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Il 2016 potrebbe essere l'anno di una nuova crisi finanziaria globale

L'anno non è iniziato nel migliore dei modi, per i mercati finanziari: diversi analisti ipotizzano che questo possa essere l'anno di una nuova crisi, simile a quella del 2008.

di Giulia Saudelli
19 gennaio 2016, 10:05am

Foto di Butz.2013 via Flickr

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Il 2016 non è iniziato nel migliore dei modi per i mercati finanziari globali. Lunedì il prezzo del petrolio è sceso sotto i 28 dollari al barile per la prima volta dal 2003; dall'inizio dell'anno l'indice della borsa di Shanghai, in Cina, è crollato del 15 per cento; anche i mercati americani ed europei, resi nervosi dal prezzo del petrolio e dal crollo dei listini cinesi, hanno seguito la scia negativa, iniziando l'anno con performance preoccupanti.

In questo clima, diversi analisti hanno ipotizzato che il 2016 possa essere l'anno di una nuova crisi finanziaria globale, simile a quella del 2008.

I primi avvertimenti sono comparsi già alla fine dello scorso anno. In un articolo uscito il 27 dicembre sul Guardian, Larry Elliott, caporedattore economico del quotidiano britannico, aveva avvertito che il 2016 sarebbe stato un anno "vissuto pericolosamente." Secondo il giornalista, anche se non ci sarà una nuova crisi globale nei prossimi 12 mesi, il 2016 sarà l'anno in cui si "nasconderanno le crepe e si cercherà di guadagnare tempo prima che riemergano di nuovo tutti i vecchi problemi."

Elliott ha spiegato che il crollo del prezzo del petrolio e il rallentamento della crescita economica cinese - con la conseguente destabilizzazione delle borse del gigante asiatico - creeranno dei mal di testa a broker, governi e governatori di banche centrali. Un problema ancora più preoccupante sarà rappresentato dai paesi emergenti—soprattutto quelli colpiti dal crollo dei prezzi delle materie prime.

I primi segnali di pericolo che hanno anticipato la crisi del 2008, sono arrivati proprio dai paesi in via di sviluppo. Secondo Elliott, "non ci sarà alcuna esplosione nel 2016, ma si accenderà una miccia."

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Le previsioni di altri analisti, tuttavia, sono più pessimistiche rispetto a quelle espresse dal giornalista del Guardian.

George Soros, finanziere e imprenditore miliardario, ha suonato il campanello d'allarme. Durante un convegno tenutosi a Colombo, in Sri Lanka, Soros ha affermato che i mercati globali sono di fronte a una crisi e che gli investitori farebbero bene ad agire con cautela.

Secondo quanto riportato da Bloomberg, Soros ha puntato il dito contro la Cina, che starebbe avendo difficoltà a trovare un nuovo percorso di crescita sostenibile. Anche il crollo della moneta cinese, lo yuan, rischia di diventare un problema per il resto del mondo.

"La Cina ha un serio problema di adattamento," è il parere del magnate. "Direi che si può parlare di una crisi. Quando guardo i mercati finanziari, vedo una sfida difficile che mi ricorda la crisi che abbiamo avuto nel 2008."

Il rischio Cina

I problemi della Cina sono diventati evidenti nel corso dello scorso anno. A partire dalla metà del 2014, il mercato azionario cinese ha visto una crescita incessante: nei 12 mesi precedenti a giugno 2015, il mercato è cresciuto del 150 per cento. Tra giugno e agosto del 2015, però, quella che si è rivelata essere una bolla speculativa è - infine - scoppiata: per paura che la crescita sbalorditiva dell'indice fosse insostenibile e destinata a non durare, gli indici cinesi sono crollati.

La Cina, uno dei motori della finanza globale, ha visto la sua economia crescere incessantemente per gli ultimi 40 anni. Negli ultimi tempi, tuttavia, i ritmi si sono abbassati: se prima il rallentamento della crescita era considerato 'sano', ora sta iniziando a preoccupare sia il governo di Pechino che i mercati.

L'andamento dell'indice della borsa di Shanghai dal 1 giugno 2014 al 15 gennaio 2016. (Elaborazione via tradingeconomics.com)

Da una crescita del 7,7 per cento nel 2013, si è passati al 7,3 per cento del 2014. Martedì è stato reso pubblico il tasso di crescita registrato nel 2015: 6,9 per cento, la percentuale più bassa degli ultimi 25 anni. Secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI), nel 2016 l'economia cinese crescerà del 6,3 per cento. Il timore è che questo rallentamento sia dovuto al fatto che il modello economico che ha portato la Cina a essere la seconda potenza mondiale sia ormai datato, e che il paese faticherà a trovare un nuovo equilibrio sostenibile.

