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Questi astronauti hanno vissuto nelle profondità di una grotta per simulare un mondo alieno

Ci siamo fatti raccontare dai grottanauti che hanno partecipato alla sesta missione CAVES dell'ESA com'è stato, e come si aspettano che sarà vivere sulla Luna o su Marte.

di Gianluca Liva
09 ottobre 2019, 12:37pm

I grottanauti che hanno partecipato all'ultima missione ESA CAVES, nelle grotte di Divaška Jama, in Slovenia. Immagine: ESA – A. Romeo

Scendere nelle profondità della Terra per addestrarsi a vivere su altri pianeti: è questo lo scopo del programma CAVES (Cooperative Adventure for Valuing and Exercising human behaviour and performance Skills) condotto dall’Agenzia Spaziale Europea. Il programma prevede che gli astronauti vivano per sei giorni in una grotta, con il compito di esplorarla, di mapparla, di condurre vari esperimenti scientifici e, possibilmente, di tornare in superficie sani e salvi.

Si tratta di una delle cosiddette missioni analoghe: operazioni svolte sulla Terra che simulano varie situazioni che si devono affrontare nel corso dei viaggi spaziali. Gli astronauti—immersi in un ambiente del tutto alieno come una grotta—migliorano le loro capacità comunicative e di problem-solving, imparano a organizzare il lavoro di squadra e mettono alla prova gli strumenti e le tecnologie che utilizzeranno durante le future missioni. Nel caso di CAVES, l’obiettivo a lungo termine è di gettare le basi per le future esplorazioni della Luna e, spingendosi ancora oltre, di Marte. Le grotte accolgono, riparano, proteggono: saranno la nostra prima casa all’arrivo ed è necessario essere già preparati per esplorarle e costruire i primi avamposti dell’umanità.

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Gli astronauti della sesta spedizione CAVES mentre scalano le pareti delle grotte di Divaška Jama. Immagine: ESA – A. Romeo

A settembre 2019 si è conclusa la sesta simulazione di CAVES, che per la prima volta è stata condotta in Slovenia, nel complesso di grotte di Divaška Jama, a pochi chilometri dal confine con l’Italia. Sei astronauti di cinque agenzie spaziali diverse hanno vissuto per sei giorni e sei notti nell’oscurità di una grotta con un tasso di umidità del 100 percento e una temperatura costante di sei gradi. I “grottanauti” hanno esplorato in lungo e in largo un ambiente a loro sconosciuto e ad alto rischio, simulando in tutto e per tutto una missione esplorativa in un mondo alieno.

Sul posto—dove ESA ha organizzato un evento stampa—ho incontrato alcune delle figure responsabili della missione, a partire dalla sua ideatrice, Loredana Bessone. “Mi era balenata questa idea di capire come preparare gli astronauti per diventare membri efficienti e affidabili per voli ed esplorazioni di lunga durata,” ha raccontato l’addestratrice di astronauti dell’ESA a Motherboard. “Desideravo unire due aspetti, quello operativo e quello di gestione del gruppo. Ho scelto di lavorare con la psicologa che lavorava con i piloti dell’aviazione e con i corpi speciali delle forze armate italiane e nel 2004/2005 abbiamo fatto un primo corso di sopravvivenza in Sardegna. Tuttavia mi ero accorta che avevamo bisogno di un ambiente molto più alieno, difficile. Volevo qualcosa che mi permettesse di replicare quella particolare condizione di stress. Quando io e la psicologa abbiamo visitato le grotte sarde abbiamo capito che era l’ambiente perfetto. E così nel 2011 è iniziato il programma CAVES.”

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Gli astronauti mentre stabiliscono il campo base. Immagine: ESA – A. Romeo

La missione analoga in grotta rappresenta una simulazione solo per modo di dire. I rischi sono reali e, “non c’è alcun trucchetto. Quello che fanno in grotta è quello che fa uno speleologo professionista. La grotta è vera e i rischi sono veri. Gli astronauti devono imparare a gestire la paura,” ha proseguito a spiegare Bessone. “In più CAVES è anche legato a una ragione storica. È la ricerca dell’acqua e di altre risorse che ci ha portato a esplorare le cavità della Terra. In futuro dovremo fare lo stesso sulla Luna, su Marte e chissà dove. La storia si ripete e le grotte sono lì, rischiose ma anche pronte ad accoglierci e proteggerci.”

