Pregi e difetti di "17" di XXXTentacion

Pregi e difetti di "17" di XXXTentacion

"17" è un album tanto innovativo a livello musicale quanto problematico per il modo in cui parla di depressione e suicidio.
Elia Alovisi
Italy
29.8.17

"17: la mia raccolta di incubi, pensieri e situazioni di vita vissuta. 17 è il numero che ho tatuato sul lato destro della mia testa, il mio numero personale che verrà presto spiegato in interviste o esempi futuri. Ascoltare questo album significa letteralmente, e non posso sottolinearlo abbastanza, entrare nella mia mente. E se non siete disposti ad accettare le mie emozioni e ascoltare completamente le mie parole, non ascoltatelo. Non trovo valore nei vostri soldi. Trovo valore nella vostra accettazione e nella vostra lealtà. Eccovi il mio dolore e i miei pensieri, resi parole. Ho messo tutto me stesso in questo album, sperando che possa curare o almeno alleviare la vostra depressione. Vi voglio bene. Grazie per l'ascolto. Godetevelo."
— XXXTentacion, "The Explanation".

Nel 1994, Biggie decise di concludere il suo classicone Ready to Die con "Suicidal Thoughts", un pezzo in cui diceva di volersi ammazzare, mangiato dentro dal peso dei suoi crimini e dei suoi errori. Le sue richieste di aiuto trovavano però solo reazioni sgomento e rifiuto: "Quando morirò, fanculo, voglio finire all'inferno / Perché sono un pezzo di merda, non è poi così difficile da dire", cantava Biggie mentre Puff Daddy gli rispondeva con dei lapidari "Negro, cazzo hai che non va?" Le reazioni di Diddy rispecchiavano il sentimento generale riguardo ai problemi di salute mentale della scena hip-hop di quegli anni: "Fatti i cazzi tuoi, mostrati il più duro possibile e non rompere i coglioni", in sintesi.

Da allora, molto—ma non tutto—è cambiato. Da un lato c'è ancora chi percepisce il suicidio come un gesto di debolezza. Quando Joey Bada$$ attaccò il suo concittadino Troy Ave per le scarse vendite del suo disco, questo gli rispose tirando in mezzo il suicidio di Capital STEEZ, compagno di crew di Joey lanciatosi dal tetto di un palazzo nel 2012: "Io uccido 'sta merda, voi negri vi uccidete da soli / Spostati del cazzo, giù dal tetto, statemi lontano". Come ha fatto notare Khristen Wilson di Complex in un interessante pezzo sul rapporto tra rap e depressione, quello di Ave è un gesto problematico in quanto sminuisce e semplifica il suicidio di un ragazzino fino a renderlo niente di più che una punchline.


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La depressione è una cosa fragile e rischiosa da toccare, una questione profondamente privata che non presenta soluzioni univoche. Quando un artista prende possesso della propria fragilità e sceglie di presentarla come oggetto narrativo in un suo pezzo, quindi, dà un segno di maturità, fa progredire la cultura del genere che rappresenta. Non è quindi un caso se Kendrick Lamar—che in To Pimp a Butterfly ha sviscerato la propria psiche di fronte al pubblico, toccando l'apice nelle invettive a sé stesso di "u"—ha espresso il suo apprezzamento nei confronti di 17, il nuovo album di XXXTentacion, un disco che mette in chiaro già nella sua introduzione qual è la sua chiave di lettura: "Queste canzoni raccontano il mio malessere, lo condivido con voi per farvi sentire meno soli".

17 è l'ennesima conferma di quanto i confini del termine "rap" siano diventati liquidi e facilmente attraversabili da stimoli esterni alla sua tradizione. È un disco brevissimo, pieno di chitarre acustiche e pianoforti: un prodotto che, per lunghi tratti, ricorda musicalmente il filone lo-fi da cameretta di polistrumentisti come Mathew Lee Cothran, Sam Ray e Alex G—quest'ultimo, non a caso, coinvolto da Frank Ocean nelle registrazioni di Endless. Non c'è troppa differenza tra chi si registra la chitarra e le percussioni con GarageBand e chi apre Fruity Loops, si spara un po' di autotune sulla voce e comincia a fare musica. In entrambi i casi si dà valore a categorie come il grezzo, il non-finito, il maldestro, l'incerto; al contrario, il mainstream implica cura, iper-attenzione ai dettagli, pulizia, professionalità. Anche la scelta delle piattaforme su cui presentarsi ha un valore—potremmo, generalizzando, dire che SoundCloud e BandCamp sono lo-fi, VEVO è mainstream: le prime permettono agli artisti di presentare il loro materiale senza filtri e di crearsi delle fanbase interamente organiche, mentre il secondo è un aggregatore di proprietà di Sony e Universal atto alla monetizzazione di un prodotto professionale.

