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Tutti i buchi neri della Lega di cui Salvini non parla mai

Non solo i famosi 49 milioni di euro: la struttura finanziaria parallela del partito, i paradisi fiscali, i politici riciclati al Sud e i rapporti con la Russia. Ne abbiamo parlato con il giornalista Giovanni Tizian.

di Leonardo Bianchi
15 marzo 2019, 7:30am

Matteo Salvini durante un comizio in Sardegna. Foto via Facebook.

[Il 10 luglio 2019 il sito americano BuzzFeed ha pubblicato l'audio della trattativa tenutasi nell'ottobre del 2018 tra Gianluca Savoini—uno degli uomini più vicini a Salvini—e imprecisati emissari russi su un possibile finanziamento illecito alla Lega. Il ministro dell'interno ha subito annunciato querele, ma l'incontro era già stato raccontato a febbraio dai giornalisti dell'Espresso Giovanni Tizian e Stefano Vergine, autori de Il libro nero della Lega. Per l'occasione, riproponiamo questa intervista a Tizian di qualche mese fa.]

La Lega ha sempre vissuto di contraddizioni all’apparenza insanabili. Si tratta del partito di gran lunga più vecchio nell’attuale arco parlamentare italiano, che governa e ha governato per decenni a livello comunale, regionale e nazionale. Eppure, si comporta e agisce come se fosse stato fondato poco prima delle ultime elezioni.

Per tutti gli anni Novanta ha invocato la secessione e la frantumazione dell’Italia, ma si è ben guardato dal rinunciare ai benefici di “Roma ladrona.” Nel suo codice genetico, almeno a parole, è incastonata la guerra alla “partitocrazia” e la diversità morale e antropologica rispetto alla vecchia politica corrotta della Prima Repubblica. Nel frattempo, però, è stata coinvolto in scandali di ogni tipo—dalle tangenti Enimont al crac della banca Credieuronord, passando per i diamanti e i 49 milioni di euro di rimborsi elettorali sottratti allo Stato e spariti nel nulla.

È proprio da questa famigerata vicenda che sono partiti i giornalisti dell’Espresso Giovanni Tizian e Stefano Vergine per scavare nei numerosi buchi neri del partito guidato da Matteo Salvini. Il risultato di questi anni di lavoro è ora condensato ne Il libro nero della Lega, un saggio di cui finora si è parlato molto soprattutto per le rivelazioni su possibili finanziamenti dalla Russia.

Ho sentito Tizian al telefono per farmi raccontare tutte quelle cose di cui il “Capitano”—tra una diretta Facebook di un comizio e un peperone crusco—si guarda bene dal parlare.

VICE: Ciao Giovanni. Iniziamo dai famosi 49 milioni. Com’è iniziato il tutto, e dove sono finiti questi soldi?
Giovanni Tizian: Parte dalla sentenza di condanna del 2017 per truffa ai danni dello Stato di Umberto Bossi e Francesco Belsito, l’ex tesoriere della Lega Nord. Quando a Genova i giudici si pronunciano, ordinano anche il sequestro della somma che secondo loro è il frutto di quella truffa sui rimborsi elettorali, ottenuti con rendiconti fasulli tra il 2008 e il 2010.

Questa somma, sempre secondo i giudici, vale 48,9 milioni di euro. Non si è trattata di una decisione arbitraria: è la legge sulla truffa ai danni dello Stato che prevede la confisca dell’equivalente.

Ora, che fine hanno fatto quei soldi? Da qui inizia una serie di accuse e controaccuse anche all’interno della stessa Lega, perché Bossi e Belsito sostengono che i soldi ai loro successori li hanno lasciati eccome; e studiando i bilanci, effettivamente ci si accorge che—subito dopo lo scandalo giudiziario che ha travolto la vecchia Lega—c’è un lento prosciugamento delle risorse del partito.

Questo ovviamente desta alcuni interrogativi. Per esempio, ci sono alcune voci, come quelle dei contributi—e questo avviene già con Maroni segretario—ad associazioni varie di cui non si specifica nulla; e sono voci tutte da chiarire, su cui non si è mai fatta un’operazione di trasparenza.

