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Com'è, per una band underground italiana, andare in tour in Giappone?

Lo abbiamo chiesto ai Dags!, che ci hanno raccontato come sono finiti a fare sei date dall'altra parte del mondo senza essere particolarmente famosi o avere gli agganci della vita.

di Elia Alovisi
23 gennaio 2017, 9:22am


"Lì si fuma ovunque. Immagina questo posto, e tutta questa gente, che fuma" dice Fabio, il batterista dei Dags!, mentre indica i tavoli foderati di gente attorno a noi. Siamo in una trattoria stile vecchia Milano, è sabato ed è ora di pranzo. "Immagina che però ci sia anche una piastra lì, accesa, con le fiamme alte un metro e tu stai morendo di caldo. E la tua giacca, alla fine, è il risultato di questi odori," aggiunge Marcantonio, voce e chitarra. Bé, bene: abbiamo iniziato a parlare da cinque minuti del loro mini-tour in Giappone e già si è introdotto nella conversazione l'argomento "disagio". "In strada però non puoi fumare, tranne che in dei recintini appositi," dice Viole, basso. "Sai la linea tratteggiata degli allenatori di calcio a bordo campo? Ecco, la stessa cosa ma in una stradina di merda."

I Dags! sono un gruppo piccolino: sono di Milano, hanno fuori un EP e un album, non fanno grandi tour o grandi show e cercano di fare un po' tutto da soli. E fanno math rock, o emo, o punk con i chitarrini: non un modo di fare musica particolarmente di grido, ma sicuramente dotato di uno zoccolo duro composto da gente presa benissimo che ascolta, chiacchiera, organizza i concerti, ci va e tutto il resto. Un vantaggio dei circoli relativamente piccoli è che rendono semplice, se si vuole, farsi tanti amici: il che si è rivelato essere fondamentale nel rendere realtà, per i Dags!, un tour giapponese. E devo dire che il concetto di "tour giapponese" mi ha sempre fatto viaggiare i pensieri, principalmente perché fa scattare nella mia testa un immaginario di perfezione in cui ai concerti sono tutti educati, nessuno spinge e tutti chiedono scusa non appena urtano un altro essere umano.

Al loro ritorno, quindi, li ho beccati per capire un pochettino com'era andata la cosa e chiedergli un attimo di raccontarmi le cose più strane che gli sono capitate nella loro settimanella in giro per il paese e le abitudine concertistiche dei nostri colleghi nipponici. Oltre a loro tre, in viaggio c'era anche Luca Benni di To Lose La Track, la loro etichetta. In mezzo all'intervista, e anche in fondo, ci sono un bel po' di fotografie scattate durante il tour. 

Noisey: Bé, ragazzi, è andata: ma com'è che siete finiti in Giappone, esattamente?
Fabio:
 Un amico di Marca, Ben, che suonava nei Cats and Cats and Cats, si è trasferito lì da ormai cinque anni. Adesso suona con un altro gruppo, i Merry Christmas, e ci aveva proposto questa cosa già un anno fa.
Marca: Era la classica roba da "Abito in Burundi, ho sentito il disco, venite a suonare!" E tu rispondi "Perché no, che bello!"
Fabio: Poi la cosa si è concretizzata quando Ben ci ha proposte due date e ci ha chiesto un sì o un no. A quel punto non aveva senso farne solo due, e via di Facebook e di contatti.
Marca: Lo abbiamo detto a Luca Benni, che è impazzito e ha sentito un altro suo amico che abita a Kobe, e questo ci ha dato una mano a organizzare un'altra data. Poi è arrivato Tsunehiro, il capo di Friend of Mine Records, che è un po' il Luca Benni giapponese a dir la verità. L'ultimo che si è aggiunto è Tak, un ragazzo giapponese che scrive per Fecking Bahamas [un sito dedicato al math rock, nda], il cui festival si tiene appunto a Tokyo. Che tra l'altro inizialmente ci aveva rifiutato perché c'erano già troppi gruppi, e poi invece ci ha chiesto lui di aggiungerci alla cosa ed è nata una storia d'amore bellissima.
Fabio: Lui è ancora in hangover, probabilmente. La sera del concerto si è sboccato sulla nostra maglietta, che fortunatamente era gialla e quindi dissimulava. Gli amici lo hanno abbandonato, lui si è svegliato il mattino dopo con un'altra maglietta, senza pantaloni e quindi senza soldi né cellulare. In mutande, è andato alla stazione di polizia. Lì gli hanno dato dei pantaloni, gli avranno fatto un sostitutivo della carta d'identità, è uscito ed è venuto al nostro concerto la sera stessa. Era talmente distrutto che nessuno l'ha riconosciuto. Il mattino dopo era ancora più disfatto, aveva mille yen ed è salito come un cadavere sull'aereo che l'ha portato a casa. In tutto questo, lui è un uomo sposato. Gli abbiamo ri-regalato una maglietta, era il minimo. Ma una è stata lasciata, vomitata, in un cestino di Tokyo.

