Tech by VICE

Agar agar

"Davanti a me c’era un cervello vergine, una memoria ancora da scrivere all’interno di un corpo adulto. Del mio corpo adulto."

di Stefano Santangelo
27 giugno 2018, 10:01am

Immagine: Stefano Santangelo

Questo racconto fa parte di Terraform, la nostra rubrica mensile di narrativa sci-fi. Racconti sul futuro dell'uomo, della Terra e dell'universo — tra nuovi approcci alla realtà ed evoluzioni distopiche del nostro presente. Ogni mese una nuova puntata: se hai un'idea da proporre o un racconto da pubblicare, scrivici a itmotherboard@vice.com.

Un giorno di fine estate sono stata deportata nel campo per prigionieri politici di Yol, ai piedi dell’Himalaya. Ero stata arrestata e condannata senza processo per aver nascosto e ospitato in casa mia dei prigionieri di guerra siberiani, evasi da un altro campo. Due anime umane che resistevano nei loro gusci di carne mutilata e ustionata dalle recinzioni al plasma. Quelle cicatrici erano il marchio dell’evasione: furono fucilati non appena li videro. Io venni violentata e torturata di fianco ai loro cadaveri. La mia condanna fu firmata di mio pungo, come prevede la Costituzione; ma mossero loro la mia mano, mentre rantolavo nell’incoscienza. Ad ogni modo, quello allora era sicuramente il mio nome. Una sequenza di suoni o simboli che si riferivano al mio corpo e alla mia coscienza. Oggi sono la scintilla di un panico che non so se nemmeno la morte potrà sedare.

Mesi dopo venni scelta come cavia dalla Commissione Militare per il Progresso Transumanista, affidata alla FarmaKush Inc. Nella relazione che mi fu fatta leggere, redatta dal professor Anshuman Bhargava, era scritto che ero un soggetto ottimale “per aver reagito con forza e prestanza alle difficoltà psicologiche e fisiche connaturate allo stato di prigionia, dimostrando una resistenza eccellente agli stati traumatici”. I mesi di stupri, di paura, di torture psicologiche, non mi avevano comunque dato la forza e il coraggio, come alcune mie compagne, di gettare la testa contro le reti al plasma e attendere la morte, sentendo la mia carne sfrigolare, col rischio di perdere coscienza prima di morire, cadere all’indietro e rimanere cieca, mutilata, prigioniera due volte, anche del mio stesso corpo, a vita.

Nella relazione non era dichiarato a quali esperimenti mi avrebbero sottoposto. Subito dopo avermela fatta leggere, in un’aula dell’ala medica del campo, mi iniettarono un sedativo. Mi spostarono in una cella contenente solo un letto di ospedale e qualche macchinario medico accanto. Per qualche giorno rimasi lì senza saper altro del mio destino. Tubicini di plastica saldati ai miei vasi sanguigni mi nutrivano e sedavano costantemente. Mi rimisero in sesto, smisero le violenze. Continuarono a torturarmi obbligandomi a rimanere a letto per giorni, distinti l’uno dall’altro solo dall’accendersi e dallo spegnersi delle luci artificiali, in una stanza bianca, spoglia. L’unica presenza umana che vidi fu un raro andirivieni di camici bianchi senza nome e senza parola, il viso disumanizzato da mascherine. Ogni tanto entravano, controllavano il funzionamento dei macchinari e se ne andavano. Per il resto unici miei compagni erano gli scanner cerebrali e le altre macchine che senza preavviso violavano a volte il mio corpo con la loro inorganica consistenza, freddi e duri strumenti ronzanti che mi sondavano indifferenti.

Sentii la mia ragione vacillare, ma mesi di prigionia mi hanno forzatamente predisposta al distacco. È l’ennesima tortura, ma quella non sono io. Quello è un corpo identico al mio, un clone a crescita accelerata. L’ennesima crudeltà mascherata da test medico-militare.