Una delle argomentazioni difensive più usate dalla “nuova” Lega è che a sbagliare sono stati Bossi e Belsito, e che loro non c’entrano nulla—oltre al solito corollario di “processi politici” e “attacchi alla democrazia.” È davvero così?
Salvini sostiene che quei soldi non li ha mai visti. Noi però dimostriamo, con documenti alla mano (ufficiali e anche interni al partito) che lui quei soldi li ha usati, perché da segretario ha incassato alcune tranche dei rimborsi incriminati. E l’ha fatto consapevole sia dello scandalo giudiziario, sia che usando quei soldi—come emerge da una lettera dell’avvocato di Bossi—partecipava in qualche modo a quello scandalo.

C’è quindi un collegamento diretto tra i due periodi; quello da dimenticare di Bossi e Belsito, e quello di Salvini. L’altro aspetto rilevante è che dai conti del partito nazionale sono usciti milioni di euro in pochissimo tempo, così come ricostruiamo attraverso i bilanci. Che fine hanno fatto? Queste sono domande lecite per un giornale, e che dovrebbero essere di interesse collettivo.

Scopriamo inoltre che, intorno al 2015, uno dei motivi per cui si svuota il conto della Lega è che le leghe regionali—quelle di Lombardia, Piemonte, eccetera—acquisiscono autonomia finanziaria che prima non avevano. Succede allora che le varie leghe territoriali ricevono soldi dal partito nazionale; e questo probabilmente per rendere più difficoltoso il sequestro. E infatti, il primo sequestro disposto dai giudici di Genova ha riguardato le prime leghe territoriali, ovviamente riconducibili al partito nazionale.

A un certo poi si inseriscono le indagini sulla magistratura, perché Genova—una volta chiuso il primo grado—ha aperto un’inchiesta per il presunto riciclaggio di parte dei 49 milioni.

Un aspetto curioso di questa vicenda, diciamo così, è che uno dei primi atti da segretario di Salvini è stato quello di non costituirsi come parte civile contro Bossi e Belsito. Perché l’ha fatto?
C’è da dire che Roberto Maroni ha tentato in tutti i modi di organizzare la costituzione di parte civile. Salvini ha deciso di non farlo, appunto, spiegando che sarebbe stata una spesa inutile per chiedere soldi a gente che non ce li ha.

Eppure, sa benissimo che il comportamento “inqualificabile e scellerato” dei suoi predecessori non solo ha danneggiato il partito; ma, come spiegato dalla memoria presentata dall’avvocatura dello Stato che difende Camera e Senato, l’intero paese. E proprio per quelle riforme che sono state fatte anche sulla base di scandali che hanno tolto risorse alle casse pubbliche.

A maggior ragione mi sarei aspettato da uno come Salvini, sempre dalla parte del “popolo,” di chiedere i soldi da chi li ha rubati. A un certo punto però, nel febbraio del 2014 è stata fatta una scrittura privata tra Umberto Bossi, Lega Nord, Matteo Salvini e Matteo Brigandì (l’avvocato di Bossi) che sanciva una specie di pax in cui c’era la promessa di non chiedere alcun risarcimento a Bossi e famiglia.

Firmando questa scrittura privata si è sostanzialmente detto: chiudiamola qui. In questo caso, il politico del “cambiamento” e dei “cittadini” è stato più dalla parte dell’amico Bossi.

Un altro bersaglio preferito della propaganda salviniana è “l’Europa delle banche e delle multinazionali”. Dal vostro libro, tuttavia, emerge come le “banche,” le “multinazionali” e i “poteri forti” non facciano poi così tanto schifo alla Lega.
Assolutamente no. Nel libro raccontiamo parecchie cene, colazioni e incontri riservati con manager della finanza, banchieri, imprenditori di multinazionali. Abbiamo anche trovato un finanziamento di 15mila euro di un grosso imprenditore della carne, Luigi Cremonini, ad Armando Siri—sottosegretario al ministero delle infrastrutture e ideologo della “flat tax.”

Anche qui, cerchiamo di sottolineare le contraddizioni di qualunque partito. Se tu ti presenti in un modo, e poi tieni tutt’altra condotta, è giusto che il cittadino lo sappia. In questo caso, da un lato si presentano come un partito “anti-establishment,” dall’altro in realtà sono vicini a un banchiere del calibro di Ettore Gotti Tedeschi [tra le varie cose ex presidente dello Ior, la banca vaticana] e interloquiscono con manager di ogni tipo.