Ok, quindi tutta una serie di giri e amicizie che vi hanno dato una mano. Ma poi, nella pratica, voi che avete fatto?
Marca:
Tutti i gruppi che conosciamo che sono stati in Giappone sono stati invitati. Lì sono megaospitali: gli piace molto il tuo gruppo, ti invitano e pensano a tutto loro. Arrivi e loro ti portano ovunque. Noi siamo capoccioni, non ci ha invitato nessuno, ci eravamo fatti le nostre date—e ci avevano terrorizzato tipo, "Ah, si offenderanno perché avete voluto fare tutto da soli". E invece è andata bene, abbiamo sovvertito tutti i pronostici. Questo prova un bucio di culo incredibile ma anche una bravura notevole. Perché alla fine c'è quello che ha paura di suonare in provincia di Piacenza perché magari non ci rientra coi soldi della benzina. Noi abbiamo detto boh, magari in Giappone ci voglio andare lo stesso nella vita, facciamo anche dei concerti. Se te la vivi come una relativa vacanza in cui metà del tempo suoni, è tutto ok.

La prima data, quindi, era al festival di Fecking Bahamas. Ma com'è un festival DIY, da quelle parti?
Viole: 
Diciotto band su due palchi, due locali diversi nello stesso isolato, uno al quinto piano e uno in uno scantinato. Mezz'ora a testa, orari rispettati e cambi ipertecnici—fonici bomba, che tra l'altro è una costante di tutto il tour, come pure l'amplificatore di chitarra della madonna.

C'era una mega-organizzazione anche a livello piccolo, quindi.
Viole: 
Tu dici vabbè, vai a suonare in Giappone: cosa ti porti? Se fai un parallelo con quello che hai qua dovresti portarti tutto, perché in Italia quasi nessuno ti dà niente. Siamo andati con la chitarra e i pedali e basta. In tutte le venue c'è l'ampli di basso della vita a otto coni, la testata valvolare, dodici amplificatori, la batteria con i piatti—Fabio doveva chiedere di poter mettere i suoi, per dirti. C'è sempre un fonico di palco e uno che fa i suoni al mixer. Di una bravura devastante, nessuno ha mai detto "abbassati" o cose simili, e stiamo parlando di locali piccoli. 

Che mi dite dei gruppi con cui avete suonato e del pubblico?
Viole: 
Noi e gli Hikes, che sono americani, eravamo gli unici che cantavano.
Marca: Una quantità di strumentale che non hai idea. Nessuno parla o canta, ma sembra tutto molto puro. Vado per la musica, non cago il cazzo, non faccio polemica. Forse noi siamo troppo abituati a "Io sto con lui, lui sta con l'altro, quello fa schifo, in questo posto non vado". Io per primo, per carità. Ma lì gli piace proprio la musica, tutti la studiano. Non ho visto nessuno che non avesse un'impostazione classica, sembrava il saggio di fine anno.
Viole: Però è stato figo, c'era un botto di gente, locali piccolini e tutti attenti. Ci avevano avvertito che ci sarebbe stato silenzio prima e dopo ogni pezzo, finché non ringrazi e gli fai capire che il pezzo è finito loro stanno zitti.
Fabio: Solo all'ultimo concerto sono partiti applausi spontanei. Sennò lo schema era questo: finisce il pezzo, arigato! E applausi. Sennò ti lasciano stare.

