trash secco
Trash Secco sul set di uno dei suoi video. Tutte le foto per concessione dell'artista

Il rap italiano ha un problema di droga?

Dopo la polemica di Salmo sulla FSK, ‘Rehab’ di Ketama e le stagnole nei video, verrebbe naturale chiederselo—ma la realtà è che il problema con la droga ce l’ha l’Italia, non il suo rap.
Giacomo Stefanini
come raccontato a Giacomo Stefanini
IT
15.10.19

Trash Secco è un artista visivo, scrittore e videomaker romano che ha lavorato con molti esponenti della scena rap italiana e internazionale: Noyz Narcos, Achille Lauro, Marracash, Ketama126, Onyx. La sua estetica è estremamente cruda e riconoscibile, e le sue opere sono spesso incentrate sulla vita di strada, anzi, più specificamente, di borgata. Il suo gusto truce ha messo i suoi video al centro di polemiche per come mostra senza filtri, per i detrattori "glorificandola", una vita fatta di droga, vandalismo e autodistruzione. In Italia, il rap è al centro di un polverone mediatico: c'è chi, anche dentro alla scena, accusa alcuni rapper di trattare il tema della droga con troppa leggerezza, spingendo i propri fan più giovani all'abuso senza un'adeguata informazione. Trash Secco, sentendosi chiamato in causa, ci ha mandato un articolo in cui chiarisce la sua posizione al riguardo. Avvisiamo i lettori che in questo articolo si parla esplicitamente di abuso di droga.

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I tabù sono come le fobie. Chi più e chi meno, siamo ossessionati da determinate immagini; a volte l'impressione negativa è talmente forte che cerchiamo di farle scomparire, inavvertitamente rendendole più forti. Se pensiamo alla società come a un agglomerato di pensieri, un tabù è una fobia dell'immaginario collettivo—solo che queste paure, queste psicosi ataviche non siamo noi a provarle, ma ci vengono imposte quotidianamente dai media, dai film, dai libri, e ce le tramandiamo per generazioni. È per questo che ritengo doveroso per un artista, che sia pittore, che sia scultore, regista o cantante, cercare di varcare quella trincea mentale e mettere in discussione i nostri limiti, far vedere quello che c’è dietro la censura e portare alla luce anche, anzi soprattutto le tematiche più scabrose, anche se questo significa autoproclamarsi un problema per la società.

Nella mia breve ma intensa carriera ho sempre cercato di spingere tutti gli artisti che orbitavano intorno a me a fare quel passo “falso”, quell’impresa coraggiosa che poteva glorificare o sputtanare tutta la loro carriera. Con molti ho intrapreso dei veri e propri percorsi artistici durati anni: prendiamo ad esempio Achille Lauro, con cui ho creato l'immaginario che lo ha identificato fin dagli esordi, dai video alle scenografie dei concerti, fino ai monologhi recitati nei dischi. È chiaro che più si avvicinava alla vetta della scalata al successo, più si allontanava dalle mie suggestioni, distaccandosi gradualmente dal bisogno di eccedere, di sorprendere, di spaventare.

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Il suo esempio è la prova di come il sistema delle etichette discografiche, del mondo televisivo e adesso anche delle condizioni di servizio dei social controllino quello che è accettabile o meno, pescando i personaggi dall’oceano della musica indipendente e snaturandoli, rendendoli sempre più uguali l’uno all’altro. Così esercitando il “volere” di un immaginario collettivo artificiale, ci rassicurano con qualcosa di già visto e di già sentito (ecco gli accordi delle canzoni pop sempre uguali, stessi ritornelli, stesse melodie), per non destabilizzarci con qualcosa di nuovo, di differente, di diverso, di eccessivo… di angosciante.

