"Pensavo di essere finito": il riscatto di Giaime
Fotografia di Adriana Tedeschi.

"Pensavo di essere finito": il riscatto di Giaime

A volte le carriere scompaiono nel nulla, altre volte rinascono più forti di prima: abbiamo intervistato Giaime per parlare del suo ritorno sulla scena.
16.10.17

Qualsiasi forma artistica ha determinati temi che la definiscono, e quelli del rap sono stati cristallizzati nelle sue origini sociali: la strada, i soldi, il crimine, le difficoltà—tutti riconducibili alla categoria del riscatto, vero argomento sovrano del genere. Qualsiasi rapper, in un modo o nell'altro, si trova a scontrarsi con un immaginario in cui le asperità sono un ostacolo necessario, un passaggio da affrontare per potersi definire come uomo e come artista. Alcuni non ci riescono, e scompaiono nell'anonimato; altri, come Giaime, ci devono passare più volte per potersi sentire realizzati, concentrati e sicuri dei propri mezzi. Aveva solo sedici anni, Giaime, quando il suo nome ha cominciato a girare: guardarlo girare in bici con Lazza nel video di "Paga" è tornare a un passato prossimo in cui il rap italiano non era ancora la forza dominante nella conversazione musicale nazionale, ma già—come ha sempre fatto—affascinava ragazzini evocando immagini di scontro, ribellione e affermazione dell'io. "Sulla linea del limite" e "Minorenni coi trampoli", i suoi primi video solisti, condividevano con "Paga" una certa urgenza adolescenziale, una qualità acerba ma al contempo genuina. Macinando numeri, quei pezzi diventarono oggetto di scontro: mentre tanti ragazzini si rivedevano nei loro simili sullo schermo, altri li consideravano mocciosi ambiziosi. Furono i primi, ad aver ragione: il riscontro di Blue Magic, il suo tape d'esordio, fu tale che Universal arrivò a offrirgli un contratto e a fargli pubblicare, nel 2015, l'EP Prima scelta. Ed ecco il primo riscatto: quello contro la sua stessa età e i pregiudizi dell'ambiente in cui stava cercando di realizzarsi. Poi, però, qualcosa si bloccò nel macchinario perfettamente oliato che lo aveva portato fino a lì. Giaime scomparì da YouTube, dal circuito live, dagli occhi della gente, senza dare vere spiegazioni. Questo, fino al 22 maggio 2017.

"Pensavo di essere finito, invece quanto dura" dice "Gimmi Andryx 2017 Prova 1", un pezzo in cui Giaime sembra risvegliarsi da un torpore artistico che lo aveva pervaso—"Non mi ricordavo quanto sono forte, in fondo", canta, poco prima che il beat guerrigliero di Andry The Hitmaker cambi pelle per diventare qualcosa di più morbido e accogliente. La voce di Giaime lo segue, pucciandosi nell'acqua fresca dell'autotune: "Ho le pressioni, le depressioni", dice, ma con un senso di libertà tale da suonare catartica. Altre due "prove" sono arrivate nei due mesi successivi, in un crescendo di sicurezza e riscontro di pubblico—ed ecco il secondo riscatto, quello contro i propri fantasmi. Giaime rischiava di scomparire nel nulla, di bruciare come la miccia di un fuoco d'artificio ed esplodere in uno spettacolo bellissimo ma fugace. Invece, "Gimmi Andryx" ha dimostrato che Giaime assomiglia più al fuoco in un camino: gli bastava soffiare sulle braci della sua ispirazione per riaccendere la fiamma. È venuto a trovarci in redazione per girare un episodio di People Versus, Giaime, ma non potevamo non chiedergli di parlarci anche delle montagne russe della sua carriera.