A causa degli stretti legami economici e finanziari tra la Cina - ormai da tempo liberalizzata - e il resto del mondo, le ripercussioni di una crisi domestica sul panorama internazionale potrebbero essere drammatiche. Questo ha contribuito a un nuovo crollo delle borse cinesi nei primi giorni del 2016, rafforzando le preoccupazioni di chi vede la Cina come un problema per la salute dell'economia globale.

Secondo Marc Ostwald, strategist per ADM Investor Services, "c'è una moltitudine di rischi, là fuori." Innanzitutto, la Cina ha accumulato una grande quantità di debito. Debito che la Cina sta avendo ora problemi a rifinanziare, soprattutto perché è stato contratto in dollari, e ora la moneta cinese - lo yuan - sta calando rispetto al dollaro, rendendo i soldi ancora più necessari.

"La carenza di dollari e il bisogno di rifinanziare una gran quantità di debito contratto in dollari, come nel caso della Cina, è un problema che coinvolge anche molti paesi emergenti," ha spiegato Ostwald a VICE News. E lo sarebbe, "in particolare, per quelli che hanno fatto affidamento sulle esportazioni di materie prime—sappiamo che i prezzi sono crollati. Si tratta di un pericolo effettivo," ha aggiunto.

Non solo Cina: gli Stati Uniti sono ancora un problema

Secondo Andrew Roberts, a capo del team di ricerca sull'economia europea della Royal Bank of Scotland (RBS), la Cina sarebbe "l'occhio del ciclone."

Ma non è di certo l'unica fonte di preoccupazione. In una nota inviata ai clienti della banca, Roberts ha avvertito che il 2016 sarà "un anno di cataclisma," e che ci sono molti segnali che rendono "tutto molto simile al 2008."

Secondo le previsioni della RBS, i mercati globali crolleranno tra il 10 e il 20 per cento, mentre gli investitori decideranno di abbandonare le loro posizioni soprattutto nei mercati emergenti, nel credito e nel mercato delle azioni ordinarie.

La previsione è così nera che Roberts ha consigliato ai suoi clienti di "vendere tutto" e di tenere soltanto le obbligazioni di alta qualità.

Agli avvertimenti di Roberts sono seguiti a ruota quelli di Albert Edwards, analista della banca francese Société Générale. Durante una conferenza di investitori tenutasi a Londra martedì, Edwards ha detto che "gli sviluppi dell'economia globale spingeranno di nuovo gli Stati Uniti verso la recessione."

"Si risveglierà la crisi finanziaria. Sarà terribile come quella del 2008-2009, e si metterà davvero male," ha aggiunto, secondo quanto riportato dal Guardian.

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Stando all'analista, la salute dell'economia non è solida quanto si crede, e la Federal Reserve - la banca centrale statunitense - non ha capito quanto sia precaria la salute dell'economia americana.

La Fed, che a dicembre ha alzato i tassi d'interesse per la prima volta dal 2006, avrebbe dovuto agire molto prima, ha detto Edwards. Tenendo per anni i tassi al minimo per provare a riavviare l'economia americana (e quindi mondiale), la banca centrale avrebbe alimentato una nuova bolla del credito, uno dei fattori determinanti per la crisi del 2008.

"Abbiamo visto un'enorme espansione del credito negli Stati Uniti," ha spiegato Edwards. "Questa espansione non è dovuta all'attività dell'economia reale; è dovuta solamente ai debiti contratti finanziare gli share buybacks, il riacquisto di azioni proprie." 

Tuttavia secondo Lothar Mentel, CEO e CIO di Tatton Investment Management, l'economia americana è abbastanza solida: "in caso contrario la banca centrale USA non avrebbe alzato i tassi d'interesse, o non avrebbe invertito la politica monetaria con la lieve restrizione che abbiamo visto in autunno."

Certo, un problema potrebbe essere rappresentato dal valore del dollaro. Più il dollaro di rafforza, più diminuiscono i guadagni dall'estero delle compagnie americane, indebolendo quindi l'economia statunitense nel suo complesso.

