Abbiamo chiesto a Ghemon di mettere in classifica i suoi stessi dischi

Meglio Ghemon quando faceva il conscious rap oppure oggi che è diventato un cantante? "Non ho 'lasciato' il rap per inseguire consensi," dice lui, oggi che esce il suo nuovo album Scritto Nelle Stelle.
23 aprile 2020, 2:24pm
ghemon
Ghemon, fotografia di Jacopo Ardolino

"Non è facile mettere in ordine album così diversi fra loro", mi avvisa Ghemon. Come ha scritto nella sua autobiografia, dall'esordio del 2007 La rivincita dei buoni a oggi ha modificato tante volte i contorni della sua musica, pur restando fedele a sé stesso. È partito con un rap che parlava di fragilità ed ex fidanzate, in un'Italia in cui era tra i pochissimi a farlo e con rime su sample vicini agli Stati Uniti e ai Novanta italiani, per poi scoprire il soul e l'R&B.

Ghemon ha poi iniziato a studiare canto, a sostituire i producer con una band e i campioni con degli strumenti, passando anche per Sanremo. In OrchIDEE i ritornelli melodici di cui prima si vergognava sono diventati la norma, in Mezzanotte ha lasciato che dei cori gospel raccontassero la depressione. Fino all'ultimo Scritto nelle stelle che, mi spiega, a 38 anni è "la sintesi cercata per una vita".

Normale, quindi, che quando si tratta di mettere in classifica dischi che vanno da una sorta di conscious rap al soul sia difficile fare paragoni. "E il problema è anche che sono emotivamente molto affezionato a tutti i miei lavori", mi fa. "Ma cercherò di essere razionale e oggettivo. E all'ultimo posto metto...".

6. Qualcosa è cambiato (2012)

ghemon qualcosa cambiato

La copertina di Qualcosa è cambiato di Ghemon, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

Noisey: È stato il tuo primo, vero successo a livello commerciale. Perché così in basso?
Ghemon: In effetti "Fantasmi Pt. 2" registrò i primi numeri buoni, con tanto di video. Però per me resta un disco di passaggio: dentro c'è il rap di E poi, all'improvviso, impazzire, ma anche tanti embrioni che avrei sviluppato nei dischi 'cantanti'. Forse con la testa ero già oltre... è un album 'a metà': non è ciò che c'era prima, ma neanche ciò che sarebbe venuto dopo. Poi è troppo dispersivo, troppo mixtape: tracklist lunga, tanti feat, scrittura a caldo. Pensa che ho finito alcuni pezzi appena una settimana prima del mastering. In tutto questo, però, è comunque un'uscita discografica a tutti gli effetti, con un'etichetta e una distribuzione forti, che prima non avevo. Per questo lo penalizzo.

Con la testa eri già fuori dal rap, quindi.
Figurati, è stato quasi una correzione in corsa: da prima di scriverlo avevo annunciato di non voler fare più dischi rap. Poi sono tornato sui miei passi ed è nato Qualcosa è cambiato. Ma non è che premi un pulsante, dopo anni e anni di rap, e il rap scompare: dovresti dimenticarti la tua formazione, sarebbe impossibile. Anche nei miei dischi successivi, compreso Scritto nelle stelle, è rimasto molto rap, si è solo ampliato lo stile—come pure è successo a Guè, Salmo o alla stessa trap.

"Non ho 'lasciato' il rap per inseguire consensi, pensando che fuori da quel recinto avrei avuto più successo. Il successo non si costruisce a tavolino."

Perché quel titolo? Cosa era "cambiato" rispetto a prima?
Era un modo per annunciare una svolta di stile, credo. Ma non ho 'lasciato' il rap per inseguire consensi, pensando che fuori da quel recinto avrei avuto più successo. Il successo non si costruisce a tavolino, non c'è una formula: se ci fosse, sai quante persone l'avrebbero adottata prima di me!

Un pezzo che mi ha sempre colpito del disco è "Piano di lavoro", in cui ti lamenti della vita d'ufficio. All'epoca non vivevi ancora di musica?
In realtà l'ho scritta qualche anno prima, perché ho iniziato a vivere di musica proprio con Qualcosa è cambiato. Finché vai in ufficio vivi con la speranza che tutto il lavoro non-musicale ti serva per vivere, un giorno, di musica. Ricordo soprattutto i viaggi in treno: pensavo che avrei voluto essere lì per andare a suonare in giro, non per recarmi in ufficio.

