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Piemonte

La storia dell'altra “Terra dei fuochi” italiana tra Piemonte e Liguria

Una vicenda lunga trent'anni, una bonifica che non è mai stata ultimata: i veleni dell'Ecolibarna sono uno dei tanti 'casi irrisolti' che minacciano il Nord Italia a livello ambientale.

di Giorgio Ghiglion
14 aprile 2016, 8:05am

Foto via Wikimedia Commons

Serravalle Scrivia è una cittadina in provincia di Alessandria, conosciuta principalmente per il suo outlet, il più grande d'Europa.

A poco meno di un chilometro da lì spicca quel che resta dell'Ecolibarna, un'azienda di smaltimento di rifiuti tossici che ha trasformato questa zona fra Tortona e Genova nella "terra dei fuochi piemontese."

Aperta nel 1983 e chiusa due anni dopo per "sospetto di inquinamento," l'Ecolibarna si occupava di smaltire i rifiuti industriali e tossici, anche se in realtà si limitava a stoccarli e abbandonarli nei pressi dello stabilimento, o in discariche abusive lungo il torrente Scrivia.

Nel 2003, con un decreto, il ministero dell'Ambiente dichiara "sito di interesse nazionale" un'area di circa 70.000 mq che comprende l'insediamento industriale e le aree a valle, fino alla sponda del Torrente Scrivia, ospitando migliaia di metri quadrati contaminati da melme acide e due discariche abusive piene di rifiuti tossici.

Come nella terra dei fuochi campana, anche qui tutto ruota intorno a un'azienda che, dietro una facciata legale, organizzava trasporti clandestini di sostanze nocive per poi scaricare tutto in fiumi o cave abbandonate.

Con una differenza importante però: mentre in Campania la situazione è rimasta sconosciuta fino alla metà degli anni Novanta, la storia dell'Ecolibarna invece è conosciuta da tutti sin dal 1986, quando il comune di Serravalle Scrivia riuscì a far chiudere l'azienda.

Eppure una vera e propria bonifica non è mai stata fatta.

Cos'è l'Ecolibarna

Per capire come un tranquillo paese piemontese si sia ritrovato dei rifiuti tossici in casa, occorre tornare indietro di molti decenni: tra il 1940 e il 1980 la zona dell'Ecolibarna era infatti occupata da una raffineria di oli lubrificanti, la Gastaldi Oli, anch'essa accusata di inquinamento ambientale.

"Quella fabbrica ha cambiato diversi nomi ma è sempre stata un problema," racconta Gianluigi Gandini del comitato Bonifica Ecolibarna a VICE News. La Gastaldi, dice, "si spacciava come azienda autorizzata a smaltire rifiuti tossici e nocivi delle attività industriali, senza però esserlo. Abbiamo scoperto che gettavano liquidi inquinanti nel Rio Negraro, un fiume che va a finire nello Scrivia, da dove si prende l'acqua potabile per circa 200mila persone."

In quel periodo a Serravalle governa una giunta di sinistra a guida Pci-Psi, in cui Gandini - vicesindaco e assessore all'Ambiente - si batte per cercare di bloccare l'inquinamento della zona, senza però riuscirci.

"Avevo emanato un'ordinanza per la chiusura immediata della fabbrica, ma il partito socialista ne pretese il ritiro. Io allora mi dimisi e il sindaco ritirò l'ordinanza. Nei quattro anni successivi la Gastaldi ha buttato veramente di tutto."

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All'inizio degli anni Ottanta, però, la Gastaldi si trova in gravi difficoltà economiche per non aver ottenuto il rinnovo della concessione ministeriale per la lavorazione degli oli minerali. Lo stabilimento viene venduto a una società di Genova, l'Ecolibarna, che si occupa di smaltimento di rifiuti. Fra i proprietari c'è anche Giuseppe Fedele, liquidatore fallimentare della Gastaldi, già coinvolto nello "scandalo dei petroli," una truffa ai danni dello Stato realizzata sulla vendita di carburante.

La zona della Gastaldi è stata inquinata per circa quarant'anni, paradossalmente - quindi - è il posto migliore dove sistemare un'azienda che vuole smaltire rifiuti tossici: nessuno va a controllare una zona già inquinata.

"L'Ecolibarna aveva l'incarico di bonificare l'area, ma quello che fecero fu semplicemente accumulare altri rifiuti tossici nocivi provenienti da altri siti," racconta oggi Andrea Vignoli, giornalista del settimanale Il Novese, a VICE News. Così, solo una piccola parte dei rifiuti viene smaltita correttamente, il resto viene sotterrato nelle aree intorno allo stabilimento.

In quegli anni, le leggi sui reati ambientali sono praticamente inesistenti, e la provincia di Alessandria si trova al centro del triangolo industriale Torino-Milano-Genova, dove non mancano le aziende che vogliono far sparire i propri rifiuti.