Poi il nulla.

Mi sono risvegliata ieri, o oggi, dopo quelli che devono essere stati mesi. L’ho capito perché sento i muscoli legati e debolissimi, nonostante al risveglio avessi elettrostimolatori ovunque. Affianco a me, sotto le loro maschere, stavano due infermieri. Mi hanno alzato a forza, mi hanno trascinato fuori. Mi hanno portato in una stanza vicina, ampia, una parete di vetro oscurato e numerose telecamere e sensori sul soffitto. Altre tre persone, due infermieri e un paziente, sono entrate da una porta sul lato opposto. Gli infermieri hanno smesso di tenermi in piedi, sono caduta in ginocchio. Sono usciti, le porte senza maniglie aperte da un comando remoto. Lo stesso hanno fatto con il paziente. E allora la guardai, era una donna. Allora la riconobbi. Occhi verdi, capelli neri e folti. Il naso affilato, il neo sul mento. La lieve fossetta sulla guancia sinistra. Lei ero io. Lei era me.

Avevo sentito parlare di crescita accelerata dei cloni umani. Me ne avevano parlato i prigionieri e i compagni ribelli, voci riguardanti esperimenti militari condotti sui detenuti. Sentii la mia ragione vacillare, ma mesi di prigionia mi hanno forzatamente predisposta al distacco. È l’ennesima tortura, ma quella non sono io. Quello è un corpo identico al mio, un clone a crescita accelerata. L’ennesima crudeltà mascherata da test medico-militare. Mi rassicurai, era un corpo identico al mio, ma con la coscienza di un neonato. Il divieto di ricerca medica e militare sulla possibilità di creare cloni a trascrizione neurale fu firmato da tutti le entità governative e le confederazioni decenni fa, a Kinshasa. La Commissione Mondiale Transumanista aveva appena ottenuto l’evidenza scientifica dell’impossibilità di trascrivere i backup di coscienza su supporto inorganico. Tutte le ricerche precedenti sull’argomento vennero bandite, il divieto fu ripreso anche nella Costituzione venerata dai miei aguzzini. Davanti a me c’era un cervello vergine, una memoria ancora da scrivere all’interno di un corpo adulto. Del mio corpo adulto.

Lei stava rannicchiata in un angolo della stanza, il viso pallido e teso, mi guardava, tremando lievemente. Mi alzai, sempre più sicura della mia stabilità mentale, piena di impotenza, rabbia e compassione. Un’innocente creatura, parto della crudeltà degli aguzzini di questo regime disumano. Accoglierla sarebbe stato un ennesimo, seppure inutile, atto di ribellione.

A pochi passi da lei, mi sorrise. Aprì le braccia in un gesto di comunicazione non verbale.
«Ehi, tranquilla. Vieni qui…»
Era stata lei a parlare.
Capii. Capimmo. Urlammo. Corremmo contro le pareti, striandole di sangue e unghia rotte. Il panico contorse il mondo squarciando un’eternità di disperazione.
Mi afferrarono. Il buio.

Sono di nuovo nella stanza bianca, ora. Dev’essere il sedativo che ho nelle vene ad avermi permesso di non avere altri attacchi di panico, di non impazzire durante la stesura. Ora sta finendo. E li sento, e li sento.

CMPT – RAPPORTO AY/263b
IN ALLEGATO DOCUMENTO DT-X-23AS, TRASCRIZIONE REPERTO YOL-a61677

Ma Zhengfei FarmaKush Inc.
10 Dr APJ Kalam Road Nuova Dehli, 110011

Egr. Dott. Ma Zhengfei,

l’esperimento pilota sul paziente Y-37594850 ha corroborato molte delle ipotesi già formulate dalla CMPT, consultabili nel rapporto AY/054. La clonazione a crescita accelerata è stata eseguita per mezzo della tecnologia DupMox™, già applicata con successo in passato. I prototipi segreti di scanner cerebrale (mod. CS880) e di trascrittore neurale (mod. TN700) si sono dimostrati perfettamente funzionali, e la Commissione ne caldeggia la produzione su larga scala.

