Foto dei rider che ti portano la cena a casa

"New Delivery" è il progetto sui fattorini di Milano e sulle problematiche.

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apr 20 2018, 8:47am

Tutte le foto di Louis De Belle per gentile concessione di BASE MILANO e Raumplan.

Sul cellulare della mia coinquilina c'è una cartella titolata “cibo,” dalla quale attingiamo per ordinare la cena quando il frigo è vuoto, c’è altra gente in casa o il pensiero di un pasto già pronto sembra l’unico modo per riprendersi da una giornata storta.

Solitamente in quel frangente le interazioni coi fattorini sono ridotte al minimo e concludono in “Grazie, buona serata” da ambo le parti. E a essere sincero in questo spaccato non c’ho mai trovato nulla di così scabroso, perché così va il mondo, ma mi ero dato una regola: evitare di chiamare i rider quando fuori il tempo è una merda, perché pensarli in bicicletta sotto la pioggia per portarmi un hamburger mi sembrava troppo.

Ma ovviamente è più complicato di così.

Un fattorino di Foodora.

Louis è un fotografo e videomaker di 29 anni che, insieme al curatore e coetaneo del collettivo Raumplan Nicolò Ornaghi, ha seguito per cinque mesi i rider delle varie compagnie di food delivery attive su Milano. Da questa esperienza è nato New Delivery, volto a raccontare chi svolge questo lavoro e le problematiche a esso legate e che in questi giorni è esposto a BASE Milano come parte del progetto Trouble Making. Who’s making the city?.

“Per realizzare il progetto abbiamo sempre lavorato di notte e soprattutto nel weekend, quando ci sono più ordinazioni. All’inizio la diffidenza dei rider nei nostri confronti era molta,” continua Louis. “Però poi poco a poco si sono aperti e ci hanno raccontato più di quanto gli avessimo chiesto. Soprattutto i rider che abbiamo incontrato più volte e che ci hanno aggiornato di volta in volta.”

Un fattorino di Deliveroo.

Ci sono giovani (dai 16 anni in su) che vogliono provare un’esperienza lavorativa, persone che hanno perso il lavoro e lo usano come fonte primaria di guadagno, persone che lo usano come un lavoro da aggiungere al proprio per arrotondare, stranieri in cerca di integrazione.

“Tra quest’ultimi ci ha molto colpito un ragazzo nigeriano che da Novara—non proprio città dietro l’angolo—prende il treno di tasca sua per venire con la bici a lavorare a MIlano,” mi racconta invece Nicolò. “Ma anche un rider che per mantenere la sua famiglia svolge tre lavori: attacca alle otto a fare la sicurezza in un centro commerciale e stacca a mezzanotte con l’ultima consegna.”

Un passaggio di consegna di un ordine tra una ristoratrice e un fattorino.

Del resto, vuoi a cottimo o sulla base di canoni fissi, pare che per riuscire a tirare su uno stipendio solo con le consegne richieda costanza: “Per esempio per arrivare a circa 1200 euro netti con una di queste compagnie a fine mese, devi lavorare circa 12 ore al giorno per 5 giorni a settimana,” continua Nicolò.

Inoltre a incidere sui guadagni iniziali—o spese, a seconda dei punti di vista—c’è per il rider la questione equipaggiamento. “Considera che le compagnie di food delivery danno pochi strumenti per equipaggiarti, nel senso che ti consegnano un casco, una giacca, lo zaino e poco più” continua Louis. “E ogni azienda , per ciò che ti cede, ha una diversa politica per il comodato d’uso.” In pratica: nessuno regala niente, e alla bici e a tutto il resto devi pensarci tu.

I carica batteria portatili per gli smartphone.

Ma a essere più precisi la scelta a monte dell’attrezzatura incide anche in seguito sulle prestazioni future del rider: “Chi investe di più su questo lavoro, magari proprio perché a perso il suo, e decide di investire su una bici da mille euro con le ruote rinforzate ha più possibilità di effettuare più consegne in minor tempo”, spiega Nicolò.

“Riallacciandoci alla questione bonus, questo significa che se per esempio un rider riesce a effettuare in tre ore sette consegne—tutt’altro che poche, visto che deve correre da una parte all’altra della città—avrà guadagnato una trentina d’euro in più. Che per questo lavoro, sono tanti.”

Un rider di Deliveroo.

“Una delle cose che ci ha colpito," continua Nicolò, "è il senso di appartenenza che provano alcuni, come se ci fosse una mancanza di consapevolezza sulle poche tutele per questa ‘nuova tipologia’ di lavoro. Vedi il caso delle famose proteste dei rider di Foodora avvenute nel 2016 a Torino quando l’azienda ha deciso il passaggio dalla paga oraria al cottimo. Forse quelli erano i pochi che avevano la coscienza di classe”.

A tal proposito, proprio qualche giorno fa il Tribunale di Torino ha respinto il ricorso dei ‘rider licenziati’, sostenendo che quello tra loro e Foodora non è considerabile un rapporto di lavoro subordinato ma una collaborazione di lavoratori autonomi con l’azienda—rigettando la tesi sostenuta dal legale dei fattorini secondo cui invece si tratterebbe di un “vero e proprio rapporto di lavoro subordinato, nonostante fossero inquadrati come collaboratori autonomi."

Qui sotto, altre foto del progetto:

Un bancone coi vari ordini cartacei e online.
Un ristoratore consegna l'ordine a un fattorino.
Un fattorino guarda l'indirizzo di consegna.

“New Delivery” fa parte del più ampio progetto Trouble Making. Who’s making the city? ", in mostra fino al 22 aprile a BASE MILANO e commissionata dallo stesso a Raumplan con l’obiettivo di indagare “realtà che, pur essendo apolidi, non avendo una vera e propria struttura fisica, stanno cambiando le città—vedi il food delivery, l'internet of things, l’home sharing o il turismo di massa.”

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