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Ma che dobbiamo fare se la TV continua a raccontare così la trap?

Ieri Mario Giordano ha trasmesso l’ennesimo siparietto patetico sulla trap, e noi non sappiamo più che fare per spiegare che i giovani non sono in pericolo perché il rap parla di droga.

di Elia Alovisi
07 novembre 2019, 11:11am

Screenshot da 'Fuori dal coro', ReteQuattro

Ieri sera, tra un'intervista a Matteo Salvini e un servizio sulle case dei cardinali a Roma, la trasmissione 'Fuori dal coro' di Mario Giordano ha trasmesso un campionario di banalità sulla trap ai limiti del reale. Il servizio nasce come spot a un libro di Paolo Del Debbio, intitolato "Cosa rischiano i nostri figli"—e la risposta, secondo la trasmissione, è "rischiano di drogarsi perché glielo dicono i trapper, di parlare come imbecilli e vestirsi tutti strani."

Tutto comincia con una breve clip de "L'esercito del surf" di Catherine Spaak, anno 1964, presentato da Giordano come esempio di "musica che ascoltava da giovane lui". A seguire un breve servizio su Massimo Pericolo, con un focus su alcune delle sue barre più offensive e una serie di interviste a ragazzi che vanno a un suo concerto. Con il volto oscurato, dicono che quando lo ascoltano vogliono spaccare tutto, che "conoscono la droga" ma fumano solo erba, o che i loro genitori non sanno che sono lì.

mario giordano

A fine servizio, via con un secondo giro di "musica che ascoltava Mario Giordano da piccolo": la sigla di Heidi, cantata in playback dalla sua interprete originale, Elisabetta Viviani. Poi una voce legge con tono drammatico brevi estratti da "Serpenti a Sonagli" di Sfera e "Dolce Droga" di Young Signorino—che, tra l'altro, continua a essere usato come spauracchio di cose-dei-giovani dai media tradizionali nonostante sia decisamente più rilevante tra i trentenni che tra gli adolescenti, oggi.

Giordano e Del Debbio intervistano infine un povero ragazzo assolutamente sconosciuto che fa rap e ha probabilmente accettato di andare in trasmissione convinto, anche lui, della massima “bene o male, purché se ne parli”. Il ragazzo viene usato come interlocutore debole da Del Debbio, che attacca le sue semplici argomentazioni sulla droga e la violenza ("Tutti possono fare quello che vogliono", "Io ho ascoltato Noyz Narcos ma non stupro e uccido nessuno", "in America questa è un'industria") con banalità aizza-popolo ("Sei un ragazzo talentuoso, puoi fare qualcosa di diverso", "Fumarsi una canna non è una cosa normale", "Se c'è un coglione in America non è che ci deve essere anche in Italia").

Nell'anno del signore 2019, davvero siamo ancora qua a scrivere di quanto la TV italiana possa essere bigotta, ottusa e sciacalla? La risposta è "sì", ma con un ma.

Nell'anno del signore 2019, davvero siamo ancora qua a scrivere di quanto la TV italiana possa essere bigotta, ottusa e sciacalla? La risposta è "sì", ma con un ma. È che in casi come questi inizio a dubitare dell'efficacia del puntare il dito contro gli italiani, soprattutto anziani, soprattutto in televisione, che “non hanno capito il rap” e che lo usano come bersaglio semplice per ottenere consensi nella loro fascia demografica—oltre che indignazione (che è valuta mediatica) nei giovani che si trovano di fronte i loro discorsi. Ed è questo il punto, cioè che reagire male a una cosa può anche fare gioco alla cosa stessa. Che è la formula magica che hanno trovato le destre post-politica tradizionale oggi.

mario giordano trap

Restando nel nostro paese, è quel fenomeno per cui insultare Salvini su qualsiasi tema non fa che generare una risposta che aizza ancora di più la sua base e indigna ancora di più chi non ha ceduto alla retorica d'odio, sospetto, egoismo e tradizione da lui perpetuata. Tipo: quando Ghali ha detto una cosa contro Salvini nel remix di "Vossi Bop" di Stormzy, io ho scritto una reazione tutta esaltata; Salvini l'ha ripostata con un sorriso, e così ha convinto ancora di più la sua base che Ghali è un invidioso stupido che fa le canzoni brutte insieme alla gentaccia con la pelle nera, ancora più scura della sua.

Che tutto questo faccia schifo lo abbiamo detto dopo Bello Figo a Dalla Vostra Parte, dopo Corinaldo, dopo la polemica di Striscia La Notizia contro "Rolls Royce" di Achille Lauro, lo diciamo adesso. Ma nulla cambia, e ci troviamo ancora dei poveri attori pagati per stare su Rete Quattro a dire "flexare", "squinzie" e "sbatti" con tono gggiovane così da generare un senso di disorientamento e paura in persone a cui non appartiene il linguaggio della contemporaneità—detto in senso ampio, prendendo dentro lingua parlata, estetica, riferimenti, intenti dell'arte.

Non credo che restare in silenzio di fronte a tutto questo faccia però bene alla conversazione mediatica e, soprattutto, alla cultura.

Non credo che restare in silenzio di fronte a tutto questo faccia però bene alla conversazione mediatica e, soprattutto, alla cultura. E lo credo perché è assodato che Mario Giordano non vada preso sul serio, come ci ricorda lui ogni volta che si lancia in una provocazione consciamente stupida, come quando ha recentemente spaccato le zucche in TV perché Halloween è la festa del demonio e invece dovremmo festeggiare i santi. Ma non è sicuro che la sua audience lo capisca, e quindi noi dobbiamo dare a tutti gli strumenti per capire la futilità di argomentazioni come quelle presentate ieri sera su Rete Quattro.

E come si fa questa cosa? Spiegando e informando, ovviamente. Dicendo al lettore che il rap italiano non ha un problema di droga, che mostrare il tuo corpo nel video di una canzone non ti rende una sgualdrina, che i tatuaggi in faccia sono espressione estetica e non trasgressione pura. Ma soprattutto che i "ragazzini" sono persone che sanno distinguere tra arte e realtà: un tempo lo spauracchio era Adriano Celentano, poi è stato il rock, poi è stato il metal, poi sono stati "i rave", il reggaeton e il rap. Ma la musica non si è mai fermata, perché è sinonimo di libertà—parola che persone come Giordano piegano a loro piacere per gettare odio e sospetto nei confronti di qualcosa che non gli piace.

(Ah, e un modo per parlare bene di rap italiano in televisione c'è, eccome.)

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