Big Fish
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Abbiamo parlato con Big Fish per capire come sopravvivere alla musica

Dagli anni Novanta ad oggi, il lavoro di Big Fish per l'hip hop è stato enorme—ne abbiamo quindi parlato con lui per farvi avere qualche consiglio.
DF
Milan, IT
15 ottobre 2020, 1:35pm

La storia di Big Fish è, in gran parte, la storia d'Italia. È un'iperbole, certo, ma anche una verità fattuale e incentrata su una nicchia particolare. Quella dell'hip hop, ovviamente. Erano altri anni, letteralmente un altro secolo, e la cultura hip hop da noi era questione "per pochi", ultra-devoti e appassionati all'ultimo stadio: il momento della nuova carne, tra l'esplosione delle posse e l'arrivo di questi suoni nelle classifiche mainstream.

Proprio i Sottotono, insieme agli Articolo 31, Club Dogo e pochi altri, furono tra i principali alfieri di questo approdo nel subconscio della nazione. Da dove, lo sappiamo, il rap non se n'è più andato. Che la scena attuale se ne renda conto o meno, buona parte di quello che esiste oggi lo si deve proprio alle esperienze di allora, una materia costruita dai pionieri per tutti coloro che frequentano il rap, oggi. Compresi gli ostacoli, le contraddizioni e tutte le strade spalancate da allora.

I Sottotono, insieme agli Articolo 31, Club Dogo e pochi altri, furono tra i principali alfieri dell’approdo del rap nel subconscio della nazione.

E a maggior ragione di fronte ad esperienze non comuni come quella di Area Cronica, etichetta e collettivo, mucchio selvaggio e sottospecie di comune in salsa hip hop, che ha dato il là, almeno idealmente, a tanti altri fermenti futuri. Di quegli anni, insomma, rimane davvero molto anche nel DNA odierno, ma tutto quello che è successo nel frattempo è altrettanto importante e ci porta alla chiacchierata d'oggi.

Fish, d'altronde, non è uno che ama starsene con le mani in mano e, a riprova di questo, si è affermato come produttore multiplatino forte di una carriera ultraventennale. La novità, ad ogni modo, sta nella lieta novella di una nuova realtà che ha appena creato, adatta e adattata alla pandemia contemporanea: la Tempo Academy, con tanto di smart learning e lezioni funzionali a intraprendere la strada maestra della carriera professionale.

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Un aspetto da cui partire per spiegare tutto ciò, e rispetto al quale è impossibile prescindere, è certamente il lavoro di Big Fish come produttore artistico a tutto tondo, figura di raccordo a suo modo curatoriale che può procurare a collaboratori, allievi e discepoli tutti gli strumenti utili per concretizzare la propria musica. Peraltro, se siete soliti frequentare le nostre pagine, sarete contenti di scoprire che anche TY1 e Low Kidd parteciperanno all'Academy e terranno nelle prossime settimane e mesi dei corsi.

Visto che poi proprio in questi giorni la Tempo Academy ha lanciato una curiosa sfida su TikTok—proponete le vostre rime sul beat di Big Fish e potreste vincere una session in studio con lui—, l'occasione è sembrata propizia per tornare a parlarne su questi lidi. Abbiamo scelto però di partire dal libro che ha pubblicato quest'estate, quel Il direttore del circo - Come sopravvivere alla musica che spiega la sostanza di questo strano Gioco: un caos circense che, se non stai attento, rischia di disintegrarti.

Noisey: Il tuo libro è tanto un manuale, quanto un insieme di consigli. Un resoconto autobiografico e un elenco di sbagli. Perché hai sentito l'esigenza di scriverlo?
Big Fish: Be', in primo luogo mi è stato proposto. Francamente ho subito rifiutato, ma senza neanche pensarci sopra, visto che non mi sento nessuno per mettermi a raccontare la mia vita. Sono una persona che lavora con la sua passione, certo, ma ho un lavoro e una vita comunque normali. Non essendo io Freddie Mercury e non avendo mai riempito Wembley, così come non ho avuto la vita dei  Mötley Crüe, non penso che la mia quotidianità sia così interessante.

