Anatomia di una ricaduta nell'eroina

Anche dopo dieci anni lontano dall'eroina, continuano a esistere negli ex tossicodipendenti meccanismi che possono spingere di nuovo a farsi. Uno scrittore ci ha messo a parte della sua dipendenza, della sua ricaduta e di come sta andando ora.
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Foto di Luis Robayo/AFP/Getty Images

Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con The Influence.

Dopo dieci anni pulito, non pensavo quasi nemmeno più all'eroina.

I primi tempi, ogni giorno cominciava con un dibattito interiore—farmi o non farmi? Dopo un po', la voce che diceva "l'ultima volta" si trasformava in un'eco inquietante, e poi un giorno quella voce non c'era più.

Ero pulito da più anni di quanti avessi passato a farmi. Avevo vinto, ero andato avanti. Mi ero costruito una nuova vita. Ero diventato padre. Facevo lo scrittore, avevo una carriera. Le possibilità di una ricaduta mi sembravano lontane e assurde quanto quelle che un pianoforte cadesse dal cielo dritto sulla mia testa.

Finché, ci sono ricaduto.

È cominciato tutto con l'incidente.

Succede tutti i giorni che qualcuno abbia una ricaduta. È parte del percorso, così dicono. Ma il punto cruciale per me è stato che oltre a rimanere pulito dall'eroina (dall'aprile 2014), ho anche cercato aiuto per curare la depressione che è stata, credo, alla base delle dipendenza iniziale.

All'inizio, vedevo un analista. Era un brav'uomo, anche se io ero scettico riguardo ai benefici di parlare. Certo, era bello avere qualcuno con cui parlare. Qualcuno che non si spaventava se gli dicevo che ancora lottavo per non farmi, o che non scappava se gli davo accesso a quella fogna di follia che era la mia testa.

Anni fa incontrai in rehab avevo un analista, un altro brav'uomo che mi raccontò che si stava disintossicando dalla meth. Probabilmente penserete che sia stato il mio analista preferito, e invece no, perché la distanza clinica in questi casi non è solo necessaria, ma è anche una cosa positiva.

Per cominciare, evita di perdersi in stronzate. Viene meno l'impulso di ingaggiare quella sfida perversa. Perché che vi piaccia o meno, esiste un certo orgoglio nel raccontare quanto in basso siamo arrivati. Se abbiamo la sensazione che il nostro analista non sappia cosa significa perché non c'è arrivato, abbiamo la tendenza a ritenere la sua opinione meno valida. Se invece si è fottuto più di noi, è più pazzo, si è drogato di più, ha rubato più alcolici, ha perso più denti—"Non sei un vero tossico se non hai perso almeno due denti," mi ha detto una volta un tossico d'altri tempi in California—ci sentiamo insicuri. Ma quando l'esperienza del terapeuta rimane teorica, il rituale di pavoneggiamento tra tossici semplicemente non sussiste.

Ma più utile della psicoterapia è stato il Suboxone. Il mio vecchio amico Suboxone mi ha salvato la vita in più di un'occasione, e ancora una volta era al mio fianco, mi ha permesso di smettere di gattonare per cercare di stare meglio.


Ora sto scalando e penso che smetterò del tutto con il Suboxone nei prossimi otto-nove mesi. Sono felice di avere il Suxobone invece del metadone per due motivi.

Il primo è la facilità di accesso: con il Suboxone, puoi avere prescrizioni che coprono 30 giorni—anche 60—alla volta, per gestirti da solo. Questa è una gran cosa. Se ripenso agli anni Novanta e alla mia esperienza con il metadone, era normale presentarsi in farmacia ogni mattina per buttare giù la tua dose di fronte al farmacista. Certo il fine era di evitare che mentissi, ma era anche una velata punizione, un modo per accertarsi che tutti i giorni, per prima cosa, cominciassi col ricordarti quanto in basso eri rispetto al resto della società. Ancora mi dà i brividi: strisciare dolorante alla farmacia, la mattina, come prima cosa, la gente che ti fissa mentre prendi il bicchierino con le mani che tremano, le madri che stringono a sé i loro figli, come se i geni del tossico possano infettarli se stanno troppo vicino. Sono sorpreso che non ci costringessero a indossare una stella verde e via.

Il secondo beneficio del suboxone è che è un bloccante dei recettori degli oppiacei. Non appena ho cominciato la terapia, non sentivo più il bisogno dell'eroina, questa è la verità. Dopotutto, la ricaduta non era stata così divertente e una volta placata la dipendenza, non ero rimasto legato allo stile di vita da tossico. Ciononostante, è bello sapere che nel caso succedesse qualcosa, se per qualche strano scherzo del destino entrassi in bagno e trovassi una bustina di roba—ok, è improbabile, ma ha senso, credetemi—almeno col Suboxone quella stronza della scimmia affamata sulla mia spalla non potrebbe convincermi a far niente.

Gli psicofarmaci mi hanno aiutato ancora di più. Per un puro colpo di fortuna ho trovato una terapeuta bravissima—una che non aveva niente a che fare con la distanza fredda dei precedenti. Ora non parliamo nemmeno più di droga e ricadute. Parliamo semplicemente della vita; suppongo sia il suo modo di farmi gestire i tratti psicotici. Ci è voluto un po', ma oggi l'eroina, la ricaduta, l'incidente e tutto il resto non sono più le mie preoccupazioni principali. La vita reale lo è.

Ci è voluto un po' per trovare il dosaggio e la combinazione di medicinali giusti, ma alla fine la differenza era pazzesca. Era come se improvvisamente qualcuno avesse spento una radio fortissima, una colonna sonora costante di voci discordanti. All'inizio il silenzio mi colpiva in tutta la sua freddezza, è stato difficile abituarmi. Ora è la mia nuova normalità, una lucidità che non avevo mai provato.

Sono passati ormai un po' di anni da quando il torpore e il disgusto per me stesso mi inchiodavano al letto.

Non è sempre tutto rose e fiori. Dopotutto prendo antidepressivi, non MDMA. Ma dato che mi permettono di non vivere giorni troppo negativi, le medicine mi hanno permesso di andare avanti, di mettere l'incidente da parte e tornare a essere la persona che ero prima.

E poi c'era la mia grande paura. Il timore che prendendo psicofarmaci non sarei riuscito a scrivere. Ovviamente erano stronzate. Un racconto che ho iniziato a scrivere lo scorso anno è ormai diventato un romanzo. La mia paura era infondata quanto il pensiero che mi attraversava la testa quando avevo 21 anni ed ero in rehab per la prima volta. Senza eroina, come potrò fare musica?

La risposta, ovviamente, era semplice: come ho sempre fatto.

Il mio rimorso più grande è di non aver capito prima. Tutte le cose di cui sono più orgoglioso in vita mia le ho fatte nonostante la mia depressione, non a causa di essa.

Ho anche imparato, in modo doloroso ma valido, quanto la compiacenza sia temibile. In questi due (nuovi) anni pulito, ho cercato con tutte le mie forze di mettere a posto il disastro che sono. E lentamente, le cose hanno cominciato ad andare nella direzione giusta.

Tony O'Neill è autore di libri come Sick City e Black Neon. Seguilo su Twitter.

Questo articolo è uscito originariamente su The Influence, un sito che si occupa principalmente delle relazioni degli uomini con le droghe. Segui The Influence su Facebook o Twitter.

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