Gli affari dell'Ecolibarna vanno talmente bene che, come ricorda Andrea Vignoli, "a un certo punto l'area fu talmente piena e congestionata che cominciarono a gettare i fusti di materiali tossici nelle cave abbandonate della zona."

Il copione è sempre lo stesso: di notte arrivano i camion, si scavano alcune grandi buche e si interrano i rifiuti, e la mattina dopo il terreno è già completamente ripianato. In alcuni casi però, come succede per la zona intorno all'Ecolibarna, cambia anche l'orografia: là dove la sera prima c'era un campo di grano, la mattina dopo appare una collina. A formarla sono tonnellate di rifiuti interrati.

L'attività frenetica dell'Ecolibarna, tuttavia, non passa completamente inosservata: nel febbraio 1985 alcuni cittadini di Capriata d'Orba, un comune vicino a Serravalle, chiamano i carabinieri: nell'aria c'è una forte puzza che non si capisce da dove provenga.

A rendere l'aria irrespirabile sono 2.500 bidoni pieni di sostanze tossiche interrati in una cava di ghiaia. Scaricati senza nessun tipo di sicurezza, alcuni si sono rotti, e l'odore delle sostanze chimiche ha messo in allerta i cittadini di Capriata. La cava è di proprietà di un piccolo imprenditore edile, Gentile Robbiano, che ha fatto alcuni lavori di ristrutturazione all'Ecolibarna. Secondo la versione dell'azienda, Robbiano si sarebbe appropriato dei fusti per poter riutilizzare i rifiuti tossici come catrame.

Dopo poco più di un anno la storia si ripete in maniera simile a Carbonara Scrivia, con esponenti dei Verdi - stanchi delle continue denunce a vuoto - che dissotterrano alcuni bidoni per poi mostrarli alle autorità.

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La "bidonata" di Carbonara Scrivia, come viene chiamata, consiste in 38mila fusti di rifiuti tossici - ma ne saranno rinvenuti anche altri nelle tre frazioni di Casa Rossa, Scaura e San Guglielmo - sulle sponde del fiume Scrivia. Questa volta a essere coinvolti non sono solo gli amministratori dell'Ecolibarna ma anche una famiglia di autotrasportatori locali - i Giacobone - su cui l'Ecolibarna cerca poi di scaricare le colpe, accusandoli di aver organizzato autonomamente un traffico di rifiuti.

Le spiegazioni dei dirigenti Ecolibarna però non convincono la magistratura. Che - dopo una serie di processi - condanna tutti i protagonisti della vicenda: dai proprietari della fabbrica fino agli autotrasportatori che scaricavano i rifiuti in giro per il territorio alessandrino.

Le condanne però sono piuttosto blande: Gentile Robbiano, l'imprenditore che ospitava i rifiuti tossici nella sua cava di ghiaia, è condannato a quattro mesi di carcere e due milioni di lire di multa. L'azionista di maggioranza dell'Ecolibarna - Giuseppe Fedele - e l'amministratore delegato - Dario Astero - vengono condannati complessivamente a sei anni (e al pagamento un risarcimento danni di tre miliardi) ma, grazie ad un condono, la pena viene poi ridotta di due anni.

"Le pene che furono inflitte ai proprietari della società e ai vari autotrasportatori coinvolti furono abbastanza leggere", ricorda Andrea Vignoli, "perché a quel tempo la legge non prevedeva una differenza fra il rifiuto semplice e quello tossico nocivo. Il reato era lo stesso sia che si abbandonasse una cartaccia lungo la strada sia che si abbandonasse uranio arricchito."

Non tutti però finiranno in carcere: l'autotrasportatore Adriano Giacobone, infatti, farà perdere le sue tracce. Ricercato ancora adesso dall'Interpol, è fra i nove criminali ambientali più pericolosi al mondo. Secondo gli investigatori in questi anni ha ingrandito la sua attività, trasportando rifiuti anche in Spagna, Marocco, Argentina e Paraguay e oggi è ricercato per crimini che vanno da trasporto illegale e scarico di rifiuti tossici, fino a rapimento.

La storia dei rifiuti di Carbonara invece avrà una coda che potrebbe risultare vagamente comica, se non si parlasse di sostanze nocive: sempre nel 1986 vengono trovati alcuni bidoni in un terreno di proprietà del sindaco di Pomaro Monferrato. Sono i rifiuti Ecolibarna della discarica di Carbonara, e ad abbandonarli è stata la ditta Ecosystem, incaricata della bonifica e amministrata dal fratello del sindaco.

"È una vicenda molto triste di cui ci siamo interessati in pochi," dice Gianluigi Gandini. "All'epoca non era un tema interessante e non si contavano i "delitti ambientali." Erano ovunque, interessavano le sponde dello Scrivia fino a Tortona: Avernia, Cassano, Spigneto Scrivia, Carbonara. In Italia abbiamo un sacco di industrie chimiche e questa roba qui o la buttano nel Casertano o in Puglia o da noi," ammette amaramente l'ex vicesindaco.

