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Perché le vecchie icone gay devono andare in pensione

L'universo queer è troppo variegato per rifarsi unicamente a figure come Madonna, Britney e Cher, è il momento di far spazio a nuove icone.

di Jake Hall
17 agosto 2016, 8:35am

Crescere in un piccolo paesino dello Yorkshire senza dire a nessuno che sono gay non è stato facile. Ho passato alcuni anni a farmi domande sulla mia mascolinità, sapendo che non l'avrei vissuta nel modo in cui tutti mi spingevano a fare. Odiavo il calcio, ero più portato a sfogliare riviste di moda che a pensare a come customizzare la macchina, e il mio film preferito era Mean Girls. Nel frattempo, i ragazzi della mia età si divertivano a pestarsi tra loro nel cortile della scuola o a sbronzarsi di birra scadente al parchetto, sperando di infilare le proprie lingue nel maggior numero di ragazzine possibile. Mi sembravano molto sicuri di sé, anche perché erano in grado di tirare cazzotti, e si riferivano a tutto ciò che non ritenevano socialmente accettabile come "gay", e agli uomini gay come "froci". Ho avuto modo di conoscere questo tipo di mascolinità nella sua forma più esagerata—a volte spaventosa—ma tutto ciò che sapevo allora era che i ragazzi di quel tipo erano molto ben accolti dalla comunità intorno a me, e per molto molto tempo ho sperato di essere come loro.

Proprio come nella canzone dei Bronski Beat, ho lasciato la mia piccola città per incontrare altre persone simili a me, e finalmente ho potuto vivere a pieno e con tranquillità la mia sessualità e la mia identità. Sono passati dieci anni e adesso sono estremamente orgoglioso di essere gay. Nessuno, però, mi aveva preparato al problema di dovermi gestire la mandria di stereotipi che accompagnano un coming out, le prospettive che gli altri mi avrebbero appiccicato addosso, come tarme, mentre tiravo fuori gli scheletri dal mio armadio. Essere un uomo gay non era abbastanza: sembrava che dovessi aderire a un certo set di interessi gay, come se fosse ancora il 2002 e io fossi un personaggio di Sex and the City, tipo Stanford, il migliore amico di Carrie Bradshaw. A volte mi sembrava che questi stereotipi fossero una gabbia tanto quanto lo sarebbe stato tornare al mio paesino, ai tempi in cui cercavo in tutti i modi di sembrare eterosessuale.

Stanford.

Gli stereotipi sugli omosessuali hanno molte forme, alcune sono più subdole di altre, ma più di tutto mi ha sempre colpito il concetto di "icona gay"—l'idea che avrei dovuto adorare come divinità le grandi dive come Mariah Carey, Cher e Madonna. Mi ricordo di serate in cui, sulle prime note di un pezzo di Kylie Minogue, le mie amiche etero iniziavano a fare le pazze guardandomi come se non stessi aspettando altro, nella speranza che mi sciogliessi in una serie di gridolini entusiasti. Altri hanno realmente provato a indovinare se io sia attivo o passivo in base alle mie playlist su Spotify e ancora oggi in tanti mi interrogano sulla reunion delle Spice Girls come se questa dovesse essere per me una questione di vita o di morte. Mi è anche capitato che i ragazzi, per attaccare bottone in discoteca, mi avvicinassero chiedendomi quale sia il mio verso preferito di Britney Spears, come se i suoi testi fossero caricati di default nel database di qualsiasi omosessuale durante il rito di passaggio che affronta da adolescente.

Prima di andare avanti è bene sottolineare che non c'è niente di sbagliato nell'adorare queste donne potentissime e splendide, e che apprezzo la loro musica come chiunque altro, sia esso gay, etero o quello che vuole. L'omofobia è un brutto male che affligge troppa gente nel mondo e non abbiamo certo bisogno di un uomo gay che si metta a pontificare sugli interessi di altri gay, soprattutto sottintendendo che quelli siano gusti "da checca". Questo è il tipico atteggiamento di quelli che su Grindr segnalano che cercano uomini che "sembrano etero", o di quegli omosessuali che sembrano vergognarsi dei gay che si comportano in maniera apertamente effeminata, come Alan Carr o le drag queen tipo RuPaul. Ecco, però non è che siccome sono gay sono tenuto ad ascoltare una determinata palette di artisti o ispirarmi a un ventaglio preciso di modelli. La metà di mondo non-etero è variegata almeno tanto quanto quella etero—semplicemente, in molti vorrebbero che questa varietà fosse rispecchiata anche a livello di rappresentazione.

RuPaul.

C'è un motivo per cui le grandi dive come Mariah, Madonna, Cher, Kylie, Britney o Christina hanno una connessione molto stretta col contesto LGBTQ+. Molte di loro hanno stretto rapporti con la nostra comunità e hanno parlato e agito a nostro supporto nelle lotte che dobbiamo affrontare quotidianamente. Alcuni sostengono che, come donne, abbiano affrontato anche loro difficoltà simili a quelle che passano molti gay, e che la forza che hanno sempre dimostrato, anche nei momenti più neri, è ciò che permette l'identificazione con la comunità omosessuale. Heather Love, professoressa della Pennsylvania University, ha spiegato all'Huffington Post che "Si potrebbe analizzare questa attrazione [nei confronti delle icone femminili] in termini di cosa queste figure rappresentano: una femminilità stilizzata, una forza nelle difficoltà, una condizione sovraesposta e quasi teatrale di lotta per l'autoaffermazione." Un articolo di Salon intitolato "Where Have All The Drag Queens Gone?" dice più o meno le stesse cose. L'autore sostiene che le nostre queen si ispirino a donne come Judy Garland, Dolly Parton e Cher "perché sono state in grado di sovrastare gli insulti e le dure prove lungo il loro percorso, e perché la loro storia rispecchia la sofferenza che molti uomini gay provano nella strada che li porta ad uscire allo scoperto."

