L’ultima serie di Netflix mi sta facendo dire basta con la fantascienza

Quando solo nel trailer ci sono rimandi a tutto ciò che è stato prodotto negli ultimi due anni, c'è un problema.
Giulia Trincardi
Milan, IT
6.12.17
Risvegli di corpi artificiali in batteria che citano Matrix. Screenshot via: YouTube / Netflix

Questa settimana, Netflix ha fatto uscire il trailer di una nuova serie, intitolata Altered Carbon e tratta dall’omonimo romanzo cyberpunk del 2002 scritto da Richard K. Morgan. La serie — si legge sulla descrizione su YouTube — “è ambientata in un futuro in cui la mente umana può essere digitalizzata e scaricata su una ‘pila corticale,’ per essere poi ricaricata in nuovi corpi, chiamati custodie.”

Nel trailer una voce seducente e soave pubblicizza sfavillanti corpi artificiali, mentre un montaggio a flash improvvisi mostra quegli stessi corpi che si risvegliano nudi ricoperti di liquami e annaspando al buio. La morale suggerita da questo tetro contrasto è che in un futuro dove non si ha più paura di morire, l’uomo — quale essere di merda che è — abusa la miracolosa tecnologia a disposizione per mettere in pratica tutto lo sbudellamento cruento e insensato che il suo cervello riciclato all’infinito può concepire. Dejà-vu?

Temo che questo trailer rappresenti la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso per me, perché, appena l’ho visto, ho avuto una mezza crisi isterica. L’immediata associazione che ho fatto mi ha portato a pensare a una versione di Westworld un po’ Black Mirror che fa il verso all’ultimo (brutto) Blade Runner e strizza l’occhio al recente (e brutto) adattamento di Ghost in the Shell. Questo per citare giusto i riferimenti più ovvi. Come cavolo è possibile che, nel giro di due anni, siamo già all’ennesimo titolo che calca con la stessa identica retorica lo stesso identico argomento?

Un corpo bionico perfetto che si svela un po' alla volta, su sfondo bianco e iperluminoso, a là Westworld. screenshot via: Netflix/YouTube

Questo eterno riciclo sta ufficialmente rovinando il mio rapporto con la fantascienza.

So che non è corretto giudicare una serie dal trailer ed è assolutamente plausibile che finirò per guardarmi anche Altered Carbon, quando uscirà a febbraio, nella mia letargica pigrizia invernale. Eppure, mi ha causato una sorta di improvvisa epifania: la fantascienza è arrivata a un punto di non ritorno, dove ogni nuova opera non fa che ricalcare N numero di prodotti usciti nei precedenti 24 mesi, senza aggiungere granché.

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La sfiducia nello spettatore sembra essere tale che l’industria dell’intrattenimento — sia streaming che grande schermo, lungi da me discriminare — ha individuato un numero (terribilmente) circoscritto di topoi narrativi che funzionano e ha deciso di percorrerli all’infinito avanti e indietro, spolverando occasionalmente qualche romanzo per essere sicura di attenersi ancora di più al previsto e prevedibile del genere. Ovviamente, reboot, sequel e prequel di sorta sono parte di questa “paura del futuro” — come è stata definita su The Verge — che la fantascienza sembra avere ultimamente.

Una città caotica piena di insegne colorate e gente con gli ombrelli sotto la pioggia. Ghost in the Shell o Blade Runner? No, Altered Carbon! Immagine via: Netflix/YouTube

Sono del tutto consapevole che la dinamica in atto è una questione di commerciabilità del prodotto: la distopia di fantascienza femminista The Handmaid’s Tale ha funzionato bene e produrre un altro titolo della stessa autrice significa cavalcare furbamente l’hype creato. La serie di fantascienza-thriller Dark, appena uscita su Netflix, gioca ancora una volta con le iper-riconoscibili ambientazioni anni Ottanta e con l’espediente narrativo dei bambini che scompaiono nel nulla di Stranger Things, attingendo al contempo ai paradossi temporali di Donnie Darko e all’esoterismo cupo dell’appena riesumata Twin Peaks.

A rendere problematica questa tendenza del ripetere tematiche e ambientazioni non è tanto il valore di intrattenimento tout court dei prodotti: al di là delle opinioni di gusto personale o di minore o maggiore rigore cinematografico che ognuno di noi detiene, rientra ancora tutto nel guardabile, nel godibile, in quel tipo di televisione o cinema pop che ci permette di svagare la mente.

La fantascienza è intrappolata in un loop di saturazione semantica e non ce ne rendiamo conto

Ciò che mi preoccupa, invece, è la pigrizia mentale a cui mi spinge, di riflesso. Tutti questi prodotti sono, in ultima analisi, molto più rassicuranti di quel che vorrebbero essere. Per quanto presentino distopie raggelanti — dove va in scena la barbarie umana verso la propria specie o verso il simulacro da psicoterapia di turno (leggi: cloni, Attrazioni, replicanti, o custodie) — lo fanno in modi che non sono più in grado di destabilizzare davvero la nostra concezione del reale. Robot, androidi umanoidi, corpi artificiali, abbiamo capito, il futuro sarà fatto di questa roba. Che cos'altro possiamo raccontare, che non sia la solita lotta di dominio e supremazia o una crisi esistenziale binaria dove — ehi — l'identità umana è messa in discussione alla fine dei conti il minimo indispensabile?

Non c’è commento aggiunto se le strutture narrative sono eternamente riciclate al fine di offrire un prodotto che le persone possano associare a qualcosa di già conosciuto e guardarlo per quello. La fantascienza è intrappolata in un loop di saturazione semantica e non ce ne rendiamo conto.

Ovviamente, c'è un tizio con un lungo impermeabile nero che si prende litrate di pioggia. Che cita Blade Runner è abbastanza chiaro? Immagine via: Netflix/YouTube

La visione ulteriore che la fantascienza ha saputo offrire spesso in passato — e più raramente in tempi recenti — è legata a un esercizio di invenzione radicale di un reale altro. In questo senso, la funzione estesa del genere dovrebbe essere reinventare la realtà stessa, raccontandola in modi diversi e inaspettati. Se anche la fantascienza ci culla nel prevedibile, cosa resta?

Ci sono, ovviamente, titoli usciti negli ultimi anni che portano avanti il potenziale più radicale del genere: Under the Skin e Cloud Atlas, per dire. Ma è difficile nominarne uno che non sia indipendente o in qualche senso di nicchia, e rientri piuttosto nella produzione rivolta a un pubblico di massa. L'idea che il cinema e le serie pop debbano essere digeribili per tutti e quindi non possano correre rischi è una grossa e pretenziosa scusa. Flop cinematografici recenti come quello di Blade Runner e Ghost in the Shell — derivati da prodotti precedenti di assoluto culto —, sono sintomatici di un pubblico che, forse, è pronto per qualcosa che non sia una minestra riscaldata.

Piuttosto che finire per odiare del tutto il mio genere preferito, personalmente, preferisco digiunare almeno per un po'.