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20 anni fa ‘Merda & Melma' aveva previsto il futuro del rap italiano

Kaos, Deda e Sean avevano creato un modello di quello che il rap sarebbe dovuto essere e non è mai stato, lo abbiamo raccontato per capire come migliorarci.

di Elia Alovisi
14 marzo 2019, 12:12pm

Collage di foto d'epoca via Facebook e della copertina di Merda & Melma

Due coordinate, perché le statistiche dicono che leggete da uno smartphone e che se mi dilungo troppo smettete di leggere. Siamo a Bologna nel 1999, i protagonisti sono tre. Si chiamano Kaos, Sean e Deda e ognuno, a suo modo, è un pioniere del rap in Italia. È dalla fine degli anni Ottanta che i tre diffondono le quattro discipline: Kaos e Sean con i Radical Stuff, Deda con la Isola Posse All Stars prima e con i Sangue Misto poi. Realtà che si sovrappongono e contaminano, tra featuring e genuina amicizia.

Capita che durante il tour di 107 Elementi di Neffa questi tre ragazzi decidono di chiamarsi Melma & Merda e fare un disco assieme. Ci mettono poco più di una settimana dall'inizio alla fine, coinvolgono qualche amico—lo stesso Neffa, il pugliese Moddi MC, il torinese DJ Double S—e lo chiamano Merda & Melma. Ne stampano pochissime copie, ne vendono ancora di meno, vanno in tour, si sciolgono, fine. Senza saperlo creano uno dei dischi rap italiani più belli, densi e particolari di sempre. Un disco che ha avuto però un destino beffardo: come quelle opere d'arte che finiscono nelle sale dei musei un po' più difficili da raggiungere, fuori dal percorso indicato dai segni sul muro.

melma merda
L'artwork di Merda & Melma dei Melma & Merda, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify.

Il pezzo da cui partirei, per spiegare Merda & Melma, non è il più rappresentativo ma è il più lungimirante. Si chiama "Insetto Infetto" ed è un attacco allo status quo del rap italiano. Niente di nuovo, dato che una delle forze che animano il rap che si considera hardcore—e Merda & Melma è brutalmente hardcore—è proprio il "non saremo mai come voi". Ma è disarmante rendersi conto di quanto Kaos, Sean e Deda hanno rappresentato, in positivo, l'opposto di quello che il rap è diventato nei seguenti vent'anni.

"Forse perché non c'è più un cazzo di nuovo da dire / La scena si sputtana, indovina chi ci smena? / Tutti, nessuno escluso, dal più scrauso al più stiloso / Da quello più sconosciuto fino al gruppo famoso", rappava Kaos. Il suo punto era semplice: i magazine e la scena tendono a spingere artisti accomodanti invece che dare spazio ad artisti dirompenti, strambi, sporchi. Questo è vero ancora oggi, ed è il grosso problema alla base del nostro lavoro: spingere un artista che opera fuori dalle regole e innova il gioco significa farcelo entrare e quindi rischiare, in un certo senso, di cambiarlo.

A fargli eco c'era Deda, che nella sua strofa evidenziava un problema ancora attuale: "Sembra siano finti pure gli scazzi / E troppa gente si fa meno cazzi suoi dei paparazzi". L'editoria musicale si è infatti evoluta (insieme a internet, e a tutte le altre editorie) in un modo infame che premia la quantità di interazioni più che la qualità del contenuto. E quindi tutti noi che con questa roba ci lavoriamo cadamo nella trappola dell'engagement, che ci viene richiesto dai nostri superiori per sopravvivere all'interno di un ecosistema tossico per la qualità della divulgazione culturale.

Siamo quindi spinti a cercare di capitalizzare su qualsiasi cosa crei discussione, e l'essere umano per natura tende a fare like e lasciare commenti su cose che lo fanno ridere, scandalizzare o incazzare. E quindi via di gossip, scazzi, dissing e scherzi—che si fanno anche finti in tentativi più che riusciti di trollare e far parlare di sé, come è accaduto anche a noi con la recente finta separazione tra Sick Luke e la Dark Polo Gang. Un articolo a mia firma sul tema finiva con le parole "A meno che non sia tutta una gag che ci farà passare per babbi per averci creduto." Alla fine lo era, ma i click e i like li abbiamo fatti. La mia azienda sarà felice, la gente se ne dimenticherà, ma intanto tutto questo mi fa sentire un fallimento.

merda melma
I Melma & Merda in una delle loro rare fotografie d'epoca.

Lungo il corso del disco, Kaos ha un pugnale arrugginito in gola e rappa come se non gliene fregasse niente di finire l'ossigeno che ha in corpo. Sean, nato in Sud Africa e cresciuto a Milano, rappa in inglese quasi del tutto corretto, annullando le distanze tra Europa e Stati Uniti. Deda è l'elemento giocoso del trio, il guascone che mette bucce di banana sotto i piedi del suo stesso flow ma cade sempre in piedi. Va però detto che l'unico pezzo citato finora, "Insetto infetto", è un unicum all'interno di Merda & Melma: è il solo vero collegamento al mondo reale in un'opera che esplora i territori del sogno e del paranormale.

