Laura Boldrini ha scritto una lettera a Mark Zuckerberg per fermare l’odio sui social

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Laura Boldrini ha scritto una lettera a Mark Zuckerberg per fermare l’odio sui social

L'appello alla coscienza per quanto riguarda l'odio sui social e le fake news rischia di risultare in contromisure troppo affrettate.

Questa mattina la Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini ha pubblicato su La Repubblica una lettera inviata al CEO di Facebook Mark Zuckerberg per evidenziare, ancora una volta, l'invadenza e la pervasività dell'hate speech presente sui social.

"Come molti sono preoccupata per il dilagare dell'odio nel discorso pubblico," spiega Boldrini nella lettera — "Fenomeno non generato certo dai social network, ma che in essi ha un veicolo di diffusione potenzialmente universale."

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Nel novembre del 2016, Boldrini aveva pubblicato sulla propria pagina Facebook una raccolta degli insulti che riceve quotidianamente su internet, "Ho deciso di farlo anche a nome di quante vivono la stessa realtà ma non si sentono di renderla pubblica e la subiscono in silenzio," spiega nel post. "Ho deciso di farlo perché troppe donne rinunciano ai social pur di non sottostare a tanta violenza. Ho deciso di farlo perché chi si esprime in modo così squallido e sconcio deve essere noto e deve assumersene la responsabilità. Leggete questi commenti e ditemi: questa si può definire libertà di espressione?"

Tema centrale della lettera, dunque, è proprio la mancanza di intervento da parte del social network che, secondo la Boldrini, non è ancora riuscito a operare con efficacia sulla problematica, "Parlano chiaro i dati di applicazione del codice di condotta contro "la diffusione dell'illecito incitamento all'odio in Europa", che anche la sua azienda ha sottoscritto a maggio 2016 con la commissione UE," spiega. "La prima verifica semestrale dice che risulta cancellato appena il 28% dei contenuti segnalati come discriminatori o razzisti. Una media che si ricava dal 50% di Germania e Francia e dal misero 4% italiano."

Boldrini, inoltre, porta all'attenzione di Zuckerberg il recente caso di Arianna Drago — Una ragazza che aveva raccontato pubblicamente su Facebook la sua esperienza con alcuni gruppi chiusi presenti sul social network, impegnati a condividere e commentare foto rubate da profili di donne e adolescenti. Il post di Arianna era stato oscurato da Facebook e il suo account sospeso per 24 ore per "violazione degli standard della comunità": è solo dopo che la Boldrini aveva rilanciato il caso che il social network aveva fatto un passo.

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Boldrini continua ribadendo a Zuckerberg anche il suo impegno nella lotta alla diffusione delle bufale, che sui social network godono di particolare fortuna, e sottolineando anche in questo caso la mancata collaborazione da parte di Facebook, "Sono convinta che le fake news — create ad arte per fini di lucro, delegittimare l'avversario o generare tensioni sociali — provochino danni alle persone e spesso rappresentino l'anticamera dell'odio."

Infine, conclude la lettera, la Presidente della Camera dei Deputati descrive un recente colloquio con Richard Allan, vicepresidente delle public policy di Facebook per l'area Europea-Medio Oriente-Africa, "Mi ha contattato dopo che, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, avevo postato una selezione delle oscenità che costantemente arrivano a me, come a quasi tutte coloro che hanno una presenza nella sfera pubblica," spiega. "Ho denunciato anche che Facebook non si cura a sufficienza di rimuoverle. E lei sa bene che la mancata rimozione di un contenuto umiliante può provocare tragedie come quella accaduta recentemente a Napoli, dove la trentunenne Tiziana Cantone si è tolta la vita per la vergogna di un video divenuto virale."

"Ad Allan ho avanzato tre proposte. Due di natura tecnica. La terza riguarda l'apertura in Italia di un ufficio operativo per i 28 milioni di utenti che Facebook ha nel Paese. Le risposte giunte dopo due mesi sono evasive e generiche," spiega Boldrini prima di concludere, "A questo punto chiedo a lei, signor Zuckerberg: da che parte sta Facebook, in questa battaglia di civiltà?" L'impegno di Boldrini, evidenziato in questo caso ma già emerso pochi giorni fa con il lancio dell'iniziativa #BastaBufale, alla lotta alla disinformazione e all'incitamento all'odio benché particolarmente al passo coi tempi per un'istituzione italiana rischia di finire per essere inquadrato in un contesto di attivismo nostrano particolarmente preoccupante.

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Che si tratti di fake news o odio online, entrambi i temi sono strettamente legati al dibattito sull'interazione tra le piattaforme online e le realtà nazionali in cui si manifestano.

Negli ultimi mesi, infatti, sono diversi i personaggi pubblici italiani ad essersi schierati contro questi fenomeni — Spesso, però, questo impegno non è accompagnato da una conoscenza sufficiente della materia e rischia di generare mostri come l'ultimo appello di Enrico Mentana all'abolizione dell'anonimato su internet o la proposta di Beppe Grillo di istituire una "giuria popolare per le balle dei media".

Che si tratti di fake news o odio online, entrambi i temi sono strettamente legati al dibattito sull'interazione tra le piattaforme online e le realtà nazionali in cui si manifestano — Boldrini, nella lettera, richiama anche il caso della mappatura da parte dell'ANPI di una rete di pagine tecnicamente incriminabili di apologia del fascismo, ma innocenti per Facebook, che non le rileva come in violazione degli standard della comunità.

Benché si tratti di problematiche estremamente urgenti, affrettare le contromisure imponendo tecniche di monitoraggio e controllo più incisive rischia di limitare enormemente le libertà su internet.

Se da un lato infatti è vero che sono molti gli episodi che si consumano online a non avere nulla a che fare con la tanto reclamata "libertà di espressione," stabilire che questa stessa espressione possa essere limitata arbitrariamente da un organo governativo ancora privo degli strumenti per potersi manifestare efficacemente in una realtà articolata come quella degli spazi digitali genererà inevitabilmente un disastroso effetto domino per le libertà dei cittadini.

In Danimarca, per esempio, questo processo di avvicendamento tra realtà nazionali e piattaforme globale si sta consumando anche attraverso la creazione di una figura istituzionale come quella dell'ambasciatore digitale, che sarà impegnato a relazionarsi con le superpotenze della Silicon Valley come se stesse trattando con realtà diplomatiche nazionali.