I grottanauti protagonisti di CAVES non erano completamente soli. A loro supporto, ma a debita distanza, c’era un gruppo di veri speleologi coordinati da Francesco Sauro—professore del Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Bologna. Sauro ha scelto queste “nuove” grotte, dopo che per molti anni il programma si era svolto in Sardegna, perché “le grotte del complesso di Divaška Jama sono molto complesse, fangose, fredde e umide. I partecipanti sono sottoposti a uno stress costante dato che devono calcolare in ogni istante il rischio loro consentito e prendersi carico della sicurezza di sé stessi e degli altri,” mi ha spiegato Sauro.

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Gli stronauti della sesta missione CAVES mentre esplorano le grotte di Divaška Jama, in Slovenia. Immagine: ESA – A. Romeo

La logistica di tutta l’operazione è stata invece gestita dalla start up Miles Beyond, che da anni provvede ad accompagnare chiunque necessiti di operare in ambienti “difficili” per vari scopi. “Era presente un team di 25 persone fuori dalla grotta ma pronto a intervenire,” mi ha spiegato Tullio Bernabei, professore di speleologia e membro di Miles Beyond. “Il nostro lavoro è iniziato un anno e mezzo fa con i sopralluoghi e a giugno abbiamo fatto una prima prova per verificare che ogni dispositivo funzionasse e che le comunicazioni con l’esterno fossero garantite. Nulla poteva andare storto una volta cominciata la missione vera e propria», racconta Bernabei, «i vincoli assicurativi erano ferrei. Si trattava di una simulazione per modo di dire: i rischi erano reali e ben percepibili.”

Il team di addetti ai lavori e speleologi ha seguito fase dopo fase i sei grottanauti. “È il ritorno dell’essere umano nelle grotte. La storia si ripete sempre, con altre tecnologie. È un piacere per noi speleologi contribuire alla conoscenza e trasmettere la nostra passione per l’esplorazione.”

Il 25 settembre, i sei astronauti di CAVES 2019 sono usciti stravolti dalla settimana passata nell’oscurità della grotta. Il giorno successivo alla loro risalita, a Divaška Jama splende un sole accecante e molti di loro indossano occhiali scuri, sia per proteggersi dalla luce intensa che per nascondere i segni di una settimana di addestramento estremo. Tra le persone riunite ad aspettarli c’ero anch’io, e Alexander Gerst dell’ESA, Joe Acaba e Jeanette Epps della NASA, Nikolai Chub della Roscosmos, Joshua Kutryk della Canadian Space Agency e Takuya Onishi della JAXA mi hanno raccontato la loro esperienza, tra metri e metri di corde calate nel buio, esemplari di vita microscopica ed echi infiniti.

Joshua Kutryk, CSA

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L'astronauta Joshua Kutryk (al centro) della Canadian Space Agency, mentre fa pratica con gli strumenti per il campionamento prima di iniziare la sesta missione CAVES. Immagine: ESA – A. Romeo

Eri già stato in una grotta?
No, era la prima volta. L’ambiente è molto pericoloso e per molti di noi era del tutto nuovo. A volte vado ad arrampicare in montagna ma non ero mai stato in una grotta prima di questa simulazione. Insomma, sono partito da zero e ho dovuto passare qua ben sei giorni, esplorando itinerari che erano davvero impegnativi e conducendo alcuni esperimenti scientifici. È un ottimo allenamento ed è davvero impegnativo come lo descrivono.

Come percepivi l’ambiente? Era davvero così alienante?
Queste missioni analoghe le facciamo per avvicinarci a quello che sarà, poi, l’ambiente spaziale. Ti assicuro che per provare la sensazione di isolamento prolungato la caverna è ottima. Solo arrivare al principio della missione, dove abbiamo collocato il “campo base”, è stato difficilissimo dato che ci siamo dovuti calare per decine e decine di metri. Ci sono volute un sacco di corde, tempo e lavoro solo per cominciare. In più hai una costante responsabilità su ogni cosa. È durante questa simulazione che capiamo per davvero come anche un piccolo errore possa comportare delle conseguenze terribili.