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Quando un artista musicale firma un contratto con un'etichetta, comincia un percorso tortuoso fatto di limiti, censure e paletti di ogni genere, c’è un vero e proprio elenco di cose da non far vedere nei video. Questo vale anche per le produzioni cinematografiche, sia chiaro, anche se in modo meno invasivo, ma è infatti responsabilità dell’autore cercare di portare quello che pensa e che vuole dire al grande pubblico aggirando la censura. Il rap, come tanta altra musica in passato, è stato vittima di censure continue—ricordo video musicali su MTV dove mancava mezzo testo per quante imprecazioni venivano eliminate. Ma penso che ora dire due tre parolacce e qualche bestemmia qua e là non basti più a provocare, il linguaggio di strada è ormai radicato nel nostro immaginario collettivo più che mai—sbaglio o ho sentito qualche conduttore usare "bitch" anche a Sanremo? Ovviamente nessun rapper riuscirebbe ad eguagliare Funari in quanto a linguaggio scorretto, quindi penso che si debba giocare le proprie carte su altri campionati e cercare di trovare la propria identità attraverso il proprio territorio, e tramite la propria identità trovare anche i propri tabù, invece di prendere in prestito tutto dagli americani.

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Ma ora parliamo di questa benedetta droga nei video rap. “Non basta una premessa del cazzo per non incitare a fumarsi le bottiglie”: penso che questo commento pescato da Noisey sotto il video di “Lucciole” di Ketama126 per il suo episodio di The People Versus racchiuda molte verità e molte sfaccettature di questo argomento. Secondo me "Lucciole" è un video è molto coraggioso, un’opera che ha ben poco di banale e che ultimamente vedo riflessa nei video di artisti più giovani come la FSK, ma anche in "7 Miliardi" di Massimo Pericolo. Insomma, “abbiamo sdoganato (di nuovo) la stagnola” e l'abbiamo messa davanti a milioni di utenti.

Mostrare così apertamente situazioni in cui si consuma droga pesante comporta anche delle grosse responsabilità e soprattutto è una macchia indelebile sulla propria immagine, guarda il povero Noyz che si ritrova ancora insulti gratuiti ("tossico di merda", ecc.) su qualsiasi cosa pubblichi, nonostante negli anni si sia decisamente ammorbidito, anche se resta un esempio di coerenza artistica nonostante la fama e le major. Ovviamente né Noyz e né Ketama si sono mai esposti personalmente sull’argomento droga, nonostante sia una presenza ingombrante nelle loro canzoni. È difficile parlare di un argomento del genere senza essere linciati e diventare facile preda dell’opinione pubblica e dei benpensanti, ma dall'altro lato è anche difficilissimo non cadere in retorica spicciola. Così il narcos-rap ha continuato ad esistere spavaldo, senza troppe spiegazioni, tramandandosi di generazione in generazione, sempre sul filo del fraintendimento.

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C'era da aspettarsi che prima o poi un artista di spicco dicesse la sua sulla questione, e infatti è arrivato Salmo. “Essere schiavi di una sostanza non fa di voi dei fighi, ma degli sfigati,” aveva detto in una Instagram story. "Ma quanto cazzo siete stupidi nel 2019 a farvi di eroina? […] Esiste dagli anni Settanta, vi siete accorti di che cazzo ha combinato? […] Almeno fatevi gli affari vostri, non fatelo vedere a questi ragazzini". Quello di Salmo è un discorso abbastanza semplice, che su alcuni punti mi trova anche d’accordo. È proprio qui la forza del suo approccio: chi avrebbe potuto contestare queste ovvietà? Eppure alcuni artisti sentono il bisogno di toccare questi argomenti. E non parliamo solo dei più giovani italiani che ho citato qua sopra, ma anche del “vate” A$AP Rocky, che quasi contemporaneamente a "Lucciole" aveva fatto uscire il suo video “Herojuana Blunts”.

Il problema di una dichiarazione pubblica del genere è che, come la censura di cui parlavo all'inizio, crea un ambiente favorevole per la proliferazione di un virus sociale: l'omertà. Sul video di "Lucciole" non è stata detta una parola, neanche un'intervista. L'unica volta che se ne è parlato è proprio in quel botta e risposta in The People Versus Ketama126 in cui Ketama ha alzato le mani: “Nel video mi si vede fumare le canne e basta”, sottraendosi a qualsiasi responsabilità. Non prende nessuna posizione, anzi, continua dicendo: “Penso che nel video si veda abbastanza palesemente lo squallore della situazione, quindi dovrebbe essere quello a invogliarvi a non usare, poi ognuno è libero di fare quello che gli pare”. Anche qui vediamo che, con la stessa semplicità di Salmo, dichiara che la droga fa male, fa schifo e non si deve usare. Come la scritta sul pacchetto di sigarette “il fumo fa male” dovrebbe convincere il fumatore a non fumare.

