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Una serata nel famigerato cocaine bar di La Paz

Il Route 36 è un lounge bar clandestino di La Paz, in Bolivia, in cui insieme ai cocktail ti viene servita anche la coca. Sul locale circolano le storie più disparate, e questo è ciò che ho visto quando ci sono stato.

di Mattha Busby
06 agosto 2015, 8:11am

Foto che non arriva dal Route 36, perché lì non si possono scattare foto (Foto di Zxc via)

Il Route 36 è un locale clandestino che qualche anno fa il Guardian aveva definito il "primo cocaine bar del mondo". Sul Route 36 circolano storie più o meno losche, e anche i giudizi sulla tipologia della merce offerta sono svariati. Mattha Busby ci ha raccontato cosa è successo a lui quando ci è stato.

Girando per il Sud America avevo sentito voci, leggende e storie di ogni tipo sul Route 36. Secondo alcuni––e per "alcuni" intendo quella categoria di persone a cui piace riempirsi le narici di cocaina purissima––è una tappa essenziale al pari di Machu Picchu.

In parole molto semplici, il Route 36 è un lounge bar di La Paz, in Bolivia, in cui insieme ai cocktail ti viene servita anche la coca. Al grammo, su un vassoio d'argento. E il fatto che tutti siano al corrente della sua esistenza e ne parlino con cotanti dettagli ti spinge a pensare che forse, per poter rimanere aperto, qualcuno dovrà aver corrotto qualcun altro.

Ma ovviamente, anche se tutti sanno che c'è, non sono in tanti quelli che conoscono l'indirizzo preciso. Dopo aver incassato lo sguardo vacuo di tre diversi tassisti, una sera a La Paz abbiamo finalmente trovato la nostra guida. "Può portarci al Route 36?" abbiamo chesto in spagnolo. Il tassista ci ha comunicato il costo della tratta (15 boliviani, poco meno di 2 euro) ed è partito. Lungo il tragitto non ci sono stati intoppi, se si esclude il blocco stradale che abbiamo prontamente aggirato.

In quella settimana la piazza centrale di La Paz era protetta da un cordone di poliziotti chiamati ad arginare lo sciopero dei minatori di una città vicina. Il giorno prima, a fine luglio, le richieste dei minatori erano state presentate sotto forma di dinamite fatta esplodere nel bel mezzo della strada. Da un paio di anni il clima di La Paz è questo: mentre i turisti approfittano dell'offerta locale di stupefacenti, le proteste si rincorrono a cadenza più o meno regolare, dai soldati che chiedono migliori condizioni di lavoro ai disabili che invocano un più consistente aiuto dallo stato.

Mentre aggiravamo il blocco diretti verso la periferia di La Paz, il tassista mi ha spiegato che gran parte della cocaina boliviana viene prodotta nelle cittadine di Cochabamba e Santa Cruz. Sono le innumerevoli fattorie di zona che garantiscono al Paese il terzo posto nella classifica mondiale della produzione di coca, con 23.000 ettari dietro ai 48.000 della Colombia e i 49.800 del Perù.

Arrivati al locale, tre uomini che facevano la guardia all'esterno ci hanno prelevati e spinti attraverso un'apertura in quella che sembrava la serranda di un garage. Dopo aver pagato il biglietto d'ingresso, e aver ricevuto in cambio due pezzetti di carta stropicciati che portavano rispettivamente il numero 12056 e 12057, ci hanno fatti accomodare e siamo stati accolti al tavolo da un norvegese.

Si era messo a chiedere coca per strada ed era stato infilato in un taxi che lo aveva portato al locale.

"Due caipirinha, per favore," ha chiesto la mia amica Josephine alla cameriera stanca che si è avvicinata al tavolo mentre ci sedevamo.

"E un grammo di coca, giusto?" ha aggiunto la cameriera prima che Josephine finisse di pronunciare l'ultima sillaba.

Abbiamo pagato i 50 boliviani dei cocktail e i 150 per la coca, e il tutto ci è stato portato all'istante.

Chiariamoci: il Route 36 non è il tipo di locale che finge di ignorare l'esistenza delle colonie di spacciatori nei bagni; il Route 36 facilita attivamente il consumo di cocaina. Cambia sede non appena si sollevano le lamentele del vicinato, e stando ad alcuni degli avventori al momento della mia visita si trovava a quell'indirizzo da diverse settimane.