Noisey: Tu sei nato a Milano ma sei sceso subito a Pescara, giusto?
Giaime: Sì, sono tornato appena ero abbastanza grande da poter prendere l'aereo. Ero piccolissimo, avrò avuto uno, due mesi quando siamo scesi. I miei si sono conosciuti qua ma non sono di Milano, mio padre è sardo e mia madre di Pescara. Siamo tornati per poter stare più vicini alla famiglia, essere più protetti. E sei tornato su che avevi undici anni.
Esatto, nel 2006. A un certo punto i miei si sono lasciati e mia madre ha trovato un compagno che aveva un'azienda a Milano, quindi siamo risaliti per suoi motivi di lavoro. In che ambiente sei cresciuto?
Siamo sempre stati zona Piola, Piazzale Susa, Viale Argonne… Città Studi, diciamo. Ci sono i suoi micro-mondi difficili ma è una zona molto bella e tranquilla, non è che esci di casa e hai dei gravi problemi. Quindi quando ti sei preso bene per l'hip-hop, inizialmente, non è stato per il lato street del genere.
Un po' per tutto. Sicuramente anche quel lato fa gola a tutti quelli che percorrono questo tipo di strada. Penso sempre, come dicevano i Co'sang, che la malavita sia molto affascinante. Poi sta a te capire quanto ti interessa quel mondo, o quanto sei portato per esso. Io non lo sono! Secondo me fu il ritmo la cosa più importante, all'inizio, dato che oltretutto non capivo niente dei testi. L'attitudine, poi, era diversa rispetto a tutti gli altri generi che avevo ascoltato fino a quel momento. Non mi era mai presa la scintilla per un genere in quel modo.

Adesso che è passato un bel po' di tempo: secondo te, perché "Sulla linea del limite" e "Minorenni sui trampoli" colpirono così tanto il pubblico?
Credo che l'attenzione sia stata legata al fatto che eravamo piccoli. C'erano tantissimi hater che ci davano addosso per la nostra età. Cinque o sei anni fa, quando uscì "Sulla linea del limite", non c'erano così tanti video di ragazzini che rappavano. Le reazioni furono tipo, "Ma che cazzo vogliono fare questi qua?" Poi qualcuno che era più avanti, più aperto a livello mentale, ha pensato che la nostra età fosse invece uno step in più. Per quanto eravamo piccoli, riascoltandole e senza menarmela, alla fine non eravamo neanche così male per l'età che avevamo e per il tempo. C'era della profondità, in quei testi. Erano un po' più maturi degli anni che avevamo.

In un certo senso avete un attimo anticipato lo stato di cose contemporaneo, in cui è ok—negli Stati Uniti come in Italia, come in qualsiasi altra nazione—cominciare a essere presi sul serio anche da ragazzini. Quando ti rendesti conto che tutto stava cominciando a girare?
Guarda, quasi subito. In un mese avevamo fatto 100.000 views ricordo che chiamai il mio socio, Masta Rise, una mattina prima della scuola per dirglielo—e ai tempi 100.000 views erano tipo un milione, una cosa incredibile. E quando andavamo in piazza, attorno alle vacanze di Natale, la sera, c'erano già ragazzini che sapevano chi eravamo e ascoltavano il nostro pezzo. Non era chissà cosa, eh, parlo dei ragazzi di quartiere più che altro. È una cosa che non mi ha mai scombussolato. Non perché la dessi per scontata, mi ha sempre fatto un grande piacere ma l'ho sempre vissuta con naturalezza.

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Il tuo primo video di sempre lo girasti assieme a Lazza. Invece come hai stretto le conoscenze con gli altri ragazzi della scena? Con Tedua, Tobe e Tinez…
Allora, Tedua l'ho conosciuto tardi, una sera in macchina con Rkomi. Io e lui abbiamo un sacco di amici in comune, già da piccoli. Tinez e gli altri li ho sentiti sempre più o meno in quel periodo perché Tinez già rappava con altri ragazzi che andavano al Cacatoio, che era un posto dove si riunivano per fare freestyle, c'era Paskaman, c'erano Pingu, Cima, tutti i rappresentanti di Zona 4, e qualcuno da fuori Milano. Era già una piccola comunità di ragazzi che rappavano: mi sono avvicinato a loro tramite Paskaman, che aveva uno studio, e registrando lì mi sono reso conto che c'era tutto un mondo dietro che non conoscevamo.

