Le recensioni della settimana

Quali dischi ci hanno fatto esprimere delle opinioni questa settimana: Rkomi, LCD Soundsystem, The National e altri.
07 settembre 2017, 10:48am

Noisey è cresciuto e non usa più le faccine col vomito, ma le recensioni restano sempre scritte da persone piene di problemi che non vogliono necessariamente essere prese sul serio.

CHELSEA WOLFE
Hiss Spun
(Sargent House)

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Chelsea Wolfe fa innamorare tutti: sarà per la sua naturalezza sul palco in mezzo a metallari repellenti che non vedono l'acqua corrente dalla preadolescenza, per quel visino da angelo corrotto, per il fathomless disagio che non accenna ad esaurirsi nemmeno dopo mezza dozzina di album e il successo internazionale. Anzi, Hiss Spun è forse il suo album più disagio di tutti, per una serie di ragioni evidenti. Prima di tutto, ha registrato a casa di Kurt Ballou, e il chitarrista dei Converge non è che sia famoso per i suoi suoni melliflui e compassati. Poi, a quanto pare Chelsea è andata in fissa col rumore bianco, e ha cercato di infilare di tutto nel disco, facendolo uscire il più graffiato e dissonante della sua ormai decennale carriera: risultato, ci ritroviamo campionate cose come urla di scimmia e le esplosioni delle bombe dell'Enola Gay. Obiettivo del disco era trovare la bellezza interiore partendo dallo schifo del mondo; io non lo so se poi Chelsea Wolfe dentro di sé abbia trovato la bellezza, ma sicuro ha trovato un disco clamoroso.
Ἀποκάλυψις (AB)

RKOMI
Io in Terra
(Universal)

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Rkomi fa sul serio. Questo è un disco senza cazzate, personale, dritto al punto, tormentato. Per certi versi ricorda Pizzicato di Izi. Di sicuro, nonostante per vari motivi siano stati tutti infilati nello stesso calderone, e probabilmente hanno anche molti ascoltatori in comune, non c'entra niente con cose più propriamente pop (come Ghali) o trap (come Sfera o la DPG) della nuova scena, non è proprio lo stesso genere. E non credo che sia un caso se gli unici featuring presenti in questo disco sono quelli di Noyz e di Marra, due rapper ormai classici, che vengono da una stagione diversa (quella "del retaggio anni '90 delle rime e delle metafore", come ha detto Gué Pequeno) - e in particolare vedo una continuità rispetto a Noyz, rispetto a un percorso fatto di concretezza e senza cazzate, senza pezzi radiofonici, senza zarrate gratuite, soltanto sostanza.
Uno dei pezzi più interessanti del disco è "Origami", che mostra anche la voglia di Mirko di andare oltre quello che ha già fatto: ha un andamento quasi dancehall e un ritornello che si presta a farlo diventare un singolo, ma non è un pezzo che farà gridare al "venduto", perché il testo e il modo di rappare sono sempre i suoi, e sono le cose che lo rendono unico - anche quando si avvicina a territori diversi (discorso simile si può fare anche per "Maddalena Corvaglia"). Rkomi sembra essere uno dei rapper più riflessivi di questa nuova scena, oltre a essere molto dotato, e per ora anche il pubblico sembra essere dalla sua parte. Speriamo che continui così.
PASQUALE FINICELLI (FS)

LCD SOUNDSYSTEM
american dream
(DFA / Columbia)

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Io l'avevo detto che non volevo fare gli LCD Soundsystem e adesso ecco, mi devo pulire le orecchie con un disco di Gunter Hampel. Ma io dico: si può, nel 2017, fare una specie di accozzaglia fra Suicide, Talking Heads, Liquid Liquid e tutto il cocuzzaro di cui già conosciamo vita, morte e miracoli? Passi per le batterie fregate ai Cure, passi per l'atteggiamento decadente, i testi "impegnati" da ibernati negli anni Ottanta degli Alarm, passi l'imbellettatura "retro futuribile", ma @#!*°$% I PEZZI ALLA U2 NO, VI PREGO. Che monnezza. Naturalmente Pitchfork gli ha dato 8.5, mi sarei stupito del contrario. Un pregio però glielo riconosco: se fai la cyclette mentre lo ascolti arrivi al traguardo con un certo ritmo, meglio di mettere su Heater Parisi (io l'ho provato ma don't try this at home, mi raccomando).
CGD SOUNDSUSTE (DB)

TERA MELOS
Trash Generator
(Sargent House)

