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I miei due mesi da ragazza senzatetto a Milano durante il coronavirus

Yohana Ambros, 29 anni, ci ha raccontato come ha trascorso le sue giornate durante la pandemia di coronavirus a Milano.

di Vincenzo Ligresti
19 maggio 2020, 12:27pm

Grab via YouTube.

Durante la pandemia, soprattutto nel periodo di quarantena, in molti si sono domandati come potesse rispettare l’obbligo di “rimanere a casa” chi una casa non ce l’ha. Tanto che, paradossalmente, si sono registrati casi di cronaca in cui persone senzatetto sono state multate per non aver rispettato l’obbligo.

Secondo l’ultimo rapporto Ocse, in Italia le persone senza fissa dimora sono oltre 50mila. A Milano sono circa 2600, di cui oltre 300 dormono in strada perché non trovano posto nei rifugi, non ci vogliono stare, oppure hanno cani da compagnia—e questi non vengono accolti dai centri, o visti di buon occhio dagli altri ospiti.

A metà marzo, il comune di Milano ha preso provvedimenti per aumentare parzialmente i posti letto, alcuni dormitori sono stati trasformati in centri di isolamento per i senzatetto con sintomi da Covid, e molti progetti di volontariato hanno cercato di rimanere il più attivi possibile sul territorio.

Yohana Ambros, 29 anni, è una ragazza senzatetto a Milano. Da circa un anno, con tutte le difficoltà del caso, cerca di raccontare la sua quotidianità sul suo canale Youtube. Aveva smesso, ma (anche grazie al supporto di Koda Media, che le ha fornito l'attrezzatura e consulenze) ha ripreso a fare video proprio durante il Coronavirus.

Nel primo video che ha pubblicato dal lockdown la seguiamo in una sua giornata tipo, tra colloqui con volontari, un pasto ritirato in chiesa, l'attesa e la giocoleria per strada e i viaggi sulla metro deserta. L’ho contattata per parlare di com’è vivere per strada e come è cambiata la città in queste settimane.

VICE: Ciao Yohana, da quanto tempo sei per strada?
Yohana Ambros: Esattamente da settembre 2016, quasi quattro anni.

Ci sono anche i tuoi cani con te, giusto?
Sì, me le hanno regalate quando ancora abitavo ad Arese, e lavoravo in nero per un bed&breakfast. Dopo circa sette mesi siamo finite in strada, ma mi spiaceva doverle dare via, così messe in conto le difficoltà, le ho tenute. La bianca è un pastore maremmano e si chiama Upa. Quella marrone è un pastore del Turkmenistan. Fa la guardia a tutto quello che respira, per lei sono una sorta di idolo d’oro da proteggere a ogni costo.

Secondo te com’è cambiata Milano, dalla fase uno alla fase due?
Nella fase uno tutti erano chiusi in casa, e inizialmente sembrava anche meglio, perché stando in strada sono solitamente abituata a un sacco di gente, caos, smog, critiche. Qualcuno usciva solo per andare a fare la spesa—spese che sarebbero bastate per un esercito.

Adesso invece sembra che tutti si siano dimenticati di cosa è successo, non si vede più gente sui balconi. Si diceva che saremmo diventati migliori dopo questo periodo, invece io noto ancora più insofferenza, intolleranza. A parte questo, e le mascherine, sembra già tutto come prima.

Per te, invece, cos’è cambiato?
Faccio più fatica a lavorare. Faccio giocoleria, e la gente non si ferma. Faccio palloncini, e la gente non si ferma. Se son fortunata in cinque ore di lavoro faccio un euro, un euro e cinquanta. In questo senso, direi che è cambiato tanto.

Hai vissuto delle giornate più impegnative del solito in queste settimane?
Decisamente sì. Molto spesso ho digiunato. È stato un po’ come vivere in un film di fantascienza o apocalittico, dove devi cavartela come puoi, e non sai nemmeno se a fine sera mangi.

Ma non ci sono state delle iniziative solidali per tutti coloro che, come te, sono in strada?
Fortunatamente alcune chiese erano aperte e ti lasciavano il sacchetto viveri, ma non tutti i giorni; in una situazione di crisi pure per loro era diventato difficile reperire il cibo. Molti centri erano chiusi.

Molte altre iniziative, invece, sono state principalmente a favore delle famiglie in difficoltà, come quella dei cesti sospesi, in cui in pratica chi aderisce tiene calato un cesto dal proprio balcone, dal cui interno i passanti in difficoltà possono prendere dei viveri. Solo che sono spesso prodotti da cucinare.

Questo testimonia il fatto che generalmente per le persone, per la società il senzatetto è inesistente. Cioè magari in questo periodo ci si è chiesto “ma come fa il senzatetto a stare a casa se non ce l’ha?”, ma posta la domanda non si è cercata la risposta, e manco troppo la soluzione.

Tu racconti da un annetto la tua vita su Youtube. Com’è nato il tuo canale?
L’idea iniziale era di fare una sorta di diario di bordo. Avevo in programma di fare un lungo viaggio da qui fino in America a piedi. Solo che poi ho dovuto sospendere, perché sono stata vittima di un’aggressione, per cui ho perso completamente l’udito dall’orecchio destro.

Mi dispiace... È un episodio singolo?
Eh, succede spesso quando sei in strada e becchi la gente sbagliata. Il mio ex si era messo nei guai, e io per pagare il suo debito ho dovuto vendere la mia videocamerina e il computerino. Poi mi sono ritrovata nuovamente da sola in strada, e ho pensato di far vedere la vita di chi non ha una casa mentre in giro non c’era nessuno [prima con uno smartphone, poi con l'attrezzatura fornita da Koda Media].

Perché?
Volevo fare questo progetto per fare un po' di curriculum, perché la regia è la mia più grande passione da quando ho otto anni—forse è una cosa stupida, un sogno. Ma anche per dire di non avere paura. Certa gente che ha paura di ogni cosa che respira. Io vivo in una situazione nella quale non posso aver paura. Non me lo posso permettere.

Se vuoi conoscere le attività a sostegno dei senzatetto a Milano, tra le altre ci sono il progetto Arca e la Croce Rossa.

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