“Voglio raccontare invece come stanno davvero le cose a tutti coloro che non conoscono davvero l'ambiente.”

Cosa è successo quindi per farti cambiare idea?
Ho riflettuto e ho pensato che non volevo tanto raccontare la mia vita quanto il mio presente, quello che vivo giornalmente. Penso a quando si presentano dei ragazzi di diciotto anni che magari sono convinti di sapere tutto. Persone che si considerano cantanti e produttori, esperti di marketing e videomaker, ballerini e qualsiasi altra cosa. Insomma, credono di essere al top di qualsiasi specialità del music business. Ecco, io voglio raccontare invece come stanno davvero le cose a tutti coloro che non conoscono davvero l'ambiente.

Tu pensi ci siano aspetti che ancora non conosci?
Certo (ride, NdA)! A 48 anni non so ancora esattamente tutto quello che riguarda la SIAE, ad esempio come ripartisce i soldi. Oppure, quanto ti paga Spotify e come. O addirittura quando ti danno il disco d'oro. Sono piccole grandi cose che molti, e soprattutto i più giovani, non conoscono. Se si pensa al primo contratto e a quello che è un investimento da parte della casa discografica, che in fondo è quasi come una banca che mette dei soldi sulla tua carriera, ci sono elementi fondamentali che devono essere considerati. Con Il direttore del circo ho quindi voluto raccontare quelle che sono state le mie esperienze e i miei errori, quello che ho imparato del music business. Fermo restando, sia chiaro, che è solo la mia visione, non ho la verità in mano. Ho solo la mia verità, costruita in base a quello che ho vissuto nella mia vita e nei miei oltre vent'anni di carriera.

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Nel libro non c'è volontà didascalica, vero. Però ci sono molti consigli. Ma i più giovani oggi sono in grado di approcciare un libro simile e di ascoltarne i suggerimenti?
Mettiamola così: io sono convinto che un ragazzino di 17 anni debba sbagliare. Ma che possa o debba farlo per capire che invece può essere utile ricevere dei consigli. E non necessariamente da parte di una persona che ha degli interessi diretti nella sua produzione, ma qualcuno che semplicemente possa metterlo in preallerta su quello che lo aspetta. Banalmente, un discografico potrebbe avere tutti gli interessi a mandare un giovane ad un talent, ma non è detto che sia quello che serve alla sua carriera. Voglio solo dire a questi ragazzi di stare attenti, non ho alcuna intenzione di dire loro quello che devono o non devono fare. Ma è giusto che sappiano che una singola firma può far loro passare diversi anni di sbattimenti.

Visto che parliamo di un'altra generazione: quanto è diversa la tua esperienza da quella dei giovani d'oggi?
C'è continuità ma anche molte differenze, di cui una fondamentale: la tecnologia. È proprio questo aspetto ad aver creato il collante e la base fondamentale per il cambio di mentalità che ci ha portato ad oggi e ha modificato l'atteggiamento dei rapper. Noi nei Novanta eravamo costretti ad avere una casa discografica, affinché ci supportasse in studio, visto che costava davvero tanto. Ricordo quando coi Sottotono andavamo in viale Monza a registrare e la casa discografica, seppur indipendente, doveva pagare un milione di Lire al giorno di studio e quindi noi cercavamo di fare le cose a manetta... Già nel periodo del 2005,  con Fibra, Mondo Marcio e Club Dogo le cose sono diventate un pelo diverse. Avevano cominciato ad esserci già degli home studio dove potevi fare lavori di qualità, così come i video, benché i livelli non fossero sempre al massimo.

“Questa generazione, o almeno i suoi esponenti migliori, è stata bravissima a creare un linguaggio che va diretto ai ragazzi e appartiene a tutti: è stato un cambiamento epocale.”

