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Ieri il Parlamento Europeo ha votato contro Orbán, e la cosa riguarda anche noi

L’Ungheria è accusata di violare i valori fondanti dell’Unione Europea, ma potrebbe essere troppo tardi.

di Leonardo Bianchi
13 settembre 2018, 10:00am

Viktor Orbán all'Europarlamento. Grab via YouTube.

Con 448 voti a favore e 197 contrari—e 48 astenuti—ieri il Parlamento europeo ha approvato la mozione dell’eurodeputata olandese dei Verdi Judith Sargentini che accusa l’Ungheria di violare i valori fondanti dell’Unione Europea e chiede al Consiglio Europeo l’attivazione della procedura prevista dall’articolo 7 del trattato di Lisbona.

Tale meccanismo, che l’anno scorso è stato innescato nei confronti della Polonia, può portare fino alla sospensione del diritto di voto dello stato in questione nel Consiglio; ma perché sia efficace, occorre l’unanimità degli stati membri.

Il voto era comunque molto atteso ed è arrivato dopo un’accesa discussione nell’aula, prese di posizione pro o contro Orbán, e anche una specie di spaccatura in seno al PPE, il Partito Popolare Europeo (conservatore) di cui fa parte Fidesz, di cui Orbán è leader. Tutto era partito nel maggio del 2017, quando l’Europarlamento adottò una risoluzione che dava mandato alla commissione Libertà civili di redigere un rapporto sulle violazioni dei principi fondamentali dell’Ue da parte del governo ungherese.

Il risultato è stato appunto condensato nel Rapporto Sargentini, che ha mosso pesanti rilievi in molti ambiti, tra i quali: il funzionamento del sistema costituzione, l’indipendenza della magistratura, la corruzione, la libertà accademica e di associazione, i diritti delle minoranze e le discriminazioni contro i migranti. In pratica, a essere sotto accusa è stata la trasformazione dello stato ungherese operata negli ultimi otto anni.

Una trasformazione, del resto, che Orbán ha sempre apertamente rivendicato. In un discorso del 2014 il leader di Fidesz aveva spiegato chiaro e tondo che “l’Ungheria sta costruendo uno stato illiberale, uno stato non liberale. Non rifiuta i princìpi fondamentali del liberalismo, come la libertà, ma non considera questa ideologia come l’elemento centrale dell’organizzazione dello stato, scegliendo invece un approccio diverso, di tipo nazionale.”

A questo punto, è utile capire brevemente come ci sia riuscito e in cosa consiste concretamente questo modello—che qui in Italia ha molti estimatori, a partire dal ministro dell’Interno per finire all’utente su Twitter con il tricolore nel nickname.

Viktor Orbán è ininterrottamente al potere dal 2010; e in questo lasso di tempo ha preso un’imperfetta democrazia liberale e l’ha rivoltata come un calzino, rendendola—di fatto—una “cleptocrazia illiberale” e iper-nazionalista, chiusa e in se stessa e accerchiata da nemici spesso e volentieri soltanto immaginati.

Da bravo populista di destra radicale, Orbán ha usato la maggioranza parlamentare per cambiare la costituzione in senso autoritario, farsi una legge elettorale ad hoc e occupare le istituzioni con fidati lacché. I media ungheresi, salvo qualche sparuta eccezione, sono diventati una macchina di propaganda governativa attiva 24/7, che bombarda i cittadini con storie terrificanti sui migranti mentre tace sulla massiccia corruzione che infesta il paese.

Orbán ha poi “adottato” qualsiasi teoria del complotto di estrema destra e ci ha costruito sopra la sua fortuna politica. L’ultima campagna elettorale, stravinta da Fidesz, è stata incentrata ossessivamente su George Soros—che l’aveva pakato quando era un giovane studente anticomunista—e sullo spauracchio dell’Europa, nonostante i lauti finanziamenti che l’Unione elargisce al paese permettendogli di stare economicamente a galla.

Così facendo, insomma, Orbán ha posto le basi per un regno a lungo termine. Allo stesso tempo, però, si tratta di un regno dalle fondamenta tutt’altro che solide.

