Se non sei un influencer non puoi fotografarti davanti a questo murales

Si trova a Los Angeles e devi avere 20mila follower o una spunta blu anche solo per superare la sicurezza. Ovviamente, la gente 'comune' è molto arrabbiata.
27.6.18
Il murales. Foto dell'autore.

Lunedì mi è arrivato un comunicato dall'ufficio stampa di Alex Martinett in cui venivo informato del lancio del "primo murales 'solo per influencer'." La mail mi informava che questo esemplare di arte murale serviva alla promozione di Like & Subscribe, una comedy sugli YouTuber che sarebbe stata resa disponibile a breve sulla piattaforma streaming Go90. Per fare una foto con il murales, o anche solo vederlo da vicino, dovevi provare il tuo status di influencer mostrando agli addetti alla sicurezza il tuo account, che doveva recare la spunta blu del 'verificato' o avere più di 20mila follower. Solo allora avresti avuto il permesso di entrare nella tenda dove c'era il murales.

Se non fosse bastato il concept a suggerirmi una certa ironia sottesa all'operazione, c'era la parte in cui il comunicato diceva che gli influencer "lavorano più di tutti, ogni giorno" che non lasciava dubbi. Ma grazie alla mia spunta blu su Twitter anche io sono un influencer—e dovevo vedere il murales, anche se era tutto uno scherzo. Il muro in questione si trovava su Melrose Avenue, nel quartiere losangelino di Fairfax, poco distante da dov'ero io.

L'addetto alla sicurezza, Qasim, mi ha detto che ero il primo visitatore, quel giorno. Gli ho chiesto cosa pensava dell'idea. Gli sembrava "interessante," mi ha detto con una gentilezza che mi ha fatto pensare non gliene fregasse poi nulla. Dopo i convenevoli, siamo giunti allo step più importante, incerti su come avremmo dovuto comportarci a riguardo.

"Quindi ora ti devo far vedere il mio Twitter," ho detto con un mezzo punto di domanda alla fine. "Ma non ho 20mila follower," ho confessato. "Va bene lo stesso?"

Qasim mi ha detto di sì, e mi ha fatto entrare. Con una sensazione di disagio all'idea di aver dovuto far sfoggio della spunta blu, ero dentro.

Dietro la tenda bianca che lo nascondeva dai passanti c'era un dipinto squisito nella sua banalità, un mischione di tutti i trend street peggiori e più instagrammati dell'ultima decade. Al centro c'erano le ali che abbiamo tutti visto nelle foto delle fashion blogger. Sopra, la scritta "City of Angels" tra virgolette. C'era anche uno stencil meta, alla Banksy, di un tizio che attacchinava il resto del murales. E in mezzo a tutto c'era la spunta dell'account verificato, una specie di aureola che definiva lo status di divinità e la superiorità dell'influencer rispetto alla plebe, l'unico a poter entrare nella tenda. Vivo a Los Angeles e ho visto nella mia vita un sacco di murales, ma nessuno così intenzionalmente brutto. Mi piaceva da morire.

Ho chiesto a Qasim di scattarmi una foto, la prima delle innumerevoli che avrebbe scattato quel giorno, poi sono tornato alla macchina. Mentre mi allontanavo, la vibrazione delle notifiche sul mio telefono ha continuato incessante, e mi sono reso conto che la promozione stava funzionando molto, molto meglio di quello che io o l'ufficio stampa avevamo previsto.

Quando ho twittato e instagrammato le foto che mi ero fatto, pensavo che non l'avrei passata liscia. Pensavo che un sacco di gente non avrebbe "capito" lo scherzo e l'avrebbe preso per un mio endorsement della casta del sistema dei social media e delle sue modalità. Ero pronto a rispondere a chi mi avrebbe contestato la posa da meme “had to do it to ‘em”. Già mi aspettavo che tutti gli hater che mi perseguitano mi avrebbero riempito di "non sei nessuno". E invece, per tutto il giorno, gente di Los Angeles, di tutto il paese, e anche di tutto il mondo, ha condiviso le sue reazioni, diversissime tra loro.

Alcuni l'hanno preso come uno scherzo "molto Los Angeles".

Altri hanno ipotizzato fosse il lancio di una nuova puntata della serie documentaria Nathan for You. Ovviamente non è vero, ma penso che sia un bel traguardo per i ragazzi dell'ufficio stampa, no?

Alcuni hanno reso chiaro che a loro il murales faceva schifo, che ovviamente è il punto centrale.

Qualcuno ha messo insieme gli indizi (abbastanza ovvi, devo dire) e ha stabilito che si trattava di una trovata di marketing per una nuova serie.

E poi più o meno 10 miliardi di persone hanno fatto la stessa battuta su Black Mirror, scherzo infinitamente meno divertente e originale del murales stesso.

Molti, comunque, sono balzati direttamente al sentirsi oltraggiati. Il murales, ai loro occhi, è un segno della fine dei tempi, una prova certa che l'umanità sia una specie orrenda che si meriti tutte le tragedie che le toccano. Ma la radice di questa rovina cambiava con l'utente. Il murales era una specie di macchia di Rorschach. Il capitalismo, i millennial, i social media, il neoliberismo, la gentrificazione, e un sacco di altre entità erano citate come il peccato originale da cui era nato questo manufatto street-art.

Non mancavano minacce di vandalizzare, coprire o direttamente bombardare il murales. Un amico writer mi ha mandato la foto del suo zaino pieno di bombolette, con cui voleva eliminare il murales quella notte stessa.

ready to tag

Le risposte che hanno avuto più feedback erano o le solite battutine o quelle in cui si esprimeva la speranza che morissi o che venissi ucciso. E solo per una foto davanti a un muro.

Jack Wagner, uno dei producer di Like & Subscribe, mi ha detto che "la serie parla di influencer. Il murales e tutte le reazioni che ha scatenato non sono che un'anticipazione molto puntuale e 'reale' dello show."

Quali che siano i tuoi personali sentimenti nei confronti di questo murales, ira, rassegnazione, ammirazione, o tutto quanto insieme, non si può negare che scatenando tutte queste reazioni e creando un dialogo sui social network, la crew di Like & Subscribe ha fatto quello che fa l'arte di solito. Quindi sì, puoi odiare il murales, ma è comunque arte.

Nel mentre hanno cominciato a scrivermi influencer veri, con centinaia di migliaia di follower, per sapere l'indirizzo del murales e andare a farsi scatti "satirici"—fare il paziente zero ha fatto salire vertiginosamente anche il numero dei miei follower—e io mi sto chiedendo quanto possa servire, al momento, la satira. Forse il punto è semplicemente che ora siamo così, in quanto esseri umani.

Quando ho chiesto a Wagner se, dopo aver visto le reazioni viscerali di alcuni utenti, pensava di aver oltrepassato un limite, ha riso e mi ha risposto, "No. Penso che sia autoevidente che sia una cosa ironica. Sono solo molto contento che ci siano così tanti influencer che parlano della serie."

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