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Se c'è una garanzia che i Tera Melos possono offrire all'ascoltatore è la qualità abrasiva della loro musica. Il loro è stato uno strano percorso: sono dieci anni che suonano e il loro album d'esordio, Drugs to the Dear Youth, fu considerato in maniera piuttosto unanime una bomba di disco dalla scena math rock di cui facevano parte. Seguivano il versante più caciarone, acido e inquietante del genere—più la pazzia dei Don Caballero che le melodie emo degli American Football, per dare due punti di riferimento. Trash Generator è il culmine di un processo che ha privato i Tera Melos sempre più delle chitarre pulite e delle melodie in favore di un uso rischioso ed esagerato dei pedali e delle distorsioni, a tal punto che in certe parti dell'album—vedi "Warpless Run"—sembra di sentire più una band death metal che abbassa un attimo l'asticella della violenza sfociando nel thrash che un gruppo di ragazzi cresciuti a pane e Tim Kinsella. Il che è divertente, ma a patto che vi piacciano le stramberie costanti: i Tera Melos non ti lasciano il tempo di farti passare dentro un passaggio storto che te ne hanno già dati altri tre ancora più rincagnati e spiraleggianti. È un disco ostico, Trash Generator: se vi piacciono le difficoltà, è roba vostra. Altrimenti ci sono sempre i TTNG.
TERA EBBASTA (EA)

NEIL YOUNG
Hitchhiker
(Reprise)

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Nel '76, quando è stato registrato, dopo un decennio di Grande Rock, un disco come questo non valeva letteralmente NULLA. Certo, per il fanatico di Neil Young già ai tempi sarebbe stato emozionante sentire le canzoni di Rust Never Sleeps, American Stars 'n Bars, Comes A Time, ecc. in versione nuda e cruda, registrate live, solo, in una notte annebbiata dall'erba, dalla coca e dalla birra, con Neil che ogni tanto manca una nota e con il rumore delle unghie che colpiscono la cassa quando la mano destra si lascia troppo andare. Ma per il pubblico vero non sarebbe valso nulla. Ma oggi, per dio, sono passati 40 anni, nel mezzo c'è stato il lo-fi, c'è stato ogni tipo di cantautorato possibile, c'è stato il rock grosso e il rock piccolo, il glam e il grunge. Considerato che Neil è ancora capace di buttare fuori un disco prodotto e scritto da dio con i Promise of the Real o con chi gli pare, e considerato il modo radicalmente diverso in cui ascoltiamo musica oggi rispetto al 1976, c'è poco da dire: spariamoci questi demo al buio, con la nostra sostanza alterante preferita a portata di mano, e lasciamoci trasportare, che se anche portiamo via 34 minuti a tutte quelle altre cose importantissime che dobbiamo fare non succede niente.
INSTAGRAM PARSONS (GS)

THE NATIONAL
Sleep Well Beast
(4AD)

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Una delle più grandi qualità dei National, se sei adatto alla loro modalità espressiva, è quella di riuscire a raccontare cose che non ti appartengono come se le avessi sempre avute dentro. Io non sono mai stato a New York, non sono mai stato sposato, non ho figli o fratelli né ho mai avuto un problema con l'alcool, ma quando Matt Berninger usa il suo baritono per raccontare del suo fegato che soffre la maledizione di famiglia che ha ereditato dallo zio, o di come chiama "bestia" sua moglie quando entrambi hanno la testa sul cuscino prima di andare a letto, o di una giornata di neve a NYC in cui lasciarsi prendere dal caldino della metro è tutto, o delle sue paranoie sul modo in cui cresce i suoi figli e deve meritarsi il rispetto e l'amore della sua famiglia come della sua band, io mi sciolgo come un Solero sotto il sole durante una diretta su Facebook per tirare su un po' di engagement. Sleep Well Beast è un discone perché non solo continua a dimostrare quanto Berninger sia il re dell'empatia e dell'interpretazione testuale, ma lascia spazio ai fratelli Dessner e Devendorf—aka gli altri quattro membri del gruppo, per completezza—per costruire palazzi di chitarre e assoli e super ritmi e orchestrazioni poi sottratti di elementi, come in una partita di Jenga, fino a diventare scheletri minimali, riduzioni al minimo delle loro parti fondanti.
BRYCE MESSNER (EA)

MOGWAI
Every Country's Sun
(Rock Action)