La bonifica mancata

Nel 1986 l'Ecolibarna viene definitivamente chiusa, pur non essendo ancora stata bonificata. L'area è molto inquinata, con le sue 1.200 tonnellate di medicinali scaduti, 120 silos di sostanze esplosive, liquidi tossici, pesticidi e migliaia metri quadrati di terreno ricoperti da melme acide.

L'incarico di bonificare l'area viene affidato alla Castalia, un'impresa pubblica che promette di risolvere il problema in diciotto mesi. In realtà i lavori andranno avanti dal 1987 fino al settembre 1999, quando vengono interrotti perché i rifiuti interrati sono molti più di quanti si creda, e per la bonifica completa servono molti più soldi di quelli previsti.

L'Ecolibarna scompare dalle cronache e non se ne parla più fino al 2003, quando un decreto dell'allora presidente del consiglio Silvio Berlusconi dichiara lo stato d'emergenza in tutta la zona e nelle immediate vicinanze: un'area di 70.000 metri quadri, che dalla fabbrica e arriva fino alla sponda del Torrente Scrivia.

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"Fino ad allora nemmeno noi c'eravamo accorti che ci avevano preso in giro," racconta Gandini. "Abbiamo scoperto il problema quando ci sono arrivati in casa i vigili urbani per piombare i pozzi artesiani. Allora abbiamo saputo che il governo aveva firmato un decreto di chiusura di tutti i pozzi intorno all'Ecolibarna. Noi eravamo convinti che i lavori fossero già stati fatti dalla Castalia."

L'Ecolibarna sorge in un posto a rischio, e occorre agire in fretta per evitare un disastro ambientale: l'area occupata dell'ex stabilimento è attraversata dal Rio Negraro, un piccolo fiume che si getta nel fiume Scrivia.

"La fabbrica è sul nostro territorio ma è un problema soprattutto per i comuni a valle," spiega a VICE News Alberto Carbone, sindaco di Serravalle Scrivia. "Se questa roba finisce nelle falde acquifere, potrebbe arrivare fino a Tortona".

Dal 2003 al 2012 la zona dell'Ecolibarna finisce sotto l'autorità di un commissario straordinario, prima il sindaco di Serravalle Scrivia, poi il prefetto della provincia di Alessandria. È in questo periodo che vengono realizzate alcune opere importanti, come la messa in sicurezza delle discariche e la realizzazione di un impianto di sollevamento delle acque sotterranee.

"C'è stata un'accelerazione nel 2012, quando il ministero ha messo a disposizione fondi per circa 6 milioni di euro per la messa in sicurezza, che dovrebbero presto diventare 12," spiega il sindaco Carbone.

Il nuovo progetto, che partirà a breve, prevede la "cinturazione" dell'area con un diaframma plastico (cioè una barriera per eliminare il deflusso di materiale inquinante) che trasforma la zona in una sorta di vasca al cui interno è contenuta una stazione di prelievo delle acque, successivamente depurate. A questo si aggiunge la rimozione di ventimila metri cubi di terreno inquinato sulla sponda sinistra del Rio Negraro, che saranno inceneriti all'estero.

Sebbene si tratti di un passo in avanti, il nuovo intervento non basta a risolvere il problema: per la bonifica completa servirebbero altri 30 milioni di euro. Il terreno è talmente contaminato che neanche gli esperti nominati dalla provincia di Alessandria sanno esattamente cosa c'è sotto.

"Gli ultimi interventi non sono stati di bonifica, ma la realizzazione di un'azione di contenimento, cioè scavare delle trincee e buttarci dentro del cemento in modo da evitare il più possibile il passaggio nelle falde acquifere," sintetizza Andrea Vignoli.

Per quanto riguarda le due discariche abusive di Capriata e Carbonara, solo l'ultima è stata bonificata. I 2.500 bidoni di Capriata invece sono ancora tutti lì, dove sono stati scoperti nel 1985: i lavori per ripulire l'area sono iniziati nel 2005 ma poi nel 2008 c'è stato un alluvione che ha bloccato tutto. Oggi mancano 1,3 milioni di euro per eliminare i fusti ancora interrati.

Nonostante non abbia mai avuto una rilevanza nazionale, non si può dire che questa storia sia passata completamente sotto silenzio. Periodicamente i giornali locali si occupano dei rifiuti dell'Ecolibarna e vengono lanciati appelli per una bonifica definitiva.

Poi però tutto si ferma. Il motivo è molto semplice: per eliminare il problema servono troppi soldi. Quindi meglio ricorrere a soluzioni provvisorie ma economiche.

L'Ecolibarna è stata chiusa trent'anni fa e da allora è cambiato quasi tutto: i protagonisti di quella vicenda sono oramai quasi tutti scomparsi e sono state emanate nuove leggi che - in teoria - dovrebbero evitare casi simili.

Solo i rifiuti tossici di Serravalle Scrivia sono sempre lì. In attesa di decidere cosa farne.

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