Niente di male, sia chiaro; certo è che tutto questo stride non poco con la narrazione “sovranista” e “anti-sistema.”

Pare che nemmeno i tanto criticati “paradisi fiscali” dispiacciano alla Lega, giusto?
Noi siamo arrivati in Lussemburgo partendo da un indirizzo legato ad una piccola associazione culturale, chiamata Più Voci, di cui abbiamo svelato l’esistenza. Parliamo di un’associazione molto particolare, che ha sede in uno studio di commercialisti a Bergamo, e di cui non si sapeva assolutamente nulla—non aveva un sito web, né aveva mai organizzato un evento pubblico.

Continuando ad indagare su questo studio di commercialisti, abbiamo scoperto che dentro c’erano professionisti molto vicini alla Lega—a volte con ruoli in società controllate dalla Lega, o direttamente dentro il partito. Ecco: in quell’ufficio hanno sede sette piccole aziende, tutte costituite intorno al 2015 e con una particolarità: la proprietà fa capo ad una società fiduciaria, a sua volta controllata da una holding lussemburghese.

La cosa più interessante, però, è che una di queste imprese è amministrata direttamente dal tesoriere del partito di Salvini Giulio Centemero. Noi non siamo né giudici né magistrati, ma ci poniamo comunque delle domande: per un deputato e tesoriere di partito, che amministra soldi pubblici, è corretta questa promiscuità tra ruoli privati e pubblici? Non c’è nessun conflitto d’interesse?

È comunque un aspetto da sottolineare, perché la Guardia di Finanza è andata a bussare alla porta in questo studio proprio per acquisire informazioni su queste sette società che ci portano in Lussemburgo. E tra l’altro, nel decreto di perquisizione, i magistrati motivano questa visita con il sospetto che attraverso queste società siano stati veicolati all’estero parte dei 49 milioni della truffa.

Insomma, non mi sembra che sia sufficiente rispondere, come hanno fatto il tesoriere e due commercialisti, che queste attività non hanno nulla a che fare con il partito: siete voi il partito!

Tra l’altro, sempre a proposito dei soldi, Salvini e i leghisti presentano questa nuova Lega come un partito poverissimo e umile, che si regge sulle donazioni di militanti e cittadini. È così?
Non è assolutamente così. Il finanziamento più grosso che abbiamo trovato è quello dell’immobiliarista romano Luca Parnasi: 200mila euro dati all’associazione Più Voci, e la promessa di versarne altri duecentomila in due tranche—un versamento che non sarà mai effettuato.

Il motivo lo spiegherà ai magistrati lo stesso Parnasi, arrestato nel 2018 nell’ambito dell’inchiesta sullo stadio della Roma [a febbraio del 2019 è stato chiesto il rinvio a giudizio]: in sostanza, quei finanziamenti servivano a entrare in un certo mondo e in un certo territorio—il Nord—e aveva bisogno di accreditarsi.

Parnasi chiama “fratello” Matteo Salvini, e questo incontro probabilmente è stato agevolato da un conoscente di Parnasi: Giancarlo Giorgetti, altro uomo forte della Lega [e sottosegretario alla presidenza del consiglio], anche se non sempre sulla stessa lunghezza d’onda di Salvini.

Passando ad altro, la Lega ha ormai tolto il “Nord” dal simbolo. E Salvini ha puntato sin da subito all’espansione territoriale al Sud. Nel preparare il suo sbarco, nel 2014 disse che “non stiamo a fare ‘ricicleria’”—alludendo al fatto che non ci sarebbe stato spazio per vecchi volti della politica locale, o personaggi equivoci. Ha tenuto fede a questa promessa?
Mi sa che Salvini ha sbagliato un attimo i calcoli. In realtà, lo si è capito già dalla nomina di uno dei primi responsabili di Noi con Salvini per la Sicilia: Angelo Attaguile. Ossia uno che ha avuto esperienze prima nella Democrazia Cristiana, poi nel Movimento Per le Autonomie di Raffaele Lombardo. Esistono pochi personaggi politici più riciclati di lui, insomma.

