Il rap di Bresh non è per tutti, e va bene così

Molti continuano a dire che Bresh è il rapper italiano più sottovalutato, ma forse il bello della sua musica è proprio che non è per tutti—lo abbiamo intervistato, ora che è uscito il suo primo album.
bresh rapper che io mi aiuti
Le fotografie compaiono per gentile concessione dell'ufficio stampa di Bresh

La fama non era una cosa scontata, un tempo. Per secoli e secoli gli unici esseri umani che lasciavano un qualche segno della loro esistenza erano i pochissimi potenti, per valor militare o religioso. L'idea che si possa diventare famosi con la musica è recente, nel grande schema delle cose. Quindi è singolare che buona parte della popolazione che ascolta musica rap, oggi, sia così ossessionata dalla fama.

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Un po' come l'arca perduta di Indiana Jones, che uccide chi la apre e la scopre, nell'immaginario del rap la fama è quella cosa a cui tutti dovrebbero in teoria ambire, per poi lamentarsene una volta che la raggiungono. Quante canzoni avete sentito, e quante interviste avete letto, in cui gli artisti parlano di serpi, di opportunisti, di arrivisti? Essere famosi è, in un certo senso, essere circondati. E pure essere strumenti del capitalismo, dato che si guadagna mettendo la propria immagine al servizio di brand che vogliono raggiungere i propri fan.

È singolare che buona parte della popolazione che ascolta musica rap, oggi, sia così ossessionata dalla fama.

La musica di Bresh, che fa il rapper, è sempre stata invece libera, inclusiva e squattrinata. Genovese, parte del gruppo di amici liguri che tra il 2015 e il 2016 ha partecipato all'ascesa della nuova scuola del rap italiano con luce, gioia e credibilità. Tedua, Izi, Nader Shah, Vaz Tè, Disme, Ill Rave e lui—il sognatore sullo scooter del gruppo, il ragazzo di strada ma anche di mare, che si ghiaccia il petto con gli amari. Molti hanno sentito la sua voce per la prima volta su "Step By Step" di Tedua, altri in quei piccoli gridi liberatori che erano "Gaston" e "Prestige".

I suoi ritornelli cominciavano con frasi come "Non sono mai stato lontano da te", oppure "Ma non so bene se ci vado in pari / A destra campo rom, sinistra popolari". Sbatti per i pochi soldi, ma mai nel disagio. Sbatti per i tumulti interiori, ma mai nella disperazione. E sguardi al cielo e al mare azzurro, agli amici e a geografie lontane, per star meglio. Non aveva mai fatto numeri enormi, ma l'impressione è che quelli che faceva venivano da persone davvero convinte del suo valore.

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che io mi aiuti

La copertina di Che io mi aiuti di Bresh, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

Da allora sono passati tre, quattro anni. Un'era geologica per i tempi dell'industria musicale di oggi, ma il tempo che ci è voluto a Bresh per uscire con il suo primo disco. Si chiama Che io mi aiuti e, spiega lui, si chiama così proprio per questo tempo sospeso. "Sarei voluto uscire già da subito. Ma non uscivo, e me la son vissuta un po' disperandomi, e quindi… che io mi aiuti. Di chi è colpa se non esci, tua o della gente?" Un po' degli altri, perché ci lavori insieme, "ma se sei un generale di ferro la roba la fai uscire."

E ancora: "Se fai uscire una cosa alla volta, facendo passare tanto tempo tra una traccia e l'altra, però non hai niente da recriminare. L'ho capito subito, Tedua e Izi ci spingevano tutti da subito. Se un singolo mio doveva essere una hit, lo sarebbe già stato ai tempi. Di che cosa mi posso pigliar male?" Me lo dice perché io gli ho chiesto come si vive il fatto che un commento che si vede spessissimo sotto ai suoi video, è che è un rapper sottovalutato.

"Se un singolo mio doveva essere una hit, lo sarebbe già stata ai tempi. Di che cosa mi posso pigliar male?

E chissà che impatto può avere, sull'ego di un rapper, questo continuo mostrare affetto ma con un ma. Sei fortissimo, ma dovrebbero dirtelo in più persone che lo sei. Sei fortissimo, ma dovresti anche essere in Top 50 Spotify. Sei fortissimo, ma dovresti avere un disco d'oro. Sono implicazioni che suggeriscono il collegamento tra bravura e fama che ormai buona parte del pubblico rap fa, in tutto il mondo, quando la realtà è che un rapper può essere benissimo bravo e basta.

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"Caratterialmente non sono uno che ha voglia di essere utilizzato dagli altri", mi dice Bresh in risposta. "La compassione la lasciamo ai cattolici. Però sono contento che chi apprezza davvero la cosa si batte per la causa. Anche se poi il mio obbiettivo è quello di essere trasparente. Non vorrei che questa cosa qua fosse indice di pesantezza per chi non mi ascolta o mi segue. Io voglio essere leggero. Farti capire le cose al primo ascolto."