E oggi, quindi?
La tecnologia ha portato tutti ad avere il videomaker che ti fa il video e lo può mettere direttamente su YouTube, l'amico produttore che ti fa la base, registra in casa e finalizza il pezzo nella cameretta, e poi può mettere subito tutto online. Quindi mentre prima in qualche misura eravamo schiavi delle case discografiche, ora gli artisti sono quelli che hanno la materia prima e possono sfruttarla. Sono loro a dettare il loro modo di essere. C'è anche da dire che, visto che c'è così tanta musica e i canali classici come la radio non funzionano più, i ragazzini lavorano tantissimo sulla loro immagine. Anzi, alcuni prima lavorano sull'immagine e poi sulla musica. Per noi era una figata fare il pezzo figo. Per molti ragazzi di oggi la figata è avere un outfit figo e comunicarlo al mondo.

Non c'è il rischio di bruciarsi così?
Assolutamente. La tecnologia aiuta i ragazzi a fare i pezzi in due ore ma chi rimane davvero sulla scena sono solo i prime mover: Sfera, Ghali, Tedua e co. Chi li segue, quelli che fanno i pezzi in 13 minuti e filano poi nei negozi a comprarsi i vestiti prima di pensare alla musica, spariranno in sei mesi. Ricordiamoci che grazie a questi ragazzi il rap in generale, ma soprattutto la trap, è suonato nei locali più delle canzoni americane. Io sono un DJ, ho iniziato alla fine degli anni '80, e vedo che se metti Capo Plaza nei locali la gente va fuori di testa. Insomma, questa generazione, o almeno i suoi esponenti migliori, è stata bravissima a creare un linguaggio che va diretto ai ragazzi e appartiene a tutti: è stato un cambiamento epocale.

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Ma non c'è comunque anche il rischio di una certa uniformità?
Sfera ha un sound che magari senti nei dischi americani, vero, forse in Bad Bunny o altri. Ma il discorso è che mano a mano si sente l'esigenza di spaziare nei suoni. E anche nei Sottotono lo facevamo, col pezzo magari più dritto e più duro e quello invece più romantico. Al netto del fatto che possa piacere o meno la trap, c'è da capire che la roba che esce in Italia è di alto livello. Quello che sta al top dell'Italia, chiaramente. La trap secondo me è un po' come la dance anni Novanta. C'era quella italiana, quella francese, quella tedesca. Non è la lingua che determina la musica, ma la musica che detta lo standard a livello internazionale. Chi fa discorsi nostalgici è uno sfigato, è il 2020, non rompiamo le palle per piacere.

Cos'altro c'è di diverso, nel 2020?
Che paradossalmente tanti dei più giovani, compresi diversi ragazzi con cui ho lavorato, non se la sentono proprio di rischiare. Esempio banale: la pulizia maniacale dei suoni. Ma io vengo dall'hip hop, i suoni non devono essere necessariamente puliti! Se la canzone è bella, è tale a prescindere dalla pulizia del suono. In un certo senso possono aver contribuito a questa idea anche i tutorial di tanti professorini su internet, che portano a produrre suoni tutti uguali.

“Fare musica è artigianato, non l'espressione della tecnica. Deve essere anche divertimento e la possibilità di affidarsi al proprio gusto per andare oltre il gusto condiviso della massa.”

E i vostri suoni com'erano invece?
L'altro giorno ho tirato fuori alcuni vecchi e incredibili campionatori, tipo l'E-mu SP-1200, uno dei simboli della Golden Age che penso di essere tra i pochi ad avere, e l'MPC60. Credimi, non riuscivo più a tagliare bene come un tempo e come volevo, è tutto una combinazione di tasti non facilissima... Poi ho sentito "Top Billin'" degli Audio Two e, cazzo, è davvero un disastro meraviglioso, nel senso migliore del termine. Dal momento che c'erano pochi secondi di campionamento, veniva campionato a 45 giri il suono, che solo dopo veniva pitchato. Così ottenevi una porzione maggiore di campione e poi intervenivi... veniva una merda, per certi versi, ma anche una pasta sonora incredibile che non puoi ricreare oggi. È un'altra roba.

Cosa è mancato in questo passaggio storico, allora?
Capisco che spiegare a questi ragazzi che il feeling è più importante della tecnica pura è difficile. Sono davvero in gamba e moltissimi hanno le competenze di un ingegnere del suono, però è più importante uno che sa costruire una casa di uno che ha studiato come costruirla, ma magari non la costruirà o realizzerà mai. Fare musica è artigianato, non l'espressione della tecnica. Deve essere anche divertimento e la possibilità di affidarsi al proprio gusto per andare oltre il gusto condiviso della massa. Altrimenti si impazzisce. Suona male, questo pezzo, secondo te? Be', suonerà meglio la prossima volta, amen!