In "Prova 3" dici "Gimmi in stallo non c'è mai stato", ma in realtà hai avuto un lungo periodo in cui tutto si è fermato.
Mi sono fermato per tre anni. Non che non scrivessi o registrassi, anzi, però era proprio una situazione personale veramente… ero davvero perso, non c'era in me stesso una sicurezza che mi permettesse di fare canzoni fighe. Tutte quelle uscite per Universal Music c'è qualche pezzo bellino, ma quando lo sento è come se mi comunicasse ansia. Poi ho conosciuto una persona, che si chiama Sergio ed è il mio attuale manager, e lui a maggio 2016 mi ha fatto un discorso che mi ha fatto cambiare status mentale. Abbiamo parlato della mia vita, del mio approccio alle cose, alla musica, all'ambiente. Tantissime cose che, a un certo punto, mi hanno fatto scattare qualcosa. Poi per puro caso non avevo un produttore, non sapevo dove sbattere la testa e ho cominciato a scrivere sui type beat. A un certo punto sento la produzione di Andry e gli faccio, "Sei gigante!" Poi ci siamo beccati in studio a settembre dell'anno scorso, e in un anno abbiamo fatto una marea di pezzi. I suoi beat si cucivano alla perfezione su di me, e viceversa.

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È pazzesco, perché saresti potuto essere una promessa interrotta dato l'hype e i numeri che avevi generato.
È quello che è successo! Poi non so per chi potessi essere una promessa, dato che al tempo non c'era l'attenzione dai big che c'è adesso. Non abbiamo ricevuto grande supporto e considerazione, ma senza criticare la cosa, anzi. Però è così. Forse promessa per i fan effettivi, diciamo così! Però poi è andata meglio, poi riprendersi a livello personale mi ha permesso di scrivere con serenità maggiore.

Immagino che parlare di riscatto in questi termini sia potente per te.
Minchia! Almeno ha un senso, è un vero e proprio riscatto. Non un riscatto sociale per cui da una situazione pesantissima e disagiata arrivi al ristorante a tre stelle Michelin, ma è un riscatto musicale e artistico che ha il suo valore.

L'idea, con Andry, era quella di fare tre "prove" e poi iniziare con i pezzi? O c'è stato un processo diverso?
In realtà noi avevamo già i pezzi pronti da prima di "Gimmi Andryx", "No Stuntman" e quelli che usciranno dopo. Siccome era estate sapevamo di avere una resa, un pubblico e un'attenzione diversi. Un giorno sono andato in studio da Andry, volevo fare una cosa un po' più aggressiva, l'ho fatta e l'avevo scritta su un type beat che cambiava. Quindi gli ho detto, "Ma vaffanculo, ma cambiamolo pure noi!" E ci è venuta l'idea di fare una saga, mi sono reso conto che poteva essere un buon passatempo per l'estate. Il nome ci è caduto dal cielo, proprio. Giaime Season Approaching.
Esatto! L'abbiamo deciso proprio in un giorno, a caso. Tutte le cose che poi vanno bene le decidi così, sul momento.

