotto ha in ogni caso bisogno di qualcuno che lo sostenga. Non sempre la critica riesce a ottenere questa cosa: come puoi dare una direzione all’evoluzione del gusto se poi tutti si possono scaricare tutto e c’è un’offerta tale che non fai in tempo ad appassionarti per qualcuno che ne spuntano fuori altri tre, non ti ricordi manco più i nomi, magari fanno 30 dischi al secondo tutti uguali per cui altra gente che veramente vale ti sfugge? Se per il musicista internet è una risorsa, per il critico è un dedalo infuocato. E non dimentichiamoci le varie mafie, le varie situazioni in cui tramite scambio di favori si ottiene maggiore visibilità. Insomma, i tempi attuali sono da sondare attentamente.

Io non mi sento un critico e nemmeno lo voglio essere, di conseguenza—viste tutte queste problematiche—credo sia importante porsi come se si dovesse semplicemente descrivere cosa si trova all’interno di un prodotto. Cerco di recensire il più possibile gente che davvero mi piace, ma non sempre è fattibile, così come certe volte ti ritrovi nel tranello degli stereotipi. Ti impongono di mettere una faccina, un voto, come se si stesse a scuola. Qualche testata è riuscita ad abolire questa pratica, in maniera tanto estrema quanto fiacca, perché se ti basi solo sulla letteratura poi perdi il senso del leggere una recensione: cioè, se devo prendere in considerazione la materia in oggetto o no.

Non me ne frega niente se il recensore sa scrivere, se si crede Simon Reynolds o se ha sentito 100 dischi in più di me: voglio sapere a grandi linee cosa mi aspetta, e basta. A me pare che gran parte dei critici si sieda sul proprio ego come se si ergessero su una cattedra, snobbando quando gli gira, mettendosi nei panni del professore di liceo, sprofondando nel citazionismo fine a se stesso, volando in modo pindarico come quando il ragazzino di tre anni si crede Superman. Insomma, poi sotto sotto c’è una gran frustrazione; è come quando i registi di video vorrebbero fare film ma non ce la fanno/possono fare. Il pavone alla fine è una gallina. 

Non tutti ovviamente sono uguali: c’è chi ad esempio è avvantaggiato dal fatto di saper suonare, di aver avuto esperienza sul campo, con maggiore coerenza. Pensiamo a Lester Bangs,che alla fine era tutto tranne che un critico: era Lester Bangs e basta. Chi ha provato sulla propria pelle determinate cose non farà certamente confusione e soprattutto saprà distinguere un flanger da un phaser  o una scureggia da un violino, e sarà propositivo. Stessa cosa vale per chi si occupa di libri, di cinema, talvolta gente che ne faceva, ma poi ha riconosciuto i propri limiti usando la critica per sfruttarli positivamente (anche se ci sono casi tipo Walter Veltroni che vabè). Altri invece si ostinano a credere che il mestiere di critico sia il mestiere della star, capovolgendo completamente i ruoli. Sembra di vedere l’amico di Bono, Neil McCormick, che nel suo libro KIlling Bono (appunto) racconta di come sia rimasto di merda a vedere il suo amichetto che non valeva due lire diventare una rockstar mondiale mentre lui dopo trecento sbattimenti in gruppi punk ecc si ritrovava a fare il critico. A volte da certi scritti pare ti arrivi in faccia la forfora dell’autore, magari chiuso in una stanzetta a dimostrare che fare una canzone un romanzo o una recensione ai Metallica sia la stessa cosa, e che in realtà non è la controfigura di Mario Luzzato Fegiz (critico orribile che è come un fungo sul piede del sapere musicale) ma un figo.


Lester Bangs fa un bagno nei suoi vinili.

Anche il critico non è immune al cambiare dei tempi però, tocca dirlo. Così come per i musicisti—oramai tutti si definiscono tali anche se fanno due note in croce e schiaffano tutta la loro cacca su soundcloud—girano anche critici improvvisati che scrivono talmente tanta roba inutile da superare addirittura la quantità di dischi che escono ogni giorno. E questo cosa comporta? Comporta che il critico serio non riesce a campare, non c’è distinzione, il personale viene dimezzato, aumentano i suicidi nelle redazioni. Ma allora se sei più sfigato dei musicisti, perché tanto odio?

Per essere critico, banale a dirsi, è il caso di criticarsi: pensare che è un servizio prima di tutto agli altri, poi a se stessi, cercare di unire forma e contenuto senza dimenticare che le licenze poetiche servono solo a illuminare quello di cui si scrive, a far capire il sentire che offrono. E ovviamente non dare per scontato che la gente capisca che si tratta comunque di una visione soggettiva. A volte la forza della stampa, che non permette repliche, è pari a quella di un televisore. Online, come già detto sopra, è un altro conto, sono tante le polemiche inutili che azzerano spesso la polemica stessa. Mi vengono in mente, come esempi  torici di critica “partecipativa” in Italia, Gianfranco Manfredi e Stefano Tamburini: il primo faceva un po’ di tutto, dal cantautore all’attore, sempre pronto a sondare la materia senza facili entusiasmi e timori reverenziali del caso, con una vis polemica ben oliata che lo trasformava in una vera e propria voce della coscienza fuori campo. Tamburini invece era il non plus ultra del “chissenefrega”. Non era un critico ma con il suo Red Vinyle, sfacciato iconoclasta e ironicamente paraculo ha influenzato un bel po’ di critici odierni, anche se ancora il suo livello di “non prendersi sul serio” dal ruvido gusto punk risulta imbattibile. Ad ogni modo nessuno dei due era giornalista “e basta”, erano prima di tutto degli artisti a cui fregava poco di esserlo.


Esempio di musica giornalistica, o musica critica, o come la volete chiamare, da parte dell'unico e solo Stefano Tamburini.

È vero che però la critica deve anche fare i conti con “artisti “a volte narcisi, viziati, che non accettano il contraddittorio, che si credono stocazzo. In quel caso è difficilissimo lavorare, perché su tanti che giustamente reclamano un posto al sole ce ne stanno mille che dovrebbero passare dall’altra parte, a fare i critici e appendere lo strumento al chiodo. A costoro dico: non lamentatevi se ricevete una recensione negativa, c’è di peggio: tipo non essere affatto recensiti, senza nessun tipo di spiegazione. A me è capitato e devo dire che in quel caso ho compreso meglio il gesto del cantante dei Killing Joke, quando scaricava secchi di merda negli uffici della rivista musicale di turno per motivi che ben potete immaginare. Poi chiaro,è sacrosanto sentirsi delusi: fa parte del gioco.

E quindi chi critica i critici? A occhio e croce loro possono scrivere peste e corna, portare in trionfo o mandare nella polvere. Ma siccome non esiste una rivista che recensisca quello che i critici scrivono, in realtà lo fanno perché hanno molto meno potere di quanto si creda. Anche gli hater che li commentano sui social, per il 90 percento psicopatici, sono spesso utilizzati per creare il caso, sfruttati per spingersi uno scritto. Insomma, il critico è materia critica: probabilmente la sua funzione del futuro è ben espressa da queste parole di Diprè, che per quanto sia un ciarlatano si definisce critico d’arte e forse a ragione, visto l’andazzo generale. “Le opere che io seleziono non hanno alcuna finalità, esistono e basta.“ E quindi buona critica a tutti.


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