Quindi non ci sono quelli che ti fanno la gag o ti gridano le cose a caso.
Viole: Sì, poi in realtà quello che trattengono durante il concerto lo scatenano prima e dopo: ti chiedono la foto—a Kobe, la sorella di un membro di un altro gruppo mi ha chiesto la foto perché "stava imparando a suonare il basso." E se gli dai qualcosa gratis impazziscono, anche solo gli adesivi. O il sampler di To Lose La Track: diciotto pezzi, sono tutti su Bandcamp, ma per loro era clamoroso. A me, in cambio di un sampler, è arrivato un free drink. 
Marca: Parentesi, non esistono i free drink. L'acqua e la birra te li paghi—un po' meno, c'è la riduzione. Ma è un modo per continuare a generare soldi, che se supporta quella roba che abbiamo provato noi—due fonici, strumentazione paura, impianto figo, insonorizzazione e quindi nessuno ti caga il cazzo—allora è ok. Anche la lista: a parte una persona che entra gratis, tutti gli altri hanno solo una riduzione. Posso avere cento persone nella mia lista, non ti danno un limite, ma al posto di 3500 yen ne paghi 1000. E le consumazioni invece di 500 le paghi 300. Non è una stronzata, continui a fare soldi invece che perderli in cazzate, in gruppi che bevono settanta birre. E capita il gruppo che si beve quattro casse di birra. Dici ok, le ho prese al LIDL e costa 40 euro, ma lì non esiste.

Ma come vi spostavate fisicamente? Avevate un furgone?
Viole: No abbiamo fatto il JR Pass, che è praticamente l'interrail giapponese. Prendevamo i treni più merdosi, che però sono tipo Frecciarossa prima classe italiana. Con l'unico problema che ci sono le carrozze fumatori, tornando a quello che dicevamo prima. Lì nessuno ha la macchina, nessuno di noi la avrebbe. Ma neanche quella dei tuoi genitori. Questo genera un movimento di carrellini interessantissimo che, dopo due giorni che ci stavano cadendo le braccia, abbiamo abbracciato.
Fabio: Quando vedi dove sono i locali e come sono, sarebbe anche impensabile arrivare col furgone e pensare di parcheggiarlo da qualche parte. Arrivi lì col tuo carrellino, nel nostro caso fornito dal tipo dell'etichetta che ci aveva dato una mano, con sopra la tua roba, monti e stop. 

Avete suonato tre volte a Tokyo, ma la gente era sempre la stessa?
Viole: Tre date a Tokyo, ma è come dire "in provincia di Milano". Ci sono cinquanta minuti di treno da una all'altra, per dirti. È come suonare a Bergamo. Tipo, Shibuya è un quartierone, ma è come fosse una città. 
Fabio: La seconda data, a Shinjuku, era nel locale che era il secondo palco del festival della prima. A due civici di distanza, praticamente.
Viole: Era un lunedì, ed è venuta gente. C'è un botto di roba da andare a vedere, ma anche un botto di gente. E costicchiano, i concerti, tra i venti e i trenta euro con il cambio. E poi abbiamo sempre suonato con quattro o cinque band.
Marca: L'ultima sera, con sette band, è stato il mio incubo. Quattro si è rivelato il numero più basso. Dopo quattro concerti dici, "Minchia, non ci sto più dentro." 
Fabio: Da noi una data con sei gruppi diventa un festival, impazzisci. I fonici impazziscono a capire chi fa il check per primo, i check durano mezza giornata, e lì precisi. Nessuno ha sforato. 

C'è stata qualche reazione particolare dalla gente che è venuta a vedervi che vi ha lasciati un po' così?
Marca: Banalmente, la cosa di fare la foto o firmare il disco, roba che giustamente qua non è mai successa. Qua di solito è una roba da invasati che dici, "Vabbè zio, stai sereno, non è successo niente." Lì alla quarta foto la prima sera ho detto, "Boh!"
Fabio: I complimenti dopo concerti. Mi è capitato due volte di scendere dal palco e vedere il batterista del gruppo successivo, che mi aveva fatto i complimenti, salire sul palco, sedersi e rivelarsi tipo il Tullio De Piscopo giapponese.

