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Music by VICE

I Massimo Volume aiutano a soffrire meglio

A volte la musica non risolve i problemi del mondo, ma li inquadra alla perfezione: la band bolognese lo fa con le acque torbide del suo 'Nuotatore'.

di Andrea Bosetti
04 febbraio 2019, 3:29pm

Un nuovo album dei Massimo Volume è un po’ come una serata passata con un vecchio amico. Gli parlo di vita, di esistenza e facciamo discorsi sui massimi sistemi, ma ci si perde anche nelle minuzie, nel ricordo di quella volta che a diciassette anni ubriachi avevamo iniziato a dare agli insetti i nomi dei nostri compagni di scuola. Alla fine gli argomenti sono sempre quelli: la vita, l’universo e tutto quanto. E il post-rock dei Massimo Volume, e di Emidio Clementi in particolare, è strutturato e complesso esattamente allo stesso modo. Stiamo parlando di un autore a tutto tondo, che oltre a suonare il basso e a recitare scrive libri e si fa intervistare a MTV Kitchen , che si incazza ancora quando sbaglia un pronome e che riesce a infilare in un album il particolare e l’universale senza soluzione di continuità.

Come quell’unica volta che ho avuto occasione di conoscerlo dopo un concerto dei Sorge, il suo progetto parallelo assieme a Marco Caldera. Dopo un’ora sul palco da universalista vero, a cantare "La Sera" e a raccontare le storie del "Bar Destino", si è lasciato cadere nel particolare, accettando di farsi importunare per ore da me e da un amico (tra l’altro, proprio quello con cui a diciassette anni avevo dato i nomi agli insetti) al bancone del bar del locale, lui che beveva del whisky e noi che gli chiedevamo dei consigli di vita su un blocco per gli appunti. Il consiglio è stato di scuotere i nostri angeli drogati, e ancora anni dopo non ho capito se l’ho messo in pratica oppure no, ma questa è un’altra storia.

La storia da raccontare oggi è che il gruppo di Bologna è tornato con un nuovo tassello del proprio mosaico, un mosaico importante che già qualche anno fa Noisey tentò di riordinare insieme ai Massimo Volume stessi. Un ordine difficile da trovare, perché non so mai cosa posso aspettarmi di trovare all’interno della prossima canzone, so solo che qualcosa ci sarà sempre, perché non smetto mai di imparare quando ascolto la voce di Emidio Clementi, e se ho scoperto che qualcuno prima di me si è sentito come il soffitto di una chiesa bombardata ed è stato rapito dall’uragano è solo merito suo e dei suoi compagni d’arme. E ogni volta la storia si ripete: questo è il terzo album dei Massimo Volume che vivo in diretta ed è la terza volta che al termine dell’ascolto mi sento una persona migliore.

Il Nuotatore arriva a quasi sei anni di distanza da Aspettando I Barbari e si presenta in modo differente, perché Stefano Pilia tra gli Afterhours e gli altri suoi novecentotrentasette progetti ha dovuto abbandonare il quartetto bolognese, oggi trio composto dai soli Clementi, Burattini e Sommacal. I MV hanno già chiarito che dal vivo si presenteranno sempre come quartetto, ma l’album è stato un lavoro a tre, e il risultato è di una densità al limite del doloroso. La chitarra di Egle Sommacal è robusta ed evocativa come mai, più controllata e quadrata, probabilmente complice la poderosa scarnificazione di cui è stata vittima. A livello di suono sembra che la parola d’ordine in studio sia stata decostruzione, e a rimanere effettivamente incise sul disco sono state solo e soltanto le cose essenziali. Ed è incredibile come così poche cose possano ancora fare e dire così tanto.

massimo volume il nuotatore
La copertina de Il nuotatore. Cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify.

Ma a farla da padrone, ora e sempre, rimangono le storie di Mimì e il suo modo di raccontarle. Ormai del tutto perso l’impeto incontenibile degli inizi, lo sguardo di Clementi è posato, il registro espressivo è quello dell’uomo maturo, e superati i cinquant’anni non chiede più se è questo che siamo, perché il punto non è più capire se siamo o meno fuochi fatui, ma reagire alla consapevolezza di esserlo. E le riflessioni dei Massimo Volume sono così trasversali da trovare sempre spazio nelle faccende umane, nella vita di tutti i giorni così come nelle tragedie eccezionali. “Scusami amore, ma lo sai, non sono io l’uomo che studia la strada prima di mettersi in cammino. Scusami amore se non era mia la voce ad Orlando, nel buio sicura, che grida: avanti signori Il corpo dietro al mio, se un colpo parte, tranquilli, me lo becco io”. Scusami amore, perché non sono un eroe. Io non lo so se esiste un modo più bello di dedicarsi ad una persona, un incipit più forte per aprire un disco. E la chitarra di Sommacal che prende le parole di Clementi e le riveste con un velo di esistenzialismo da far scoppiare il cuore.