Nemmeno la propaganda governativa—e i vari cheerleader su cui può contare in tutta Europa—può nascondere i due enormi problemi che l'Ungheria deve affrontare: è un paese demograficamente in declino; e un paese da cui i giovani stanno scappando. Due trend che l’aggressiva politica “nativista” di Orbán non ha minimamente scalfito.

Come si vede, insomma, l’attacco di Orbán non nasce certo ieri. E qui torno al voto dell’Europarlamento, nonché alle ripercussioni che può avere sull’Europa intera e sulle prossime elezioni europee che si terranno in primavera.

Da Judith Sargentini in giù, com’è ovvio che sia, c’è grande soddisfazione per questa vittoria parlamentare contro Orbán; altrove, invece, si parla di una specie di “riscossa” dell’UE contro “populisti” e “sovranisti.” In realtà, c’è ben poco di cui essere ottimisti.

Anche perché una cosa è certa: l’approvazione di questa risoluzione arriva tardi. O almeno, questa è la tesi espressa in un lungo thread su Twitter dal politologo olandese Cas Mudde—che oltre a essere uno dei massimi esperti di populismo al mondo, è un attento osservatore della parabola di Orbán.

Secondo lui, negli anni precedenti, l’Unione Europea “ha fatto poco o niente per fermare lo smantellamento della democrazia liberale in Ungheria.” I primi responsabile di questo—scrive Mudde—sono chiaramente il PPE e i suoi leader, che hanno protetto Orbán dalle sanzioni nella convinzione di poterlo in qualche modo controllare.

Ovviamente, non è andata così. Anzi: “Orbán ha cambiato l’EPP molto più di quanto l’EPP ha cambiato Orbán.” Prendiamo la cosiddetta “crisi dei rifugiati” del 2015, in cui il premier ungherese è venuto fuori come il nuovo “uomo forte” della destra radicale europea riuscendo a trascinare sulle sue posizioni estreme anche gli alleati apparentemente più moderati.

Per Mudde, in altre parole, le sanzioni sarebbero dovute arrivare molto prima. Ora come ora, il voto di ieri apre una fase in cui “l’UE e l’Ungheria dovranno ‘dialogare’ per appianare le divergenze”; e in questa fase, Orbán non ha davvero nulla da perdere. Al contrario: il governo ungherese può continuare a prendersela con l’UE, parlare di “vendetta meschina” e rinforzare le credenziali nazionaliste in Ungheria.

Inoltre, la procedura prevista dall’articolo 7 non è immediata (probabilmente si concluderà nel 2019 inoltrato) e prevede un voto favorevole all’unanimità degli stati membri. La Polonia, paese che fa parte nel famigerato gruppo di Visegrad, ha già fatto capire che proteggerà l’alleato ungherese. Aggiungo che, se si dovesse andare avanti, non è chiaro come si comporterà l’Italia.

Non è una questione di poco conto. Il M5S ha votato a favore della mozione Sargentini, mentre la Lega contro. Ma era inevitabile, dopo il bromance Salvini- Orbán celebratosi lo scorso agosto. E ora l’ungherese può contare sull’appoggio convinto di un nome in forte ascesa e che alle prossime europee intende guidare una “Lega delle Leghe.”

Questo mi porta a un punto più generale. Dal 2010 ad oggi non è solo l’Ungheria ad essere cambiata profondamente; è il clima che si respira in Europa. E Orbán è uno dei capifila dell’insorgenza “sovranista” dietro alla quale—come ha scritto Marco Bascetta—si può scorgere quell’“insieme di proiezioni ideologiche, politiche protezioniste e statalismo che lavorano, dentro la crisi dell’Unione Europea, per il ritorno del nazionalismo nel Vecchio continente.”

Ma dopotutto, anche questo è un obiettivo che Orbán aveva rivendicato esplicitamente qualche mese fa: “Ventisette anni fa, qui in Europa centrale credevamo che l’Europa fosse il nostro futuro; oggi sentiamo che siamo noi il futuro d’Europa.”

Anche se, più che del “futuro,” sarebbe corretto parlare della fine dell’Europa che abbiamo conosciuto finora. E che forse, viste le premesse di Orbán e soci, sarebbe meglio non sperimentare.

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