Premiere

Il video di "Brasilio" dei Cacao è meglio di SuperQuark

Ci sono esplosioni nucleari, barriere coralline, danze latine e chitarre che neanche i Battles.

di Elia Alovisi
22 novembre 2016, 10:09am

I Cacao hanno un nome di quelli che mi fanno dire "HA!"━ma un "HA!" buono, di quelli che voglion dire "Chissà questi qua che combinano!" Il bello è che, nonostante la prima reazione è quella di immaginarsi da loro ananassi, spiaggette bianche e cumbie, i nostri fanno una cosa strana che potrebbe essere un po' math rock, ma non ha in realtà tempi così strambi; potrebbe sembrare elettronica, ma in realtà è fatta tutta con il basso e la chitarra; sembra sia lì lì per farti ballare, ma non ha le percussioni. Insomma, la loro musica esiste in una sorta di zona di confine tra generi; e il loro album d'esordio, Astral, ti lascia lì lì incerto su come reagire a quello che stai ascoltando. Ed è una cosa che mi fa uscire di testa (ancora, un "uscire di testa" di quelli belli).

Oggi abbiamo in anteprima il loro video di "Brasilio", che potete vedere qua sotto. Nonostante abbia una simpatica signorina nell'anteprima è un viaggio nella natura, nello spazio e nella storia dell'uomo di quelli che neanche la famiglia Angela sarebbe riuscita a condensare in tre minuti. Appena dopo c'è una mini-intervista con i ragazzi, Diego e Matteo, che ci hanno raccontato di quando si sono conosciuti alle medie e di come sono passati dal fare punk con gli Actionmen a fare questa cosa qua che non si capisce cos'è.

Noisey: Diego, Matteo, come vi siete conosciuti e come avete legato? 
Diego:
Ci siamo conosciuti alle scuole medie, eravamo compagni di classe e abbiamo legato grazie alla musica. All'epoca uno dei pochi modi per espandere i propri orizzonti, soprattutto se eri un ragazzino di dodici anni, era passare ore nei negozi di dischi e scambiarsi dischi tra amici duplicando cassette a tutto spiano. Alle superiori il grande classico: scopri il punk rock, metti su un gruppo punk rock. Fondammo gli Actionmen, con i quali abbiamo registrato dischi e suonato tanto in giro. Poi, nel 2011, un altro grande classico: il chitarrista/cantante diventa babbo e, per qualche tempo, sparisce. Ed è grazie a questa assenza forzata che nascono i Cacao.

Quindi è per questo che suonate solo in due.
Diego: Sì, è che io e Matteo, invasi da una depressione cosmica, abbiamo iniziato a suonare tutti i pomeriggi in sessioni casalinghe lunghissime, come quando facevamo le compilation in cassetta. Solo io e lui, perché il batterista abitava lontano e aveva da fare. Con l'aiuto supporti psicoattivi di vario genere ce la spassavamo alla grande, improvvisando per la maggior parte e registrando tutto con i telefonini. Poi, le registrazioni ci sono piaciute così tanto che abbiamo deciso di iniziare a portare in giro la nostra musica .Suoniamo solo in due perché sentiamo molto chiara la nostra intesa musicale e l'identità del nostro suono, che passa attraverso un basso e una chitarra, e l'idea di poter creare e riprodurre il nostro sound passando solo da questi due strumenti e da qualche pedalino ci affascina e ci stimola tantissimo.

La prima cosa che ho sentito quando è partito il pezzo è stato "Hey, suona come i Battles!" Il che è una cosa positiva, dato che di band che ti fanno dire "Hey, suona come i Battles!" ce ne sono poche in Italia, a livello sonoro. 
Matteo: Wow, grazie mille, è un accostamento che ci onora tantissimo. I Battles sono per noi un gruppo di riferimento per tanti motivi–  la costante ricerca nel sound, l'idea di questo uragano di loop super organici e i loro concerti incredibili.


Non è che nel brano succeda tanto, e penso sia una cosa bella: perché se non succede quello che ci si aspetta da un inizio così – cioè una liberazione, un'esplosione di un crescendo, un ritmo tutto tirato – è sempre cosa buona. Come vi è venuto di comporlo così? 
Diego: Siamo sempre stati attratti dall'aspetto della ripetizione quando assume una dimensione rituale e ipnotica, sia essa techno, kraut, doom o funky. È un qualcosa che ha una magia tribale. In "Brasilio" abbiamo cercato proprio questo, un mantra ritmico dentro al quale perdersi. Credo che la sua forza ipnotica passi anche attraverso la sua orizzontalità dinamica.

Il vostro album si chiama Astral, che è una bella parola. Come vi è venuta?
Matteo: Astral nasce da un ricordo del tour di un mese in Spagna e Portogallo nel 2012 con Above the Tree & E-side. Un amico spagnolo l'ha usata come esclamazione per definire una situazione (non ricordo bene quale, lo ammetto). Mi è sembrata subito molto pittoresca e rappresentativa delle canzoni di questo disco, così come del modo nel quale hanno visto la luce e preso forma. 

Qual è lo scenario perfetto in cui consigliereste di ascoltarlo?
Mi auguro che Astral possa essere una buona colonna sonora per pomeriggi piovosi davanti al fuoco in compagnia di una bella pipa di erba gatta.

Astral è fuori ora per Brutture Moderne.

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