Le prime parole del disco le pronuncia Kaos: "Occhi infelici sul presente". E allora dove rivolgere lo sguardo? A un "fuoco incandescente", un "territorio confinante tra nirvana e sclero", "tra l'infinito e zero". Ogni singolo verso di "Ancora in piedi", il primo vero brano del disco, proviene a turno da una voce diversa—a significare la tangibilità di un triumvirato artistico e non una semplice alternanza di strofe, un attacca-stacca di featuring buttati sulla traccia tanto per fare. I tre MC esplorano un non-luogo in cui la merda e la melma del mondo si fanno concime ed ecosistema, in cui fanno fiorire barre "armati solo di fotta" per combattere il male insito in ogni cosa. E il simbolo che scelgono per identificarlo è un classico: il demonio.

Il primo a combatterlo è Sean, che in "Introdrama" scende agli inferi per affrontarlo con il suo inglese quasi-corretto. Racconta di un'esperienza extracorporea, vede il suo corpo cadere a terra insanguinato. Riceve "una chiamata dall'aldilà": è il diavolo, che tiene il suo cuore "nella sua mano bianca"—e dato che la sua pelle era nera, questo particolare ha un valore. Preso dallo sgomento, Sean torna all'improvviso alla realtà: era solo un sogno? No, perché non appena si guarda allo specchio i suoi denti cadono a terra e il suo corpo, di nuovo, perde forza, crolla e si risveglia nella traccia successiva, "Oggi no".

Il confine tra incubo e realtà è sottile, in Merda & Melma. Quello di "Oggi no" è quasi un testo thrash metal: Sean si taglia la gola con un pezzo di vetro per controllare se sta sognando o no, Deda disegna una terra che "va a puttane" avvelenata da "spore di Muscaria", Kaos grida il suo dolore e nessuno risponde. Tutti e tre sanno però di essere causa del loro stesso male in quanto marionette del destino, microbi brulicanti nella melma del creato: "C'è da pensare a un disegno preciso nascosto / Mi sono spesso chiesto se era già tutto stato previsto", dice Kaos.

Merda & Melma è inframmezzato da interludi pazzi che ribaltano la loro funzione tradizionale: invece di dare aria all'ascoltatore gliela tolgono. Lo mettono di fronte a frasi incomprensibili ("Skhishashaskisha"), gli buttano addosso secchiate di concetti disordinati ("Subsumo"), lo fanno ricadere tra le mani di Satana quando la sua figura alata sembrava ormai lontana ("Puppa fumo"). Il risultato è un senso di tensione costante, mantenuto tale da una struttura di sample poliedrica in cui library music, hip-hop e soul americani, tradizione e svisate progressive diventano la stessa cosa.

Tra le note della lunga "Trilogia del Tatami", in cui Sean, Deda e Kaos si ispirano a "L'Arte della Guerra" di Sun Tzu per raccontare a turno "le strategie", "le vittorie" e "le sconfitte" della loro battaglia contro il creato e se stessi, si trovano quindi echi di un brano come "La dimostrazione" di Daniele Patucchi, tratto da una compilation intitolata Brani drammatici, violenti e suspence, e un classico dell'hip-hop a stelle e strisce come "The Message" di Grandmaster Flash. La conclusiva "Too Xigent" è costruita su "L'eroe di plastica" del prog rocker napoletano Toni Esposito, "Introdrama" relega nei gironi dell'inferno classici di Marvin Gaye e Barry White, "Oggi no" mischia il soul orchestrale di David Axelrod alla grinta old school di "Two to the Head" dei Geto Boys con Ice Cube e Kool G Rap.

Tutto questo si può ascoltare su Spotify e acquistare in copia fisica: e allora perché parliamo di "tesoro nascosto"? Perché Merda & Melma è un disco che più di altri simili illustri—Novecinquanta, SxM, La rapadopa, Sindrome di fine millennio—è rimasto invischiato in beghe legali. Come riassunto da RapBurger, nel 2014 il fondatore dell'etichetta che pubblicò il disco preparò una ristampa senza, pare, chiedere l'autorizzazione ai tre MC. "Basta che non mi chiedete di metterci una firma sopra perché ve lo rigo", commentò Kaos; "Gli affari sono affari, e han sempre puzzato di merda", aggiunse Sean.

Non so quindi a chi vanno i miei pochi centesimi quando ascolto Merda & Melma su Spotify, ma so che è giusto rendere giustizia a questa opera con un pezzo. Che però esce su una testata di proprietà di una multinazionale che vuole sì fare cultura ma ha come primo obiettivo il guadagno, in cui riusciamo a ficcare la divulgazione infilandola negli spazi angusti tra video che fanno ridere e i contenuti sponsorizzati. E le mettiamo una cannuccia in bocca mentre affonda tra la merda e la melma di internet, che è quella del mondo, per continuare a riempirle i polmoni d'aria mentre i nostri si riempiono della puzza degli affari.

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