5. La rivincita dei buoni (2007)

ghemon rivincita buoni

La copertina di La rivincita dei buoni di Ghemon, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

Mi stupisci anche qui, perché alla fine si tratta di un tuo classico .
È stato fondamentale. Mi ha posizionato, mi ha fatto vincere qualche premio. Il suo problema è che è lunghissimo, ha dentro venti pezzi. È una playlist composta in almeno due-tre anni, con la voglia di non lasciar fuori niente. E il risultato, alla fine, è che ha brani accorpabili: "Su e giù" e "Voglio essere libero" sono esercizi di scrittura che potevano essere uniti in un brano unico. "Fattore inatteso" e "Se il problema fossi io" sono esperimenti di rap, l'uno a BPM elevato e l'altro a BPM basso, che potrebbero costituire una canzone sola. Ma l'album era una sorta di display di quello che sapevo fare, un biglietto da visita. E poi all'epoca i dischi hip-hop avevano tutti quella durata.

A posteriori: era un po' ingenuo?
No, non credo. Oggi lo asciugherei, certo, ma quando lo risento mi perdono sempre. E l'idea alla base era fare un disco personale, e credo di esserci riuscito. Nel 2007 Fabri Fibra con Tradimento aveva fatto il botto, i Club Dogo avevano iniziato il loro percorso con le major, i Cor Veleno idem. E poi il Truceklan, Mondo Marcio... all'epoca l'immagine era gangsta, mentre La rivincita dei buoni andava da un'altra parte già dalla copertina. Ero una goccia d'acqua in un mare di petrolio, mi rifacevo ai Little Brother che in Italia non si inculava nessuno per motivi di lingua. Ma in America e nel resto d'Europa non erano certo passati inosservati.

"All'epoca l'immagine del rap italiano era gangsta, mentre La rivincita dei buoni andava da un'altra parte già dalla copertina. Ero una goccia d'acqua in un mare di petrolio."

Che ricordi hai dei tuoi inizi?
Avevo una gran voglia di farmi sentire, di arrivare alle persone. Vendevo i CD io stesso, a mano dopo i live oppure per posta. Mi sono costruito una carriera persona per persona. Ho prodotto La rivincita dei buoni coi miei soldi, e non aveva distribuzione: andavo nei negozi degli amici e gli lasciavo l'album. Ero cantante, distributore, produttore, finanziatore e magazziniere.

Pensi che un disco del genere abbia un'eredità?
Non lo so, andrebbe chiesto agli altri. Mecna, per dirti, ha seguito questa scia, mentre anche Tedua o lo stesso Fedez mi avevano detto di aver consumato La rivincita dei buoni. Immagino li abbia influenzati almeno di concetto, facendogli pensare: ok, si possono usare anche altri beat; e ok, si può parlare anche di altro.

4. E poi, all'improvviso, impazzire (2009)

ghemon e poi all'improvviso

La copertina di E poi, all'improvviso, impazzire di Ghemon, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

Insomma: i tuoi dischi rap sono tutti nella metà bassa della classifica.
Non so se è un caso, però. Al netto che è un album a cui sono legatissimo. Ma anche questo è lunghissimo, e se fosse di 14 tracce non ci sarebbe nulla di male. L'ho prodotto interamente con Fid Mella, ed è nato, come da titolo, a sorpresa. Venne da Vienna a trovarmi a casa mia, ci eravamo sentiti sempre a distanza quando si era trattato di lavorare insieme ne La rivincita dei buoni. Durante quel soggiorno per caso uscirono fuori i primi pezzi, finché poi non andai io stesso a Vienna, più volte, per scrivere e produrre gli altri.

Gli attribuisci lo stesso difetto di _La rivincita dei buoni_**, la lunghezza. E allora come mai è avanti in classifica?** Perché è un po' la sua messa in pratica, diciamo. Ci sono i primi ritornelli cantanti, le mie prime intuizioni melodiche, i cori... tutte idee che avevo in mente già da La rivincita dei buoni, ma come bozzetti. Fu un passo avanti. Per il resto è stato sfortunato, perché perfettamente a tempo con ciò che succedeva nel resto d'Europa ma non capito in Italia, dove quel tipo di rap, come dicevamo, non attaccava".

"Il rap prevede una costruzione del personaggio in cui devi essere eternamente giovane. Ma io pensavo già a una musica in cui trattare argomenti dell'età adulta."

In "Si chiude il sipario" d**icevi: "Al rap serve un uomo / cosa che io sono".** Questo si lega al fatto che il rap prevede una costruzione del personaggio in cui devi essere eternamente giovane. Ma io pensavo già a una musica in cui trattare argomenti dell'età adulta. E sono contento di averlo fatto: se giocassi nel campionato degli eternamente giovani dovrei preoccuparmi di essere al passo della FSK, che sono più piccoli e più sfrontati di me, e sarebbe un problema stargli dietro. Non che io non debba lavorare per aggiornarmi: ma basandomi su altri parametri, senza sembrare un vecchio che deve fare il giovane.