Basterebbe “Una voce a Orlando” per fare a pezzi anche l’animo più indurito, e invece c’è un intero album di canzoni pronte ad azzannare alla giugulare. C’è la storia dello zio di Mimì, col vizio del gioco, che perde l’azienda di cui è proprietario ed è costretto ad esserne un semplice impiegato per il resto della vita (“La ditta dell'acqua minerale”). C’è Nietzsche che passeggia malinconico per Venezia nel 1880 (“Fred”). C’è la madre di Clementi che gli impone di vestirsi bene e di cambiarsi le mutande perché “non voglio che la gente pensi male (...) se per disgrazia finisci in ospedale” (“Mia madre e la morte del Gen. José Sanjurjo”).

Poi ci sono i momenti universali, quando capisco che i Massimo Volume stanno scrivendo della mia vita senza avere idea di chi io sia. “E ho imparato a naufragare, senza perdermi nel mare. E ho scoperto che si può annegare, anche senza navigare”, perché l’”Amica Prudenza” non può diventare un alibi e le cose vanno fatte, i rischi vanno presi, la vita va vissuta. "Il nuotatore" che dà il titolo all’album è Neddy Merrill, l’uomo medio della classe media che John Cheever tratteggiò in poche pagine nel 1964, che da un barbecue a bordo piscina si ritrova, da una bracciata all’altra, privo di qualunque punto di riferimento, infreddolito in costume da bagno sul bordo dell’autostrada, incapace di ricordare quando il sole ha smesso di scaldargli le spalle e perché l’acqua in cui nuota sia sempre più torbida. Perché è la condizione umana, e qualsiasi certezza può crollare in qualsiasi momento.

“Santissima Signora Del Caso, sono stanco di pentirmi di quello che ho desiderato. A volte il mondo è strano, confonde la voglia con le paure del passato (...) Poi guardo gli altri e realizzo che alla festa dove tutti brindano avrebbe potuto esserci spazio anche per me, se solo tu mi avessi teso la mano”. Non è una scusa, non sto dando la colpa alla sfiga, ma le sliding doors esistono, le strade e le storie si incrociano per caso, come nella locanda alla fine dei mondi, come nel Bar Destino. Conoscere una persona, vivere un’esperienza, porte che si aprono e si chiudono e portano a quell’enorme butterly effect della vita.

Poi ci pensano Novalis, Basinski e Chopin a chiudere il discorso, durante “L’Ultima Notte Del Mondo”. Perché stiamo qui tutti tanto a dannarci pensando a come sconfiggere i barbari, a come tendere verso un mondo migliore, a come smettere di stare male. Ma “senza il buio e il male il mondo non sarebbe più lo stesso, tutto diventerà fatuo e carino”, e magari sarebbe un mondo in cui non avrei bisogno dei Massimo Volume, in cui non avrei bisogno di qualcuno come Emidio, che riflette sul peso di ogni parola e di ogni sfumatura. Tutto sommato, forse è meglio continuare a soffrire.

I Massimo Volume sono in tour nei teatri a febbraio e marzo:

20/02 Bologna – Auditorium Manzoni
01/03 Roma – Auditorium Parco della Musica
02/03 Pisa – Cineteatro Lumiere
14/03 Milano – Auditorium Fondazione Cariplo
15/03 Torino – ex Maison Musique
21/03 Foligno – Auditorium San Domenico
22/03 Savignano sul Rubicone (FC) – Teatro Cinema Moderno
23/03 Montemarciano (AN) – Teatro Alfieri – Klang Festival
24/03 Molfetta (BA) – Cittadella degli Artisti
11/04 Mestre (VE) – Teatro Toniolo
13/04 Trieste – Teatro Miela

Andrea è uno dei Lord di Aristocrazia Webzine. Seguilo su Instagram.

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