Dovevate proteggervi anche dai pipistrelli?
Ahah! No! A quella profondità per fortuna non ci sono! Però ci sono forme di vita microscopica decisamente affascinanti. La vita è ben presente anche in un ambiente così.

Alexander Gerst, ESA

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L'astronauta Alexander Gerst dell'ESA, durante la missione CAVES nelle profondità delle grotte di Divaška Jama, in Slovenia. Immagine: ESA - A. Romeo

Tu hai partecipato anche ad altre missioni analoghe. Questa come ti è sembrata?
È stata la migliore. È la cosa più vicina allo Spazio per quanto riguarda la complessità, le procedure, i pericoli, le conseguenze di commettere un errore, gli esperimenti scientifici che vengono condotti. Ci siamo ritrovati in un ambiente davvero ostile e senza alcun comfort ma con la necessità di lavorare in squadra. Per dirti: io mi sono fatto anche la missione ANTARTICA (la missione analoga della NASA che si svolge in Antartide n.d.a.) e ti garantisco che questa era più difficile.

State gettando le basi dei futuri insediamenti extraterrestri. Il futuro sembra allo stesso tempo così lontano e così vicino.
Marte e la Luna hanno moltissime grotte. Sono molto più larghe di quelle terrestri. Possono essere larghe un chilometro e profonde centinaia. Immagina cosa vuol dire: volendo puoi costruirci una città capace di ospitare centinaia di migliaia di abitanti. Sembra una follia ma… è così. Sulla Terra percepiamo la grotta come un ambiente ostile solo perché abbiamo il lusso di avere un’atmosfera adatta a noi. Su altri pianeti, invece, le grotte saranno i migliori posti in cui vivere. Dovremo esplorarle e per farlo dobbiamo prepararci ora. Durante CAVES ci comportiamo esattamente come ci comporteremmo se dovessimo esplorare una grotta lunare. Nel corso di questi programmi sviluppiamo e proviamo protocolli e tecnologie che verranno impiegate per davvero, come l’Electronic Field Book, il dispositivo elettronico che verrà impiegato per condurre le future esplorazioni.

Joe Acaba, NASA

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L'astronauta Joe Acaba (a destra) della NASA, durante la missione CAVES nelle grotte di Divaška Jama, in Slovenia. Immagine: ESA - A. Romeo

Sembrate stanchissimi. Com’è andata?
Benissimo. CAVES è in assoluto una delle migliori missioni analoghe che ci siano per prepararsi ai viaggi spaziali. Impari a gestire il tuo equipaggiamento e capisci quanto la tua vita e quella dei tuoi compagni dipenda dal supporto di tutto il personale coinvolto, sia quando vai nello Spazio che quando ti spingi nel profondo di una grotta. Ogni partecipante aveva cura dei compagni, dalla mattina quando partivamo in esplorazione fino alla sera, quando facevamo il briefing per gli impegni del giorno dopo prima di andare a dormire.

Riuscivate a dormire?
Alla grande! Le giornate erano lunghe, la grotta era gelida e quando entravo nel sacco a pelo mi avvolgeva quella sensazione di morbidezza e di calore che faceva sì che mi addormentassi nel giro di pochi secondi. Certo, eravamo in una grotta e se qualcuno si metteva a russare il suono rimbombava a un volume altissimo! Però, per il resto, la sensazione ovattata e il ticchettio delle gocce d’acqua erano la perfezione per conciliare un buon sonno.

Andrai nelle grotte lunari?
Non so quando tornerò nello spazio. Ho fatto tre voli, il più recente nel 2018, e al momento non sono ancora stato assegnato a una nuova missione. Però sono così emozionato pensando al futuro, quando l’umanità tornerà sulla Luna. Viviamo in tempi molto interessanti per quanto riguarda il futuro dell’esplorazione spaziale.