17, musicalmente parlando, è un prodotto della contemporaneità. È all'intersezione tra generi e culture, trova valore nell'immediatezza del fai-da-te: funziona un po' come un meme, creato impetuosamente e condiviso per generare una reazione. Personalmente, ascoltarlo mi spiazza—come se non riuscissi a trovare la quadra tra i suoi pregi e i suoi difetti.

Cominciamo dai pregi. È bello che un rapper che ha costruito il suo successo con un pezzo tanto musicalmente avanti quanto liricamente retrogrado come "Look At Me!" ("Non riesco a tenere il cazzo nei pantaloni", "Quella troia non vuole essere mia amica", "Mi ha messo la lingua sul cazzo", eccetera) cerchi di aggiungere dimensioni alla sua musica inserendo in un progetto pezzi per voce e piano o chitarra acustica. Certo, già su Revenge—il suo esordio—X aveva dato segnali di ampliamento del suo spettro sonoro: pensiamo a "Looking for a Star", versione lo-fi presammale delle cose mezze giamaicane ballabili di Drake, al synth-pop minimale di "Valentine", al simil-nu-metal loffio di "King". Ma 17 è un progetto più marcatamente di rottura, in cui la componente non-rap prende il sopravvento. Non credo che un ragazzino che ascolta X andrà a scoprire i Microphones dopo aver sentito la chitarrina di "Depression & Obsession", ma è bello che si inizi a mettere la pulce nell'orecchio al pubblico riguardo al rap come genere musicalmente inclusivo; così che i ragazzini non pensino che basti rippare basi trap generiche e trovare modi per dire quanto scopano con l'autotune per definirsi "artisti".

Il primo vero pezzo dell'album è "Jocelyn Flores", che porta il nome di una ragazza suicidatasi in una stanza d'hotel che condivideva con X, come lui stesso ha spiegato durante una diretta su Instagram. La prima strofa della canzone è un esempio di quanto 17 sia un album che ha reso le bacheche dei suoi pezzi su Genius lunghe serie di commenti tipo "incredibile, riesci a sentire il suo dolore":

Sto male, voglio spararmi dieci colpi nel cervello,
È da un po' che faccio viaggi su cose che non posso cambiare.
Ho tendenze suicide e allo stesso tempo mi sento docile.
Immaginatevi la scena: siete a letto e ricevete una chiamata,
La ragazza che avete scopato si è uccisa.
È successo quest'estate e nessuno mi ha aiutato,
E da quel momento, amico, mi odio.
Voglio farla finita, cazzo, sono pessimista.
Tutti mi vogliono vedere senza un vaso in cui pisciare
Ma i negri si sono presi bene per la tomba che sto scavando.
Sto facendo conversazioni sulle decisioni che prendo con troppa fretta, mi fa schifo, cazzo.
Allo stesso tempo, tornano in superficie ricordi
Di mio zio che gioca con un cappio.
Lo stress post-traumatico mi ha mandato a puttane,
Sono fuori di testa da quel paio di mesi in cui hanno messo al gabbio 'sto negro.

Cominciamo, però, anche con i problemi: 17 contiene tante strofe effettivamente interessanti quanto momenti che, se letti senza barriere linguistiche e decontestualizzati dalla musica che li sostiene, rivelano una certa dozzinalità. Prendiamo "Depression & Obsession" che già non è un titolo particolarmente ispirato: "La depressione e l'ossessione non stanno bene insieme / Sono avvelenato e il mio corpo sta male / L'ho mangiata, mi sento rivoltare, sento lo stomaco chiudersi / Ci siamo incontrati sulla collina dove tutti vanno a limonare / Abbiamo lasciato parlare le nostre labbra, e ora non sono niente". Un misto tra sensibilità adolescenziale e generica tristezza da blog personale.