In tutto c'erano una ventina di persone. Accanto a noi c'erano otto inglesi nel loro anno sabbatico, due uomini del Belgio e il norvegese, mentre dalla parte opposta del locale c'erano sei uomini d'affari irlandesi, i più su di giri di tutti. A questi si aggiungevano le due bariste, una cameriera, il DJ (che continuava a mettere su dubstep terribile) e due bodyguard costantemente in movimento.

Il presidente boliviano Evo Morales con una foglia di coca (Screenshot via)

Nelle Ande la foglia di coca è tradizionalmente considerata un bene sacro, e il presidente Evo Morales è uno strenuo sostenitore delle sue proprietà medicinali e nutritive. Del resto, il suo punto di vista è piuttosto difficile da contestare: per le popolazioni andine, che masticano le foglie da migliaia di anni, la pianta viene assunta perché allevia il mal di montagna, non per divertimento.

È per queste ragioni che Morales ha imposto un cambio di rotta rispetto ai governi precedenti, quelli delle campagne di distruzione delle piantagioni sotto l'egida della guerra alla droga statunitense. Per Morales, che ha interrotto il programma della US Drug Enforcement Agency rifiutando i 1.500 dollari per campo distrutto, si trattava di mero imperialismo culturale: l'aumento della domanda di cocaina negli Stati Uniti, ha detto, non dovrebbe giustificare il privare le popolazioni indigene di tradizioni antichissime.

Dopo la legalizzazione della coltivazione di coca a seguito della sua elezione, nel 2006, Morales ha ricordato in più occasioni che la coca non è la cocaina, chiedendo inoltre all'ONU che la pianta venga rimossa dall'elenco delle sostanze illegali. Da allora le esportazioni di cocaina boliviane sono in ascesa, con un aumento della produzione da 290 a 420 tonnellate tra il 2013 e il 2014. Forse, l'esistenza del Route 36 è essa stessa una conseguenza delle politiche di Morales.

Ho smesso per un attimo di interagire con le persone che mi stavano intorno per predisporre il contenuto della bustina che ci era stata servita. Dopo averlo diviso in due mi sono servito. Era buona. Avrebbe potuto essere più farinosa, ma è salita in un attimo, senza intoppi. Sono improvvisamente e prevedibilmente diventato più chiacchierino, e ho ripreso a scambiare storie e opinioni con gli altri avventori.

I due inglesi che mi sedevano accanto, Hamish e Josh, mi hanno raccontato che a Medellin, nel tentativo di rimediare un po' di coca, erano stati costretti a ritirare diverse centinaia di euro in cambio di 10 grammi da una coppia di sgherri colombiani. Loro ne avevano chiesti soltanto due.

Approfittando dell'offerta del bar, io e Josephine abbiamo fatto colletta insieme ai nostri due nuovi amici per comprare quattro grammi al prezzo di tre. All'improvviso, uno svedese si è seduto in mezzo a noi e ha iniziato a offrire strisce a tutti. Era socievole, ma abbiamo capito che non ha troppa esperienza quando ho dovuto fargli vedere come fare a tirarla su. Era il classico tipo che fuori dalla relativa sicurezza del Route 36 sarebbe stato beccato in un istante. Ma il fatto che fosse riuscito ad arrivarci dimostrava che trovare il locale non era così difficile.

Alle cinque di mattina ero iperattivo; fumavo una sigaretta dopo l'altra e parlavo un sacco. Non con gli altri, piuttosto agli altri. Intorno alle sei una donna sulla cinquantina, cercando di non farsi notare dallo staff, si è avvicinata chiedendoci se volessimo da fumare. Abbiamo comprato cinque grammi di un'erba nerastra praticamente infumabile, e con quegli 80 boliviani spacciati per marijuana mi sono procurato un mal di testa che mi ha accompagnato fino al ritorno nell'appartamento che avevamo preso su Airbnb.

Tutto sommato è stata una bella nottata, e ho imparato qualcosina: gli inglesi hanno un certo interesse per il turismo della cocaina. E se sei in Sud America per quello, forse il Route 36 è comunque meglio che comprare roba per strada rischiando di finire con un coltello alla gola.

@itsmattha