In "Gimmi Andryx 2017 Prova 1" canti, "Ora se mi offrono, rifiuto mai, già difficile campare / Quindi mi lascio viziare / Dico agli altri di non fare i miei errori / Come i genitori". Quali errori? Cosa significa non rifiutare mai? E di che errori parli?
Prima me la menavo, ma non che andassi in giro a dire che ero figo. Roba tipo "Ma no, il featuring con quello no", "Quella serata lì no", "Non mi voglio mischiare a questo", "Non voglio fare quello". Un sacco di chiusure mentali che mi hanno portato al decesso artistico. Quindi mi sono reso conto che devo essere umile nell'accettare qualsiasi tipo di confronto, sia con i più bravi che i meno bravi. Mischiato anche al fatto che se mi offrono da bere, da mangiare, perché no! L'ho scritta in un periodo in cui soldi non ce n'erano, ma proprio zero. E quindi campavo un po' sulle offerte, quando uscivo! È una mia peculiarità, questa. E la cosa dei genitori è perché io consiglio di non fare molte cose che poi alla fine ho già fatto o che faccio. "Non fumare!", ti dicono, e poi fumano. In "Prova 2" invece dici "Fuck rap, voglio fare come i Rolling Stones". È una frasetta che mi ha fatto pensare al discorso sui rapper come nuove rockstar, e anche a una certa voglia di superare le suddivisioni di genere.
Ho preso gli Stones perché avevo visto un documentario su di loro il giorno prima di scrivere quel testo. È che mi sono reso conto di quanto effettivamente c'è del "gangster" anche in questo tipo di artisti, che lo sono in tutto e per tutto. Nella pazzia, nel fregarsene e nell'interessarsene. È un mondo molto più figo, musicale e artistico, e vorrei che si creasse un legame tra il pubblico e il mio rap simile a quello che vedo nella figura delle grandi rockstar.

In "Prova 3" c'è una frase davvero pesante: "A ventidue anni non ho mai concluso un cazzo / Come i miei coetanei mi do tempo un anno poi dopo m'ammazzo".
Questa è pesa, ma è anche reale. Mi sono reso conto che anche se a sedici anni abbiamo toccato certi punti, ora non contano un cazzo. Non sono niente rispetto a quelli che hanno toccato altre persone. Quindi che cosa ho concluso? Niente. Non ho mai finito la scuola, portato avanti uno sport o portato tanti soldi a casa. Ho provato a fare l'artista fino ad oggi ma non c'è stato un vero e proprio riscontro. Se entro l'anno prossimo i risultati non si vedono davvero, è meglio che mi faccia due domande e mi dica che forse sto togliendo attenzione a qualcuno che se la merita più di me. Ovviamente mi sto impegnando perché questo non accada! Proprio mentre lo dico nella canzone, è quello che voglio fare. Ma è come dire raga, se tra un anno sono ancora qua ditemelo che mi levo dal cazzo, non esiste. Mancherei di rispetto a me stesso e alla mia famiglia, a mia madre che mi fa fare quello che voglio anche se non ce lo possiamo permettere. La scuola quando l'hai mollata? E perché?
In quinta, senza mai essere bocciato. Era un ambiente scolastico che mi provocava tanta ansia e sbattimenti, non dico per le materia in sé ma proprio per l'ambiente interpersonale. C'erano tante persone con cui mi trovavo bene, e anche con i professori non ho mai avuto un rapporto spiacevole. Ma soffrivo proprio il dover andare a scuola, mi ha sempre dato fastidio fare qualcosa che qualcun altro mi dice di fare. È un po' da viziato, effettivamente. Però fa parte di me. Volevo mollare a sedici anni, i miei non me l'hanno permesso, e a diciotto ho preso la mia scelta. È stato un po' tipo, "Sapete che c'è? Mò faccio come voglio io, vi do anche un po' di fastidio ma vi assicuro che anche se faccio questa scelta a un certo punto arriveremo da qualche parte". In questo ho sempre avuto grande stima, rispetto e simpatia nei confronti dei professori. Quando sono uscite minorenni e limite i miei prof sapevano della cosa e mi chiedevano come andasse. Forse, senza neanche rendersene conto, mi hanno buttato loro fuori da scuola facendomi pensare che potevo farcela col rap!

Domanda secca: che cosa significa, per te, non essere uno stuntman?
Essere una persona normale, che sa di rischiare e sa che si farà del male ma lo fa lo stesso, proprio perché non è uno stuntman—che invece sa come evitare di farsi male pur esponendosi al rischio. Uno stuntman ha quasi la sicurezza che tutto andrà liscio anche se si butta da un palazzo. E lo faccio anch'io, in un certo senso, anche se non sono uno stuntman. E quindi sono vulnerabile, sono completamente esposto ai rischi. E continuo anche a essere un po' autodistruttivo: "So come farmi male, bene". So come farmi male, ma davvero.

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