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Gli animali selvatici si sono impossessati della zona di alienazione di Chernobyl

Un gruppo di biologi ha scoperto che alcuni animali stanno producendo antiossidanti per potersi adattare meglio all'ambiente radioattivo.
12.10.15
Photo par Valeriy Yurko

Nei decenni successivi al disastro di Chernobyl del 1986, gli animali selvatici hanno pagato un prezzo altissimo. Gli uccelli hanno sviluppato tumori, mentre alcuni mammiferi hanno subito mutazioni genetiche e una diminuzione delle capacità riproduttive.

Nel corso dell'ultimo anno, però, gli scienziati hanno riscontrato segnali incoraggianti nei luoghi colpiti da quello che è noto come il peggior disastro nucleare al mondo.

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Timothy Mousseau, un biologo dell'Università del South Carolina, insieme ai suoi colleghi, ha scoperto che alcuni uccelli producono un numero elevato di antiossidanti protettivi per potersi adattare meglio all'ambiente radioattivo. Inoltre, uno studio della rivista scientifica Current Biology ha concluso che la zona del disastro assomiglia sempre più a una riserva naturale che brulica di alci, cervi, cinghiali e lupi.

Cuccioli di aquila. (Foto di Valeriy Yurko)

"È molto probabile che Chernobyl ospiti un numero più elevato di animali selvatici oggi rispetto a prima dell'incidente," ha affermato Jim Smith dell'Università di Portsmouth, nel Regno Unito. "Questo non vuol dire che le radiazioni facciano bene agli animali, ma solamente che le conseguenze dell'insediamento umano, della caccia e dell'agricoltura sono di gran lunga peggiori."

Alcuni studi condotti in precedenza nella Zona di Alienazione di Chernobyl avevano mostrato che le dosi elevate di radiazioni sprigionate dall'esplosione e dal conseguente incendio avevano portato a una diminuzione delle popolazioni di animali selvatici. Il fenomeno ha colpito anche quegli animali che vivono nella cosiddetta Foresta Rossa?così chiamata perché gli alberi morti hanno preso una colorazione rossastra a causa delle dosi elevate di sostanze radioattive.

Le nuove testimonianze, basate su dati censiti nel lungo periodo, indicano che il ripopolamento animale è in crescita. Secondo lo studio il numero di alci, caprioli e cinghiali presenti all'interno della zona di esclusione è simile a quello che si riscontra nelle riserve naturali incontaminate della regione. Tra i cambiamenti più interessanti va segnalata la crescita del numero di lupi, che ora sono sette volte più numerosi rispetto alle riserve vicine.

Una lince. (Foto di Valeriy Lukashevitch)

"In aggiunta, i dati raccolti tramite elicottero mostrano un trend in crescita per quanto riguarda il numero di alci, caprioli e cinghiali da uno a dieci anni dopo l'incidente," scrivono gli autori dello studio. "Questi risultati dimostrano per la prima volta che la zona di esclusione di Chernobyl ospita una ricca comunità di mammiferi dopo quasi tre decenni di esposizione cronica alle radiazioni."

Il fatto che l'area sia ancora off-limit per le decine di migliaia di persone che la abitavano prima del disastro è stato un elemento cruciale per il recupero. Questo ha portato alla scomparsa delle attività agricole e a un ridimensionamento della caccia. Un andamento simile è stato riscontrato nella zona demilitarizzata tra le Coree del Nord e del Sud, dove il territorio - disseminato di mine antiuomo - è diventato un paradiso per cinghiali, cervi e centinaia di specie di uccelli che ci svernano.

Un lupo. (Foto di Valeriy Yurko)

"Questi dati unici, che mostrano come una vasta gamma di animali possa prosperare in prossimità di un incidente nucleare, raccontano la resistenza degli animali selvatici quando sono liberi dalle pressioni causate dagli insediamenti umani," ha detto Jim Beasley, uno degli autori dello studio dell'Università della Georgia.

Gli autori hanno attribuito la proliferazione degli animali selvatici anche al crollo significativo dei tassi di radioattività, anche se bisogna sottolineare come gli animali continuino ad accumulare radiazioni all'interno del proprio corpo.

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"La gente ci chiede, 'Siete rimasti sorpresi da quello che avete scoperto?' In un certo senso, no," ha aggiunto Smith. "Non ci aspettavamo di trovare conseguenze gravi sulla fauna. Potevamo aspettarci delle conseguenze per uno specifico animale, ma non per intere specie."

Una donnola. (Foto di Valeriy Yurko)

Mousseau, che non ha partecipato al recente censimento degli animali, ha descritto lo studio come "un passo molto positivo per la ricerca sulle conseguenze degli incidenti nucleari per la salute e l'ambiente." Tuttavia, il ricercatore ha dubitato del fatto che l'intera zona di esclusione sia popolata da animali selvatici, facendo notare che lo studio si è concentrato solo sui grandi mammiferi a rischio di caccia e non su quelli più piccoli, sugli insetti e su gran parte degli uccelli.

"In questo modo, lo studio non risponde a una domanda fondamentale: quali effetti hanno le sostanze radioattive sulle popolazioni animali?" ha specificato Mosseau, che sta conducendo ricerche sulla fauna selvatica anche nelle aree devastate dal disastro nucleare di Fukushima, in Giappone. "Quest'indagine non affronta gli effetti che le radiazioni hanno sulla riproduzione, la sopravvivenza, la longevità e la salute degli animali censiti. Al contrario, le conclusioni di questo studio riflettono l'impatto avuto dall'insediamento umano e dallo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali in assenza di misure conservative."

Un alce. (Foto di Valeriy Yurko)

Mousseau rimane scettico riguardo all'ipotesi che l'assenza di esseri umani abbia portato a un'impennata della fauna selvatica intorno a Chernobyl.

"Gli autori caldeggiano l'idea che l'assenza di esseri umani possa causare un incremento delle popolazioni di grandi mammiferi," ha detto Mousseau. "Questo ragionamento è eccessivo, dato che le popolazioni europee di caprioli, cerbiatti, cinghiali, lupi, linci e tante altre specie sono cresciute in modo incredibile negli ultimi 30 anni senza alcun cambiamento della presenza umana. Al contrario, ci sono più esseri umani oggi che trent'anni fa. L'opinione comune tra gli esperti di mammiferi è che questi cambiamenti siano dovuti all'abbondanza di cibo, in tandem con il miglioramento delle condizioni climatiche."

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