I risultati sono promettenti sul fronte del superamento dell’impossibilità di trascrizione neurale su supporto inorganico. Altri esperimenti sono già in corso, volti a dipanare quesiti di ambito particolare, ma vista l’urgenza bellica nel conflitto con l’Unione Uralica la Commissione prende la responsabilità di sottoporre alla FarmaKush Inc. e alla Confederazione Commerciale Pacifica alcune conclusioni sufficientemente certe, così da poter dare inizio alla produzione e agli accordi commerciali.

Il clone ha l’illusione di essere una prosecuzione della coscienza originaria, ma è a tutti gli effetti un individuo a sé stante.

È per il momento da considerarsi totalmente improduttiva la possibilità di produrre cloni a copia di coscienza di soggetti viventi. L’esperimento ha mostrato come lo stress psicologico, anche su un soggetto estremamente resistente, sia insostenibile nel momento di percezione cosciente della copia di sé. I sensori cerebrali mod. CSX8 hanno registrato l’evidenza neurale dello shock. I sintomi psicologici (ansia, panico, sviluppo di psicosi, disturbi di percezione, paranoia, depressione) sono gravemente debilitanti, blandamente contenibili solo tramite una massiccia somministrazione di antipsicotici e calmanti. Al riguardo è di rilievo la trascrizione allegata alla presente di un documento scritto dal clone del paziente Y-37594850 nell’intervallo tra il primo e il secondo incontro col soggetto originario. Alle analisi il testo si è rivelato scritto col sangue del clone, probabilmente con l’ausilio di un frammento ungueale come stilo, sul supporto tessile del letto nel quale giaceva dopo lo shock seguito all’incontro. L’accaduto è altresì registrato nel documento video VY/325f. Nell’incontro successivo, il secondo e ultimo, in cui il personale non è stato fatto intervenire, il clone ha aggredito il paziente e ne ha causato il decesso per strangolamento. Il clone è stato mantenuto sotto osservazione, ma il suo stato psicologico non mostra alcun miglioramento. Sarà monitorato per le prossime 48 ore, per venire soppresso qualora non interverranno elementi di interesse scientifico, visti gli elevati costi di mantenimento.

L’esperimento evidenzia inoltre l’impossibilità di continuità unitaria di coscienza tra il momento di morte e quello in cui avviene la riattivazione su un nuovo supporto. La coesistenza di due coscienze operative, identiche fino al momento della riattivazione, ma che mostrano poi autonomia, identità e coerenza distinte, dimostra che la coscienza è strettamente legata al proprio supporto materiale. Il clone ha l’illusione di essere una prosecuzione della coscienza originaria, ma è a tutti gli effetti un individuo a sé stante. Non è insomma possibile per la coscienza originaria esperire il proprio ritorno in vita tramite riattivazione su un supporto differente da quello di provenienza, anche qualora il supporto sia un clone del soggetto originario, biologicamente identico ma materialmente differente. Compatibilmente con la produzione su larga scala delle tecnologie necessarie, e con la riforma costituzionale per stato d’emergenza che confidiamo venga conseguentemente emanata, si caldeggia l’avvio delle procedure commerciali, segnalando alle corporazioni della Confederazione la possibilità di rivolgersi alla FarmaKush Inc. per la creazione di backup di coscienza e la clonazione con trascrizione neurale, previo accertato stato di morte, di soggetti appartenenti alle loro milizie qualora ne abbiano acquistato i diritti biologici. È in corso un promettente esperimento sul backup e la trascrizione di coscienza di soggetti già morti e in vari stadi di decomposizione. Compatibilmente con i tempi di ricerca, presto invieremo i primi risultati.

Dott. Anshuman Bhargava

Commissione Militare per il Progresso Transumanista