Tra l’altro, quando Salvini diceva quella cosa, il leghista di lungo corso Raffaele Volpi era già stato mandato a fare il “casting” di questa nuova Lega del Sud. I personaggi scelti, però, sono stati un po’ così. Prendiamo il primo deputato siciliano eletto in quota Lega all’Assemblea regionale siciliana, Antonino Rizzotto detto Tony: anche lui storia democristiana e autonomista; appena entrato all’Ars, si viene a sapere che era già indagato. Come si può vedere non si tratta di nuova classe dirigente, ma di persone che hanno sempre gravitato tra il centro e il centrodestra, e ora hanno trovato nella Lega una nuova casa.

In Calabria, invece, Salvini ha pescato più a destra—diciamo nei nostalgici del Movimento Sociale Italiano. Non a caso, seppur non candidato alle politiche perché aveva già qualche problema, la Lega è stata appoggiata in maniera abbastanza trasparente da Giuseppe Scopelliti, già governatore della Calabria, condannato in via definitiva per il maxi-buco di bilancio che aveva lasciato quand’era sindaco a Reggio Calabria. Anche il primo eletto della Lega in Calabria, Domenico Furgiuele, ha un background decisamente di destra—senza contare le parentele ingombranti come il suocero, che è in carcere per estorsione aggravata dal metodo mafioso.

La stessa cosa è successa in Campania, perché il volto della Lega in quella regione è Gianluca Cantalamessa, figlio del missino storico Tonino Cantalamessa; e nel casertano figura invece Pina Castiello, che ha una storia politica molto vicina a quella di Nicola Cosentino.

Alla fine sono sempre quei nomi che ritornano, e non ci vedo davvero nulla di nuovo. Ci vedo solo tanta “ricicleria.”

Per finire, vorrei concentrarmi sul lato internazionale. Dal 2013 a oggi la Lega di Salvini è diventata di fatto un fan club di Putin , con cui condivide una certa visione del mondo. Anche qui: questa alleanza è solo ideologica e politica, o c’è anche dell’altro?
Di sicuro l’alleanza è politica. Ma quello che siamo riusciti a scoprire è che uomini molto vicini a Salvini—come Gianluca Savoini, ex portavoce e fondatore dell’associazione Lombardia-Russia—hanno intessuto rapporti e relazioni con personaggi molto vicini a Putin, che sono culminate in una vera e propria trattativa in cui si ipotizza una compravendita di gasolio per finanziare il partito con tre milioni di euro.

Come scriviamo nel libro, non sappiamo come sia andata a finire. Ma sappiamo per certo che c’è stata, dove c’è stata e cosa si sono detti. Sappiamo anche che a quel tavolo all’hotel Metropol a Mosca c’erano Savoini e un manager russo vicino a un avvocato nel cui studio, un giorno prima, si era recato il vicepremier—senza pubblicizzarlo.

Questa trattativa avviene nei giorni [nell’ottobre del 2018] in cui Salvini era a Mosca, invitato da Confindustria in un convegno dove si sono affrontati temi molto cari alla Lega e a Putin: su tutte, le sanzioni. Finito il convegno Salvini scompare per 12 ore, che per uno che sui social posta ogni minuto cos’ha mangiato e dov’è stato è quanto meno singolare.

Noi siamo riusciti a ricostruire quella vicenda e quell’incontro che Salvini non ha smentito—non a noi direttamente, ma al direttore dell’ Espresso Marco Damilano durante una maratona di Enrico Mentana. Quello che vorremo sapere da loro, insomma, è sapere com’è andata a finire la vicenda [Savoini, parlando con con il media russo filo-governativo Sputnik, ha smentito tutto].

A ogni modo, anche solo la questione della trattativa è politicamente rilevante: perché da un lato abbiamo un partito “sovranista” che vuole rendere questo paese “libero” e “indipendente” da ogni influenza esterna; e dall’altro lo troviamo ad un tavolo che tratta un finanziamento. Ecco: non so se questo legame ti renderà poi davvero “libero.”

Di tutte queste cose di cui abbiamo parlato finora, però, Salvini non parla mai. Pensate che vi risponderà, prima o poi?
Sulle nostre indagini giornalistiche, sui soldi, sul Sud e sulla Russia non ha mai speso una parola. È una sua strategia, perché sa che rispondendoci alzerebbe l’attenzione sul tema—cosa che, evidentemente, non ha alcuna intenzione di fare.

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