Dai tempi d'oro di artiste come Madonna e Cher, però, la cultura LGBTQ+ e, con essa, la sua rappresentazione all'interno della narrazione pop, si è evoluta parecchio. Da un lato, la cultura mainstream ha finalmente iniziato a prestare attenzione alle voci provenienti dalle comunità trans, queer e di colore, in opposizione alla voce dominante bianca, cisgender, ma anche a quella tradizionalmente gay. In virtù di questa evoluzione, la nozione stessa di "icona gay", al giorno d'oggi, sembra riduttiva e addirittura sorpassata. Essere LGBTQ+ significa cose diverse per ciascun individuo, e per sua natura sfugge alle categorizzazioni con cui siamo abituati a generalizzare.

Quello che forse caratterizza l'icona queer all'interno del panorama musicale odierno è che il suo ruolo non è più intercambiabile con quello della classica "icona pop". Quando chiesero a Missy Elliott come mai non si fosse unita a quel baccanale lesbo tra Madonna, Britney e Christina ai VMA dei 2003, sembrava le avessero detto chissà cosa. "No, no, no," aveva risposto lei. "L'hip-hop non fa queste cose. Non le farà mai e poi mai." Poco più di dieci anni più tardi, però, è proprio l'hip-hop che dà spazio anche a "quelle cose". Da Le1f a Cakes Da Killa, da Zebra Katz ad Angel Haze, fino a Frank Ocean, alcuni dei musicisti più talentuosi del mondo del rap sono anche apertamente queer. E poi ci sono artisti come Mykki Blanco che surfano i generi alla grande, passando dall'hip-hop al punk alla poesia, fino al noise più sperimentale. Per me Blanco rappresenta l'icona LGBTQ+ dei giorni nostri. Con la sua netta opposizione nei confronti di ogni incasellamento, riesce a rappresentare in maniera calzante una generazione che, come lei, rifiuta le etichette. In questo modo Mykki è diventata un modello per i ragazzini queer di tutto il mondo.

Da qualche anno a questa parte le cose sono cambiate e le icone gay non sono più soltanto donne eterosessuali. Ci sono molte più persone LGBTQ+ che vivono la propria sessualità apertamente, con orgoglio, con forza, e che senza dubbio rappresentano la comunità più da vicino. Per esempio, Anohni utilizza la sua figura pubblica per trattare temi che la riguardano in quanto donna transessuale, anche in relazione alla sua carriera. Come ha scritto tempo fa in un saggio uscito su Pitchfork: "Quando avevo tra i venti e i trent'anni mi è stato detto più volte che non dovevo sognarmi che qualcuno "come me" avrebbe potuto far carriera nella musica... Sono un'artista transgender e mi sono sempre trovata bene ai margini del mainstream. Sono stata felice di pagare il mio pegno raccontando la mia verità in faccia a tutti quelli che mi insultavano, in faccia all'idiozia." Per il suo coraggio di alzare la voce parlando di transessualità e di rifiutare ogni compromesso politico, possiamo dire che Anohni è una perfetta icona LGBTQ+ moderna.

ANOHNI.

Mentre il mondo si sta muovendo verso una dimensione di fluidità sessuale (studi recenti hanno dimostrato che tra i ragazzini uno su due ammette di non essere completamente eterosessuale), la tradizionale "icona gay" diventa un concetto quasi arcaico. Héloise Letissier, conosciuta col moniker Christine & the Queens, ha parlato spesso della propria pansessualità: "Mi innamoro di una ragazza, poi di un ragazzo, poi mi innamoro di una persona transessuale. E penso 'Che cazzo mi succede?', ma poi mi rendo conto che sono i sentimenti a farmi tutto questo." Anche la sua identità di genere traspare nei suoi testi: "She wants to be a man / but she lies / she wants to be born again / but she'll lose / she draws her own crotch by herself / but she'll lose because it's a fake". La sua fluidità ben rappresenta il modo in cui è cambiata la percezione pubblica nei confronti di sessualità e identità di genere, e alla luce di questo non è più credibile sostenere che chiunque abbia preferenze non-eterosessuali debba amare le stesse cose.

Durante la mia adolescenza ero alla disperata ricerca di modelli a cui ispirarmi. Stavo in questo paesino lontanissimo dalla cultura metropolitana e a distanza siderale dal movimento queer. Non conoscevo nessuno che stesse passando le mie stesse cose, il che significa che ero costretto a forgiare la mia identità soltanto attraverso ciò che vedevo in televisione, o nei film, oppure guardando ai musicisti che ostentavano la propria identità. Mi conforta pensare che un ragazzino queer che lotta per affermare la propria identità al giorno d'oggi abbia tutti questi artisti talentuosi a cui ispirarsi, ognuno dei quali copre uno spicchio del ventaglio di generi e sessualità esistenti, e che oltretutto queste nuove icone abbiano molta più visibilità e voce all'interno della cultura mainstream di quanta ne avessero gli artisti queer qualche anno fa.

Chiaro, ci sarà sempre un posto speciale per le "dive" della musica nei nostri cuori: in una società che ancora non riesce a liberarsi dalla violenza e dall'odio, abbiamo ancora bisogno della loro forza e dei loro brillantini. Ma siamo consapevoli che le identità queer sono complesse e sfaccettate proprio come le identità eterosessuali, ed è giusto che per ogni sfaccettatura ci sia un idolo musicale da elevare a icona. 

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