Ti sarebbe piaciuto essere un esordiente nella scena di oggi, con un disco magari come questo?
Credo di sì, ci sono numeri e attenzioni che all'epoca nessuno di noi aveva, neanche i più famosi. Come una volta mi ha detto Neffa, noi vincevamo i dischi 'di platano', non quelli di platino! Però penso che se fossi un esordiente al giorno d'oggi sarei comunque un artista di culto, di nicchia, per quanto con ascolti in proporzione maggiori di quelli di dieci anni fa. Insomma: non mi immagino uno Sfera, ma più uno tipo Ernia.

3. OrchIDEE (2014)

ghemon orchidee

Eccolo, il tuo primo disco cantato .
Questo è il momento in cui ciò che avevo programmato si è avverato. Ha un'identità forte, ed è suonato con strumenti veri. È stato un punto d'approdo e costituisce un po' il 'cambio' della mia carriera, è vero, ma comunque contiene solo due pezzi interamente cantati, "Veleno" e "Smetti di parlare". La svolta, quindi, qui riguarda soprattutto le strumentali, mentre per il resto al 70% è ancora rappato. Il che mi rende più di un semplice cantante.

Cantare e affidarti a strumenti veri non deve essere stato facile, dopo una vita coi campioni.
Sì, quando parti dai sample hai riferimenti solidi, mentre suonando da zero devi fare tutto da te. Poi OrchIDEE fu una presa di coraggio, in quanto iniziai anche a cantare spesso dal vivo, dovendo eseguire davvero tutti i ritornelli—per i quali studiavo e studio ancora. È stata una palestra, perché ero già conosciuto e non potevo permettermi errori. E credo, soprattutto, che abbia portato nuove idee nella scena rap, anche se lei ancora non lo sa. Spesso il rap crede di bastare a sé stesso, e finisce col commettere degli errori tecnici nell'utilizzo dei campioni. Per esempio con stonature che i producer ignorano, per ingenuità. Quest'album mi ha insegnato a badare a questi aspetti. Anche se poi io stesso ho commesso delle ingenuità, per cui lo penalizzo rispetto a Mezzanotte e Scritto nelle stelle.

"Credo che orchIDEE abbia portato nuove idee nella scena rap, anche se lei ancora non lo sa."

Tipo?
A livello di canto mi sono reso conto che non era molto equilibrato, "Adesso sono qui" per esempio dal vivo l'ho ripensata più alta di due tonalità, che è tantissimo. Non avevo grande consapevolezza della mia voce, ma perché era la prima volta in cui esploravo questo mondo.

È stato il tuo primo album prodotto con Tommaso Colliva, con dentro i Calibro 35 e i Selton. Come si formò questa squadra?
Volevamo creare una sorta di dream team, non un Ghemon feat. Calibro 35 che non avrebbe giovato a nessuno. Tommaso viene dal rap, faceva il dj insieme al mio manager Filippo Giorgi: lui ci ha presentati, e ci siamo intesi subito, tanto che collaboriamo tutt'ora. Mi ha insegnato a lavorare coi musicisti—a me, che ero abituato a farlo coi producer—e a tradurre le mie idee in indicazioni per loro. Ed è intervenuto parecchio sul mix, che desiderava fosse molto 'gonfio'. Volevamo un sound particolare, senza simili e internazionale. Poi era cambiato anche il modo di lavorare: in genere partivo da campionamenti, mentre con OrchIDEE cominciavamo da un giro di basso improvvisato in sala prove. Ed è un metodo che adesso, per uno come Charlie Charles, è normale, ma all'epoca siamo stati i primi a ragionare così.

2. Mezzanotte (2017)

ghemon mezzanotte

La copertina di Mezzanotte di Ghemon, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

Come mai Mezzanotte è al secondo posto?
È stato un bel passo in avanti: basta che prendi "Un temporale" e la confronti con "Adesso sono qui": ci passa un mondo. E poi sono cresciuto come autore e produttore: è un disco solido nel cantato, ben rappato e che ho prodotto in prima persona. È stato un andare a tentativi, certo, e ho dovuto convincere tutta la band a seguirmi. Esistevamo dal vivo, ma non ancora a livello compositivo: la grande sfida era trovarsi anche in questa dimensione da studio. E sono soddisfatto di essere riuscito nel mio intento, soprattutto perché ero in un periodo difficilissimo.