Per continuare a parlare di quello che succede oggi rispetto alla scena di un tempo: cosa ne pensi delle donne nell'hip hop?
Prendiamo l'esempio di Chadia: è un personaggio scomodo, perché ha la capacità e volontà di essere semplicemente se stessa. Non vuole apparire quello che non è e non le interessa dover competere a livello tecnico con gli uomini per essere accettata da loro. Non puoi arrivare a piacere a tutti, è chiaro. La storia del rap ci racconta tra l’altro di una scena molto maschilista, e lo è sin dagli anni Ottanta. In più, in questo momento storico in particolare, se scegli di fare l'artista è inevitabile tu finisca sotto i riflettori, attirando persone che si sentono in dovere di insultarti. Ma Chadia è una maestra nelle sue reazioni, si fa scivolare addosso tutto, o quasi, e continua a fare le sue robe. Fondamentalmente, per fare l'artista devi essere forte e temprare il tuo carattere. Se riesci a fare buona musica e superare tutto questo, arriverà il momento in cui diventerai praticamente inattaccabile. Un consiglio che do, se non si è capito, è di sbattersene e non farsi distrarre mai dalla propria carriera.

Invece, a rivedere gli anni di Area Cronica e Sottotono con gli occhi di oggi, cosa osservi?
Che vivevo tutto in maniera inconsapevole. Arrivavo da un lavoro dove ero impegnato da mattina a sera. Lavoravo con mio padre, la musica era la mia passione e il mio sogno. Io volevo fare il DJ dei locali, ma da lì ho conosciuto Tormento ed è arrivato a cascata tutto il resto. Le apparizioni televisive, i concerti, la realizzazione del sogno dell'etichetta è stato tutto un di più. Vedo l'inizio di quel momento come una figata, decisamente.

“Dopo l'ospitata del 2019 a Sanremo io e Tormento ci siamo riavvicinati. Abbiamo avuto vent'anni di stop, ma questo lockdown ci ha fatto venire voglia di lavorare di nuovo insieme ad alcuni pezzi. E li stiamo facendo.”

E di meno indimenticabile?
Quando realizzo che tutto era stato fatto solo con della gran passione per la musica, mentre c'era della gente che stava con noi e la vedeva solo come una roba per non andare a lavorare... Non sono sempre stato in grado di scegliere delle persone che credessero nella musica quanto me. Detto questo, effettivamente siamo stati la prima etichetta hip hop italiana, nonché famiglia allargata, tutti amici che vivevano insieme come un vero e proprio collettivo... di scappati di casa. Per noi era una figata, guardavamo alla Death Row e alla Bad Boy come modelli. La gente non capiva cosa stesse succedendo, ma capiva che producevamo cose che andavano bene e passavano in tutta Italia. A vederla da qui e ora, però, ho il rammarico di essere stato allora solo un amante della musica e non un "imprenditore". Non abbiamo saputo gestire l'etichetta come un'azienda. Abbiamo anzi gestito i nostri artisti con l'economia della major, cosa che non eravamo. E questo ci è costato.

I Sottotono sono tornati

Oggi cosa rimane di tutto questo?
Una novità e una sorpresa. Dopo l'ospitata del 2019 a Sanremo io e Tormento ci siamo riavvicinati. Abbiamo avuto quasi vent'anni di stop e ognuno di noi ha fatto le proprie esperienze, ma oggi questo lockdown ci ha fatto venire voglia di lavorare di nuovo insieme ad alcuni pezzi. E li stiamo facendo, con la voglia di fare qualcosa di figo e non la grattata del secolo che ti porta a scimmiottare i ragazzini. La viviamo come dei ragazzi decisamente maturi che vogliono solo fare musica. Vogliamo riportare la nostra musica alla gente. Senza insegnare niente a nessuno...anche se l'abbiamo già fatto!

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