Janette Epps, NASA

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L'astronauta Janet Epps della NASA, durante la missione CAVES nelle grotte di Divaška Jama, in Slovenia. Immagine: ESA – V. Crobu

Hai partecipato alla missione NEEMO (la missione analoga condotta dalla NASA che prevede di passare dai 7 ai 14 giorni in una stazione sottomarina, N.d.A.) e sei diventata un’acquanauta. Sei riemersa dalle caverne e sei appena diventata una grottanauta. Non sei ancora andata nello Spazio, però: quando diventerai astronauta?
Ahah! Spero molto presto! Non sono sicura quando sarà, di preciso, ma so che missioni analoghe come CAVES mi permetteranno di vivere al meglio la mia futura esperienza spaziale. La grotta è un ambiente davvero estremo ed è stato davvero alienante trovarsi per sei giorni nelle profondità del sottosuolo. È stato qualcosa di unico.

Cosa si prova a passare sei giorni a esplorare una grotta?
Percepisci lo stress. In nostro principale—vero—obiettivo quotidiano era la cura della propria incolumità e di quella degli altri. Nessuno doveva farsi male e dovevamo essere sempre sicuri di potere tornare indietro sani e salvi. L’esplorazione è stata molto difficile. L’ambiente era scuro, scivoloso, ostile. Quando ha iniziato a piovere, poi, le cose sono decisamente peggiorate. È stata dura ma si è trattato di una esperienza meravigliosa. Ho imparato a conoscere meglio me stessa e a comprendere certi aspetti del mio fisico in determinate situazioni. Quanto ho imparato in questi sei giorni mi sarà fondamentale una volta andrò lassù, nello Spazio.

Nikolai Chub, Roscosmos

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L'astronauta Nikolai Chub della Roscosmos, durante la missione CAVES nelle grotte di Divaška Jama, in Slovenia. Immagine: ESA – V. Crobu

Avevi già partecipato ad altre missioni analoghe?
Sì, avevo preso parte a NEEMO della NASA ma non è paragonabile a CAVES. L’agenda di compiti quotidiani di questa missione in grotta era fittissima e i rischi costanti e variabili. Ci svegliavamo, lavoravamo in un ambiente estremo, lo esploravamo, tornavamo indietro e ci addormentavamo. Così, per giorni. La sensazione di isolamento e alienazione era davvero prossima a quella che si potrebbe percepire durante una missione spaziale.

Cosa spinge un cosmonauta a entrare in una grotta?
Dobbiamo essere preparati a qualsiasi cosa; a ogni possibile eventualità. Anche, ad esempio, a un atterraggio di emergenza che può avvenire da qualsiasi parte sulla Terra. È una possibilità, senza dubbio, e dobbiamo essere pronti. È per questo che ci addestriamo alla sopravvivenza nel deserto, nella foresta, sott’acqua, in alta montagna e anche in grotta. CAVES è stata davvero una missione particolare. L’ambiente è sul serio molto pericoloso e la sensazione di stare in un ambiente alieno è perfettamente ricreata. Non è normale vivere qua dentro.

Takuya Onishi, JAXA

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L'astronauta Takuya Onishi, della JAXA, durante la missione CAVES nelle grotte di Divaška Jama, in Slovenia. Immagine: ESA – A. Romeo

Eri mai entrato in una grotta prima di questa missione di addestramento?
Mai! Mi sono presentato qua con zero esperienza ed è stato qualcosa di unico.

Non ti eri preparato nemmeno un po’?
Be', non avevo ricevuto un addestramento specifico ma quando siamo arrivati qua in Slovenia abbiamo fatto un training di 10 giorni per capire le basi della speleologia. Prima di allora: niente di niente. È stata una vera sfida per me.

Come sfrutterete l’esperienza raccolta in questa missione?
Sai, uno dei più grandi problemi che avremo quando arriveremo sulla Luna o su Marte saranno le radiazioni. Dovremo proteggerci in qualche modo. Si sta già pensando a come costruire i primi avamposti umani dentro alle grotte. Si tratta del modo migliore di ripararci. Questo programma CAVES è uno dei primi “mattoncini” di conoscenza che permetteranno all’umanità di spingersi sempre più in là. Ancora e ancora più in là, per esplorare ciò che è ignoto. Le grotte ci hanno accolto e riparato nelle esplorazioni del passato. Lo faranno anche in futuro. Saranno la nostra prima casa.

Per vedere altre immagini dell'ultima missione CAVES, vai qui.

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