Possiamo dire che ha segnato un po' una tua rinascita a livello umano, no?
Assolutamente, e gli vorrò sempre bene per questo. A suo modo è l'E poi, all'improvviso, impazzire dei miei dischi cantati, perché mette in pratica quello che nell'album precedente era abbozzato. L'ho scritto durante la depressione, con tempi sfasati: magari chiudevo quattro pezzi in una settimana, e poi stavo due mesi in casa senza uscire. In quel contesto, portarlo a termine mi ha rimesso in moto: ho sperimentato, ho fatto live nuovi e più complessi e mi ha dato il "la" anche per scrivere la mia autobiografia.

1. Scritto nelle stelle (2020)

ghemon scritto nelle stelle

La copertina di Scritto nelle stelle di Ghemon

E così si rinnova il mito degli artisti che mettono al primo posto la loro ultima uscita.
Penso sia normale. Poi fino a un mese e mezzo fa avevo la nausea di ascoltarlo a forza di modificarlo, ma ora sono soddisfatto. Finalmente sono riuscito a scrivere un disco che sintetizzi tutte le parti di me. Rap, soul, r'n'b. Inoltre, per la prima volta sono contento anche del lavoro 'di sottrazione', perché Scritto nelle stelle è di sole 11 tracce. Con gli anni ho imparato a dire: 'ok, questo pezzo è bello, ma non è in armonia col resto dell'album'. Ah, e poi ho registrato tutte le parti vocali da solo, in studio—nel senso che ho fatto le prove da me e poi ho scelto quali inserire nell'album senza chiedere a Tommaso. Ne parlavamo entrambi con Manuel Agnelli, ed eravamo d’accordo che, quando gli artisti cantano da soli in studio, si trova un'intensità diversa nell'interpretazione.

Tra l'altro, il titolo del disco non mi è nuovo: già intorno al 2013 avresti dovuto pubblicare uno _Scritto nelle stelle_**, ma poi non se n'è fatto nulla.** Il titolo completo era Scritto nelle stelle / 440, dove "440" sono gli hertz del "la" che serve per accordare gli strumenti. Voleva dire: 'sono accordato', nel senso che canto e rappo insieme. Ma all'epoca non ero in grado di far coesistere queste parti, adesso sì. Ho mescolato tanti aspetti di me, con pezzi interamente suonati e sample, e in K.O. c'è persino una chitarra rock. Adesso Scritto nelle stelle è ciò che sarebbe dovuto essere nel 2013: il bilanciamento che ho cercato per tutta la vita. Può darsi che il prossimo sarà un disco da crooner, ma per ora questa è la sintesi migliore di ciò che sono stato in questi anni.

Scritto nelle stelle mi è servito a capire che nel mio percorso di sofferenza, sudore e lacrime è arrivata una certezza: è questo il mestiere che so fare nella vita.

Però mi ha colpito come, in "Questioni di principio", t**u** dica: "Ho deciso di trovare solo la mia voce**". Dopo sei album in studio così personali non credi averla già trovata?** Credo non si trovi mai, ma lì comunque l'allusione non è solo inerente al lavoro. Vorrei trovare la mia voce nel mondo, in mezzo agli altri. È una questione di identità, di pensiero, di distinzione. Tornando alla musica, comunque, ci vogliono anni di lavoro affinché tu dica che Jovanotti è Jovanotti, che abbia trovato la sua voce, e non che sia qualcuno simile a. E Scritto nelle stelle mi è servito a capire che nel mio percorso di sofferenza, sudore e lacrime è arrivata una certezza: è questo il mestiere che so fare nella vita. In un momento così difficile come quello che stiamo vivendo, in passato avrei dubitato delle mie capacità. Ora invece, grazie anche alla partecipazione a Sanremo, dove mi sono messo alla prova, sono sicuro di me stesso.

In effetti anche nei testi c'è parecchia consapevolezza. "Cosa resta di noi" è una sorta di bilancio di esperienze passate, come pure "Champagne."
Sì, sono due bilanci di rapporti ormai persi, ma non rappresentano canzoni scritte da uno che è ancora nero per ciò che è successo. Sono modi molto sereni per dire: 'È andata così, amen". In "Cosa resta di noi" il sottotesto è che non è colpa di nessuno. In "Champagne" invece, è 'menomale che questo rapporto si è chiuso!' In generale è un disco sereno, forse il più sereno che abbia mai scritto. Ma è comunque pieno di vita vissuta, di sangue che scorre.

Un'ultima cosa: che hai trovato "scritto nelle stelle"?
Una frase: 'Fidati di te stesso'. Che è la cosa più difficile del mondo, ma che mi ha portato avanti negli anni.

Patrizio è su Instagram.

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