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Negli ultimi anni mi sono perso un po', con la discografia dei Mogwai. Evidentemente vessati dal desiderio di sperimentare nuove strade, o per dirla in altra maniera dalla mancanza di ispirazione per fare un disco che fosse "completo" - vedete voi quanto volete essere clementi - si sono lanciati in collaborazioni, colonne sonore, collaborazioni di colonne sonore e non mi stupirebbe scoprire che hanno suonato pure a qualche matrimonio. Di fatto però, non hanno mai davvero centrato il punto. Fino ad oggi. E oggi, guarda un po', non stanno sperimentando, non stanno colonnasonorizzando, non stanno cacando fuori dal vaso: stanno pubblicando un disco. Qualcosa che è loro e soltanto loro. Qualcosa che è talmente diretto e semplice e nudo davanti all'ascoltatore che è riuscito a prendere un bel voto persino su Pitchfork. Every Country's Sun è un album dei Mogwai, punto. Ce lo dice la sua malinconia imperante, ce lo dicono la chitarra di Braithwaite e la batteria di Bulloch in ogni loro alternanza soft/loud, ce lo dice il suo essere semplicemente, chiaramente e onestissimamente post-rock. Era ora.
MORTO GIOVANE (AB)

WIKI
No Mountains in Manhattan
(XL Recordings)

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Il rap newyorkese duro e puro è una declinazione del genere che si merita la totale attenzione dell'ascoltatore. Se non siete madrelingua, ascoltare le barre di ragazzi nati e cresciuti nei borough della città americana per eccellenza senza capire ciò che stanno dicendo è come mangiare un piatto di pasta fumante mantecata in un sughetto da sogno tenendo il naso tappato. Il vero rap di NYC è complesso come il tessuto sociale e urbano che lo genera, a partire dal gangsta-non-gangsta del Wu-Tang Clan, passando per le acrobazie di Aesop Rock fino allo stile fotografico di Wiki, che da quando si sono sciolti i suoi Ratking si è messo a fare come William Klein quando camminava per le strade della metropoli: cioè ad arrivare in faccia alla gente con un obbiettivo e catturare la loro immagine in una narrazione al contempo gioiosa e grottesca, caotica e pacifica. I suoi pezzi sono l'equivalente sonoro di quelle immagini—a tratti affascinanti perché sfocate e incomprensibili, a tratti nitide nel rappresentare l'iperstimolazione della metropoli contemporanea.
WIKIMEDIA COMMON (EA)

FILMED IN AN AIRPLANE
Harsh Noise Wall (Autoprodotto)

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Molti si chiedono come portare avanti il vessillo dell'harsh noise senza cadere nelle solite secche del già sentito, e la pratica dei duri e puri è sempre quella di cercare delle soluzioni nella pratica anche a costo di fare grossi buchi nell'acqua. C'è chi è diventato technuso, chi si è buttato sulle wavetable, chi fa le scuregge digitali con Max SP, chi si mette a fare impro wannabe free jazz, chi si è infilato nel calderone hard vapor. Ad alcuni va bene, ad altri no. È comunque evidente che c'è un momento di crisi generalizzata (a dire il vero un po' in tutti i campi, ma lasciamo perdere). Poi ecco spuntare queste mosche bianche che delle mode non gliene frega un cazzo e fanno quello che devono fare. Nella fattispecie Filmed in an Airplane (nome suggestivo) interpreta a modo suo quello che è stato il movimento che ha mandato avanti il genere e nello stesso tempo lo ha bloccato: l'harsh wall, tanto da dedicargli il titolo del disco. Che poi lo ascolti e si tratta invece di una tastiera probabilmente da due lire che lungi dal fare un semplice wall, ci dà dentro di dinamica FM aprendosi a degli spazi sonori che veramente voli con l'aeroplano, l'effetto è quello di quando per la pressione ti si bucano lentamente i timpani. Vaporharsh? Forse. Ma a giudicare dal suono qua si cucina con la griglia, e meno male.
PORCO PAINTREE (DB)

KHALIL
The Water We Drink
(Posh Isolation)

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Nuova uscita su Posh Isolation, che in qualche modo è una garanzia. Garanzia di qualità, sì, ma in questo caso si tratta di sonorità molto diverse rispetto a quelle cui ci hanno abituato i vari Damien Dubrovnik, Puce Mary, Croatian Amor, eccetera. Il disco di questo trio danese infatti è una sorta di versione distorta e malata di sonorità, e soprattutto di parti vocali, che sembrano prese di peso da quell'rnb oscuro che è andato di moda qualche anno fa. In pratica sembra uno dei primissimi lavori di The Weeknd però preso e ribaltato e violentato per davvero, una specie di The Weeknd (ma nelle vocal si sente molto anche di Drake, del Kanye di 808, o pure di un Pamistry) remixato da Arca, diciamo. O da Rabit. Questa è l'idea di base, la musica ha anche momenti più puramente atmosferici, ma il fatto è soprattutto che è un lavoro fatto in maniera veramente convincente e impressionante. Ascoltatevi un pezzo come "Gigds" per credere. Un disco che probabilmente mi farà compagnia fino alla fine dell'anno.
CAIN TESFAYE (FS)

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