"Orlando" è un altro esempio di testo che, distaccato dal contesto—un elementare, efficace giro di pianoforte su cui X intona melodie piacevolmente maldestre—si rivela nella sua banalità. Il titolo si riferisce al luogo in cui è stato arrestato a luglio 2016, accusato di furto e rapina a mano armata. "Il dolore nel mio cuore non vuole finire", "Aspetto la mia morte alla fine","Aspetto la morte con un sorriso in faccia" e il geniale distico "Nessuno vuole la morte / Perché nessuno vuole che la vita finisca".

Lo stesso vale per i numerosi pezzi in cui X parla della sua ex. Uno è "Fuck Love", forse il pezzo più puramente rap del disco: sorvolando sull'immaturità del titolo, X semplifica la sua relazione in una serie di dichiarazioni unidimensionali. "Mi ha strappato il cuore", "Ho la nausea, sto morendo", "I miei occhi non hanno più lacrime da piangere". In "Ayala (Outro)" la definisce "il suo rimpianto più grande". Nessuno può indagare realmente la psiche di una persona passata per arresti, prigioni, suicidi e violenze, ma è impossibile non pensare al fatto che X deve ancora rispondere delle accuse di aggressione intentate dalla suddetta ragazza. Il processo che risolverà la questione si terrà, infatti, a ottobre: le parole di X sono quindi quelle di un accusato che si difende da attacchi ingiusti o di una persona incapace di rendersi conto della gravità delle proprie azioni, e che ha quindi bisogno di aiuto?

X sembra ossessionato dalla morte nei suoi testi—"Revenge" si conclude con l'ossessiva ripetizione delle parole "Marcirò nella mia tomba—a tal punto che a un orecchio esterno risulta difficile capire se è il suo modo per cercare supporto, o inconsapevole feticizzazione della depressione. La comunicazione mediata dai social media può portare all'incapacità di provare empatia, a vuoti emotivi, a glorificare la presa male a tutti i costi. Il fenomeno si presenta con intensità diverse: l'esempio più becero è il tipo/a che continua a postare stati ironici su quanto tutto gli/le vada male e macina centinaia di like piangendosi addosso. Il più meritevole di rispetto, invece, è l'individuo che cerca conforto nella condivisione del proprio dolore con gli altri tramite l'uso di immagini e frasi—vedi un certo tipo di profili di Tumblr, o la quantità di thread sull'argomento aperti sulle board di 4chan. Il rischio, in entrambi i casi, è di fossilizzarsi sulla depressione stessa invece che sulle sue cause.

X ha recentemente postato su Instagram un video in cui sembrava impiccarsi. Per quanto non possiamo entrare nella sua testa, la cosa ci permette di avere degli elementi in più per comprendere il senso delle sue scelte. Dopo avere ricevuto numerose critiche riguardo alla supposta leggerezza con cui ha trattato il suicidio, infatti, X ha spiegato che il clip era solo un'anteprima dal suo prossimo video, e che i suoi gesti stavano venendo travisati: "Come avete fatto a non rendervi conto che sono qua a predicare un messaggio positivo, che sto dicendo a tutti voi negri di non arrendervi? Perché dovrei ammazzarmi e abbandonarvi tutti? Ho letteralmente due milioni di ragazzini che mi considerano un modello".

Il supporto di Kendrick trova senso in una dichiarazione pubblica come questa: entrambi sono artisti che usano la propria arte per migliorare la vita di chi li considera modelli. Ma se K-Dot intavola discorsi e pensieri pluridimensionali e complessi, quelli di XXXTentacion—anche solo per la sua età, e la sua ancora limitata esperienza di vita—suonano ancora acerbi e confusi. Kendrick è passato attraverso la merda e ne è uscito più forte, ha trovato un senso a ciò che gli è successo e lo ha condiviso in forma rap con chi lo segue. XXXTentacion, invece, nella merda ci è ancora fino al collo e sta provando a capire come uscirne.

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