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Posso vantarmi di aver sperimentato quasi tutto quello che c’è sul mercato, mescolando droghe come quando cerchi di fare la 10 Hit Combo su Tekken 3 schiacciando tutti i tasti a caso.

Cosa non funziona in questo approccio? Ci sono vari punti da affrontare. Innanzitutto penso che i social media o le “promo-interviste” come The People Versus non siano il campo da gioco giusto per discutere temi delicati come questo, infatti assolvo Ketama per quella non-risposta. Tematiche così serie devono essere affrontate con ricerche appropriate, non nello spazio di una Instagram story, chiudendo l'argomento senza margine di replica.

Possiamo ringraziare Internet per questo: se la corsa è alla visibilità, per farsi vedere bisogna fare rumore. E per fare rumore bisogna urlare. E per urlare bisogna incazzarsi. E se ti vuoi incazzare per bene, ti conviene non perdere tempo a informarti, ma reagire di pancia. È così che ci ritroviamo con un giornalismo urlato e approssimativo, una politica sensazionalistica e degli artisti che sparano sentenze senza sapere di cosa stanno parlando, che c'è un album da promuovere. Grazie, Internet.

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Esistono moltissimi libri, film, saggi e documentari sul mondo della droga, e spero che ne esisteranno sempre di più, perché è un mondo sempre in evoluzione, pieno di contraddizioni e di sfumature. Nella mia umile esperienza di narconauta, ho visto il meglio e il peggio di quello che una sostanza psicoattiva può dare. Posso vantarmi di aver sperimentato quasi tutto quello che c’è sul mercato, mescolando droghe come quando cerchi di fare la 10 Hit Combo su Tekken 3 schiacciando tutti i tasti a caso, ma finivo sempre per terra. E questo mi è successo non solo perché la droga fa male, come dice giustamente Salmo, ma perché l'ho usata in modo imprudente e male informato.

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Impedire a tutti di usarla è impossibile, ma si può imparare a conoscerla e a usarla nella maniera meno dannosa possibile. Affrontare un percorso di sperimentazione lisergica senza diventare dei tossici, dei criminali o, peggio, dei cadaveri, è possibile. Ed è possibile anche liberarsi da una dipendenza, ma è più difficile se mentre ci si è dentro ci si sente isolati, condannati e "sfigati". Parlo da artista/sciamano/sbomballone quale sono ora, ma soprattutto da ex tossico. Quest’anno ho salutato più di una persona per l’ultima volta, e a scriverlo mi vengono i brividi.

Metti che vai a un rave, e ovviamente ti sei già fatto un paio di botte di ketch che ti eri portato da casa perché, insomma, appena arrivato devi un attimo entrare nel mood. Metti che c'è un punkabbestia francese senza denti e con un occhio di vetro, molto simpatico, che ti sventola davanti agli occhi una busta piena di pasticchette colorate, e così gliene compri un po' anche se non hai capito un cazzo di quello che ti ha detto.

Se al rave c'è una zona chill gestita da un'organizzazione tipo Nautilus, con tutti i suoi foglietti illustrativi sulle droghe, la distribuzione di strumenti puliti per assumerle e soprattutto i test per determinare la composizione delle sostanze, sei a cavallo. Tramite un comodo sistema a strisce di colore, potresti scoprire che quella pasticca è fatta al 30 percento di MDMA, e quello era ovvio, ma per un altro 40 percento si tratta di Nexus, o 2C-B, o mescalina sintetica, il che significa che se te la prendi ti aspettano due ore buone di potentissime allucinazioni visive in cui vedrai forme e colori cambiare in continuazione—senza dover cambiare la saturazione del tuo cellulare di merda, anche perché si spera che la droga ti abbia aperto la mente e tu abbia capito che lo devi buttare nel fiume quel coso maledetto. Sapendolo, allacci le cinture e buon divertimento. Ma se il test non lo fai, perché per un locale ammettere la presenza di un'organizzazione di riduzione del danno significa ammettere la presenza della droga all'interno del locale (e non sia mai! La droga fa male!), le allucinazioni potrebbero coglierti di sorpresa e rovinarti la serata, o peggio.