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Al primo ascolto, a mia impressione, si capisce che c'è che c'è tutto un rimestarsi, dentro il petto di Bresh. "Io non ho fatto il boss nella vita / Io sono il mio boss della vita," canta nell'intro del disco, come a confermare che fare gara a chi ha il cazzo più lungo non rientra tra i suoi interessi primari. Ma poi, due versi dopo, se ne esce con un "Voglio quella cosa che non ho / Ci sono poche troie che non ho".

"Un po' la braggata dentro ce l'ho e non voglio precludermela," spiega. "Va bene, il disco è conscious, però ci sono certe canzoni in cui sono un rapper. Che poi son nato così, ignorantello. Ho tante facce." E infatti, sempre nello stesso pezzo, Bresh rigira ancora il messaggio: "Ci sono tante cose che non so / Ci sono tante troie che non voglio".

"Va bene, il disco è conscious, però ci sono certe canzoni in cui sono un rapper. Che poi son nato così, ignorantello."

Quando avevamo parlato per la prima volta, tre anni fa, Bresh mi aveva spiegato che l'obiettivo del suo rap era "creare una giuntura" tra la provincia, come quella da cui lui veniva, e la periferia: "Ho trovato anime laddove le anime non me le volevano far vedere. Sono un ragazzo di provincia che non vede la periferia come una persona di provincia. Ho voglia di far emergere tutti. Dire alla gente di dove sono nato che non è così, la vita non è in quella bolla di cinquemila anime e di benestare."

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Oggi, mille giorni dopo, quella giuntura è fatta tutta di emozioni, storie di fuga dal brutto del mondo, mani tese agli amici e pacche sulla spalla a sé stessi. "OBLÒ" dice a tutti quelli che fanno fatica ad alzarsi dal letto, quelli che si sentono "il peso dell'oceano" addosso, che lo possono in realtà guardare dalla finestra della loro cabina: "Tanti miei amici hanno momenti come questi, che non sono nemmeno di presa male. Sono di piattezza. Un po' hai paura, un po' ti chiedi che cazzo ti alzi a fare", dice Bresh.

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Oppure prendiamo "RABBIA DISTILLATA", un pezzo pieno di cose brutte e della parola "merda", da cui Bresh scappa lanciando il suo cuore verso la Liguria. "Ci svegliamo tutti in casa a Milano, io ho questo senso di erba, problemi con la tipa, un mormorio nello stomaco… la merda è questa", spiega Bresh, "la consapevolezza che più andiamo avanti più ne dobbiamo ingoiare o spalare. È questo crescere." Il plurale all'inizio della sua risposta rivela un altro tema della sua arte, cioè il rapporto con la compagnia.

Parte dell'epica della Nuova Scuola nasce dal fatto che, per un periodo, tutti i giovani rapper più forti della loro generazione erano amici, o addirittura—come nel caso di Tedua, Rkomi e Bresh—vivevano assieme. Questi sono stati anni di coinquilinaggio, ma che adesso si stanno scontrando con il brutto e il bello del tempo che si accumula. "Ci penso molto. Sicuramente ognuno deve trovare la propria strada", dice Bresh quando gli chiedo dei suoi amici e colleghi.

"Il fatto che sia uno in alto e uno in basso non sussiste quando siamo assieme. Ed è questo che ci farà rimanere sempre amici, senza rancori o invidie."

"Il futuro mi spaventa un po' perché è instabile e oscuro. Ma io e i miei amici avremmo problemi solo se andassimo avanti nascondendoci il fatto che uno è lì in alto, l'altro è più in basso, e facessimo finta di niente. Invece noi tiriamo fuori questi discorsi, e il fatto che sia uno in alto e uno in basso non sussiste quando siamo assieme. Ed è questo che ci farà rimanere sempre amici, senza rancori o invidie. Io sono sereno, ho un sacco di amici e faccio anche musica, e guadagno anche dal lavoro che faccio, che è la musica. Mi alzo al mattino tardi! Va bene, ragazzi! E ho fame! Andremo avanti così."

Si sente, la fame, dalle ultime parole che Bresh sceglie per chiudere il disco. "Io ti scrivo le lettere
/ E non la voglio smettere", dice, a un vago interlocutore in cui è bello leggere l'ascoltatore. Anche se il mondo è pesante, anche se capitano le giornate in cui il materasso ti ingoia, anche se non si trovano modelli ed eroi da seguire nel mondo reale—Bresh scrive lettere, e le mette in bottiglie, e le affida alle onde del mondo. Le correnti non le porteranno a tutti, ma solo a chi avrà l'occhio attento mentre cammina sulla spiaggia. E leggerle sarà speciale, e ci farà sentire meno soli. Elia è su Instagram. Segui Noisey su Instagram, YouTube e Facebook.