Vi siete beccati anche un terremoto, mentre eravate lì. Com'è andata?
Fabio: Io mi sono chiesto se avessi avuto uno spasmo alle cosce o se ce l'avevamo avuto tutti. A terremoto finito eravamo tutti mezzi alzati, pronti a uscire dal letto che non capivano cosa fare.
Viole: Dopo un po' sono arrivati Ben e la sua ragazza, da cui stavamo, e ci hanno detto se volevamo un tè. "Era solo sette punto tre!" Insomma, c'è stato un solo ferito, e probabilmente era in una barca sopra l'epicentro. E poi siamo andati a giocare a calcetto a Shibuya, come dei veri Holly e Benji. 

Avete venduto più merch di quanto fate in Italia?
Marca: Più che altro a un prezzo più alto. Qua andiamo a ondate, c'è la sera dove vendi un disco e quella dove ne vendi sette senza motivo. Però sì, un po' più costante direi. Tante magliette. 
Viole: Alcuni fanno costare la roba veramente tanto. Noi abbiamo fatto una roba abbastanza equa, il solito pacchetto disco e maglietta, e paghi di meno. L'obbiettivo era farli fuori per avere spazio in valigia. 
Marca: La mia valigia dell'andata era solo magliette dei Dags. 
Viole: All'ultima data i Case of Emergency sono saliti tutti sul palco con una nostra maglia!
Fabio: Cioè, era imbarazzante, tutti e quattro. Quando li ho visti sul palco stavo morendo dentro. 

La data di Kobe com'è stata? Avete mangiato il celeberrimo manzo di Kobe?
Fabio: L'associazione che garantisce la qualità della carne di Kobe puntualmente smentisce la cosa della birra e dei massaggi. Abbiamo scoperto che sono iniezioni di grasso! 
Viole: Bé, a Kobe succede quello che deve succedere in ogni tour: suoniamo con gruppi metal. Uno faceva metalcore, e gli altri erano praticamente una cover band dei Korn. 
Marca: Essendo il locale più grosso in cui siamo stati, ovviamente non c'era nessuno. Trenta persone a dir tanto, ché il giorno dopo era festa nazionale. E noi suoniamo per primi, prima di questi gruppi metal, quindi il disagio era clamoroso. Ma come in tutte le situazioni disagio, riesci comunque a vendere sette magliette. 
Fabio: Era la sera dopo la partita di calcetto, quindi c'era anche del disagio muscolare. Tra l'altro, dopo averci chiesto per settimane delle foto a colori e chiare che ci siamo dovuti far fare al posto di quelle in controluce con noi in silhouette, hanno messo quelle in controluce con noi in silhouette. Avevano stampato la bandierona con la nostra foto, un banner vero e proprio, con noi in cima. 


Ci sono state altre usanze concertistiche particolari che non vi aspettavate?
Marca: A Kyoto abbiamo fatto parte della line-up piramidale: sei l'headliner, ma sei in mezzo. Se suoni durante la settimana, il terzo o il quarto gruppo su sette è il principale. È l'apice della serata, e dopo puoi andare a casa.
Fabio: E l'apice della serata è le otto di sera. I concerti sono tra le sei e mezza e le dieci. 
Marca: Il festival è iniziato alle undici del mattino e c'era gente, zero problemi. Presumo che per loro funzioni bene—nonostante ciò riuscivamo ad arrivare a casa alle tre. Senza ubriacarci e senza devastarci eh, senza alcun motivo reale. Poi c'è questa usanza del brindisi a fine concerto. E c'è l'intro dei concerti!
Viole: Sì, a una data il promoter ci ha detto che dopo il check e il tempo libero dovevamo essere assolutamente al locale per un "meetup". E tu dici ok, boh, va bene. E ci siamo messi tutti in cerchio, con il promoter che diceva, "Grazie di essere venuti tutti qui, siamo molto felici, Dags dall'Italia..." Poi ha distribuito i pass a ogni band presentandola, e tutti ad applaudire. C'era un grande giubilo, e lì per lì ti fa stranissimo—poi capisci che è ok anche se non capisci un cazzo perché è tutto in giapponese. Sai chi sono tutti, tutti sono felicissimi, tutti si fanno gli inchini. Non è una roba da boyscout, loro lo "sentono" veramente. E ci è anche capitato che ricevessimo soldi che non avevamo chiesto. In bustine dedicate! Almeno due locali, a fine serata, ci hanno dato un foglio Excel con tutte le entrate della serata—bar, ingresso, eccetera—e i guadagni loro e di tutti i gruppi. 

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Elia è su Twitter: @elia_alovisi
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