"Se il valore del dollaro dovesse diventare un vento contrario troppo forte per l'economia americana," ha spiegato Mentel a VICE News, "allora la FED dirà 'Bene, non aumenteremo oltre i tassi d'interesse, durante la nostra prossima riunione baderemo a tutto, e l'esito potrebbe andare in entrambe le direzioni.'" 

I timori per il prezzo del petrolio

Un'altra fonte di preoccupazione per i mercati è rappresentata dal petrolio. Il prezzo del greggio è arrivato ai minimi storici, crollando sotto i 28 dollari al barile per la prima volta dal 2003. Questo crollo, che non sembra volersi arrestare, continua a innervosire gli investitori, e potrebbe essere un ulteriore segnale della debolezza dell'economia globale.

Nel frattempo la domanda globale di petrolio rimane bassa, e le scorte eccessive di greggio, che saranno ulteriormente accresciute dalla fine delle sanzioni occidentali imposte all'Iran, hanno fatto calare il prezzo del 35,4 per cento rispetto allo scorso anno.

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Secondo Ostwald, l'abbassamento del prezzo del petrolio andrà a colpire tutti i paesi produttori ed esportatori di petrolio, sia quelli ricchi come l'Arabia Saudita, che quelli più poveri come la Nigeria o l'Angola. Soprattutto, ci saranno problemi per quei paesi che non hanno re-investito i proventi del petrolio per sviluppare altri settori dell'economia.

"Questo inevitabilmente crea un problema, dato che le prospettive per una ripresa del prezzo del petrolio - fino a circa 80 dollari al barile - sembrano molto molto lontane," ha spiegato Ostwald.

Le rivalità interne all'OPEC, – il consorzio che raccoglie i più importanti esportatori di petrolio e che ha in mano il controllo della produzione e quindi del prezzo – esacerbate di recente dalla crescente ostilità tra Iran e Arabia Saudita, non permettono all'organizzazione di raggiungere un accordo e ridurre la produzione, portando a un incremento del prezzo.

Non solo pessimisti

Eppure, c'è anche ci ritiene eccessivo "l'allarmismo" degli analisti.

Erik Britton, direttore di Fathom Consulting, ha dichiarato al Guardian che "gran parte delle persone, tra cui RBS, stanno sovrastimando l'impatto della Cina sul resto del mondo." 

Al Guardian ha parlato anche Ben Brettell, senior economist a Hargreaves Lansdown, affermando che "se si cerca bene, si trova sempre qualcuno che dice che i mercati stanno per crollare, ma generalmente si sbagliano. Storicamente, le azioni ordinarie sono il miglior tipo di investimento nel lungo termine—dar retta ai profeti di sventura è un errore."

Brad McMillan, chief investment officer del Commonwealth Financial Network, ha scritto su Forbes che "nonostante sia comprensibile un certo livello di paura, uno sguardo ravvicinato alla reale situazione economica e dei mercati nel mondo suggerisce che la volatilità a cui stiamo assistendo – e che potremmo continuare a vedere - è perfettamente normale."

Sulla stessa linea si è espresso Marc Ostwald. "Posso capire le persone che alimentano il clima in cui ci troviamo, e che vedono tutto nero," ha detto a VICE News. "Tuttavia, serve mettere un po' tutto in prospettiva. Certo, l'anno non è iniziato nel migliore dei modi, e le persone possono provare a prevedere l'esito peggiore possibile. Tuttavia, su base relativa, quello a cui abbiamo assistito ora - sia in quanto a volatilità che per performance globale - non è meno preoccupante di quello che abbiamo visto ad agosto."

D'altra parte, stando a quanto ha detto Lothar Mentel a VICE News, il rischio di una crisi è sempre dietro l'angolo. "Soprattutto se i mercati diventano troppo nervosi e troppo volatili," ha spiegato Mentel, "possono trasmettere un feedback negativo all'economia reale." Così come è successo con la crisi del 2008, quando gli shock registrati sui mercati finanziati hanno causato una recessione globale.

"C'è sempre una piccola possibilità se accade qualcosa di proporzioni eccezionali, ma per ore non si intravede nulla del genere all'orizzonte," ha continuato Mentel. "In genere i mercati in ribasso senza una recessione tendono ad essere temporanei, quindi al momento non ci sono molti segnali di una recessione all'orizzonte. Ma se dovessimo averne una, allora questa correzione potrebbe durare più a lungo, e credo che questo sia ciò di cui al momento i mercati hanno paura."


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Foto di Butz.2013 rilasciata sotto licenza Creative Commons