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Se invece io sono libero di parlare delle droghe, posso dirti per esempio che non devi essere ingordo. Sei proprio sicuro di voler prendere tutte quelle pasticche in una volta? Fidati, no. E magari, se sei un pischelletto impazzito come lo ero io, fatti accompagnare alle feste da qualcuno più grande, che conosce le droghe e l'ambiente meglio di te. Altrimenti, come si dice in gergo, “ce rimani sotto”, e quando vai alla sfigatissima riunione di classe dei 30 anni non ti ricordi manco dove stavi seduto né se fosse un liceo artistico o scientifico.

Un'altra distinzione che non è concesso fare, ma che sarebbe importante, è quella tra le droghe assunte in una situazione di festa e le droghe che fungono da compensazione emotiva. Cocaina, crack, eroina, codeina, ossicodone, Fentanil, Xanax, Red Devil: tutta un'altra esperienza. È in questo caso che lo spettro della dipendenza fa la sua comparsa. Le droghe, qui, sono una conseguenza. Le cause sono violenze subite, predisposizione psicologica, condizioni sociali, condizionamento famigliare. I motivi per cui qualcuno usa una droga anacronistica e devastante come l’eroina o il crack, sono molteplici. L'emulazione del tuo rapper preferito può portarti a provare una droga per una volta, come esperimento. Ma la tossicodipendenza non arriva per gioco e nemmeno per caso.

Questo perché la droga esiste, ci circonda, e nessuno lo dice. È un tabù, e in quanto tale, io ho sentito il bisogno artistico di parlarne.

Bisogna affrontare il mostro con tanta, tantissima informazione, fin dalle scuole, e cercare di arginarlo dove lo Stato non è in grado di, o interessato a, arrivare. Aiutiamo chi abbiamo vicino e non emarginiamo chi ha bisogno di aiuto; non offendiamo a caso su Internet chi si espone; incoraggiamo le persone a entrare nei centri di disintossicazione, anche se è un'esperienza difficile dalla quale si esce completamente cambiati. Di recente ho spinto un mio carissimo amico ad andarci, e ora è rinato.

Il mio nome viene spesso associato alla tossicodipendenza e all'approccio post-punk, perché ho esordito sul web nel 2012 con il film Nefasto: Er Mostro de Zona, un mockumentary che voleva raccontare la fauna della suburra romana, quella che Valerio Mattioli nel suo splendido libro Remoria chiama borgatasfera (in particolare Centocelle dove nasce, muore e rinasce il movimento punk romano, vedi Centocelle City Rockers, Ranxerox di Stefano Tamburini, Frigidaire e tanto altro). Er Mostro de Zona vezzeggiava, giocava, si perdeva in maestosi giochi di ruolo con l’underground Romano, la tossicodipendenza, la promiscuità sessuale e soprattutto il vandalismo urbano (per i più colti i “graffiti”), in un'esplosione di cinismo e in stile da bad trip (quello che poi è diventato conosciuto come Trash Secco Trip). Questo perché la droga esiste, ci circonda, e nessuno lo dice. È un tabù, e in quanto tale, io ho sentito il bisogno artistico di parlarne. Ovviamente ho fatto anche altre opere più oniriche, più fantastiche o fiabesche (trovate tutto su YouTube), ma quel mockumentary è la mia opera più importante.

Viviamo in un'epoca in cui la maggior parte degli idoli musicali comunicano solo cazzate che assecondano o amplificano il sistema e il capitalismo più becero. Si pensa solo a “svoltare”, e cioè fare soldi senza fare niente e senza saper far niente (e non esiste cosa più squallida) e alla propria immagine, una proiezione idealizzata di quello che siamo. Ma che senso ha un artista se fa la foglia di fico, se non punta un riflettore sull'ipocrisia della società e della cultura dominante? Il problema non è come si parla di droga nell'arte, ma come non se ne parla nel mondo reale. A TRASH SECCO TRIP Segui Noisey su Instagram, Twitter e Facebook.