In tv non ci sono altro che ultrasessantenni che sbroccano, e noi stiamo lì a guardarli

Tra Corona a Feltri, i talk politici assomigliano sempre più a un incontro di wrestling con vecchie glorie che non riescono più a fare le mosse di un tempo.

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24 dicembre 2018, 10:09am

Lo scrittore Mauro Corona a "CartaBianca" su Rai 3.

I talk politici in Italia sono davvero tanti, e puntellano i palinsesti delle principali reti. Nel caso di La7 arrivano praticamente a dominarli: l’emittente di Urbano Cairo, infatti, accompagna il telespettatore con questo format dalla prima tazzina di caffè fino al suo ingresso sotto le coperte.

Dopo anni in cui si era diagnosticato il coma quasi irreversibile—vuoi per il calo di ascolti, vuoi per la stanchezza della formula—negli ultimi mesi sembra invece che se la stiano passando alla grande.

A prima vista, la ragione dietro alla loro persistenza (e alla proliferazione) è prettamente economica. Nel senso che costano poco, le location non sono onerose, e nella maggioranza dei casi gli ospiti—cioè i protagonisti—vengono gratis. Ma per lo scrittore Walter Siti, che al tema ha dedicato un lungo articolo sulla rivista L’età del ferro, ci sarebbe dell’altro: i talk sono “un tipo particolare e inedito di spettacolo” che “negano di esserlo, protetti […] dal grande ombrello dell’informazione.”

Chiunque ne abbia visto uno, sa perfettamente che non sono gli inserti giornalistici (i servizi, le statistiche o i sondaggi) a costituire “l’apice del tessuto narrativo”; sono gli “scontri,” le “liti” e le “risse,” che vengono sistematicamente rimasticati sui siti e sui social con espressioni quali “ospite X demolisce ospite Y.”

I talk politici hanno un’altra caratteristica portante: la familiarità. Sempre secondo Siti, a reggere sulle spalle la metà di tutte le trasmissioni è un “cast aperto” degno di una soap opera—circa “40 politici, 20 giornalisti e 20 ‘esperti’” che “non recitano sempre insieme ma si conoscono tutti, e dietro le quinte si salutano con cordialità, dividendo le stesse pizzette e firmando le medesime liberatorie.”

Inoltre, la sensazione di familiarità è dettata anche dal fatto che “alcuni personaggi del cast sono più caratterizzati di altri”; chi guarda un talk “sa già più o meno cosa aspettarsi da ciascuno dei partecipanti e potrebbe quasi anticiparne le battute.” Siti ne elenca un paio: “il corsaro pirotecnico Di Battista,” il “tecnico aggressivo Borghi,” il “saggio e scafato Pomicino” e “il giovane filosofo Fusaro che parla un po’ come il vecchio Marianini di Lascia o raddoppia? (‘sarò celerrimo’).”

A questo “cast aperto”, personalmente aggiungerei il personaggio ricorrente del Maschio Ultrasessantenne (o Ultrasettantenne) Che Sbrocca—una specie di topos televisivo che sta vivendo un’età dell’oro.

Piccola premessa: con “sbrocco” intendo più che altro uno stato d’animo, un incedere retorico che include urla, scoppi d’ira, espressioni facciali, tic verbali, vezzi stilistici e molto altro ancora. Il principale esponente di questo genere è indubbiamente Vittorio Sgarbi, su cui non vale nemmeno la pena soffermarsi; bastano le innumerevoli compilation su YouTube con titoli come “Vittorio Sgarbi show, 13 minuti di insulti dal 1991 al 2018,” “Le migliori liti di Sgarbi” o “Le 12 migliori sfuriate di Vittorio Sgarbi.”

Dal video qui sopra si intuisce subito che Il Maschio Ultrasessantenne Che Sbrocca non ha alcun problema a parlare di qualsiasi argomento, visto che non conta quello che dice ma come lo dice. Prendiamo ad esempio Mauro Corona, il prolifico “scrittore dei boschi” che transuma da un talk all’altro, prediligendo Carta Bianca su Rai3.

Recentemente, proprio in questa trasmissione che dovrebbe parlare di politica, Corona si è profuso in un allegro apologo dell’assunzione di alcol e psicofarmaci: “Il mio medico preferito […] mi ha dato questi psicofarmaci che io dovevo prendere stando lontano dall’alcol, invece li prendevo con la birra e col vino e guarda caso sono aumentati di potere, e m’hanno fatto bene.”

Nonostante le immediate prese di distanza della conduttrice Bianca Berlinguer, il siparietto ha spinto la Federazione nazionale degli Ordini dei medici a intervenire: “è assolutamente controindicato accompagnare l’assunzione di psicofarmaci col vino o con superalcolici.”

Corona ha comunque detto che era “solo una spacconata”—una giustificazione che può tranquillamente applicarsi ad altre apparizioni. Tipo quella volta in cui si è presentato, sempre a Carta Bianca, in smoking e occhialoni da sole; o quando ha fatto un collegamento con L’Aria che tira (La7) con un sigaro in bocca e una birra sulla scrivania, per poi litigare con il giornalista Andrea Purgatori che lo accusava di lavarsi poco; oppure a In Onda (La7), dove ha spiegato ai conduttori Parenzo e Telese che aveva intenzione di “macellare” con l’accetta dei ladri entrati in casa sua, ma siccome era scalzo non è riuscito a raggiungerli.

A volte, però, il meccanismo si inceppa e rivela il “dietro le quinte”—chiamiamolo così—del Maschio Ultrasessantenne Che Sbrocca. Durante una puntata di Announo (La7) di qualche anno fa, Corona si è incazzato con la conduttrice Giulia Innocenzi per non aver parlato abbastanza, e chiudendo il suo intervento con questo j’accuse: “l’educazione dovete averla voi, non invitare a fare una persona a fare il pagliaccio.”

Ma è del tutto evidente che Corona è scientemente invitato solo per sbroccare, cioè per “fare il pagliaccio”; non certo per le sue opinioni politiche dozzinali. Lui stesso ne è pienamente consapevole, come emerge da questa intervista: “Sono una star televisiva mio malgrado. Se mi diverto? Intanto vendo più libri. Non mi reputo così fotogenico, ma se non vai in tv a dire che sei morto non lo sa neanche tua moglie.”

Un ragionamento simile può essere fatto anche per Vittorio Feltri. Da giornalista, Feltri ha sempre incarnato la figura del borghese reazionario e del “direttore più politicamente scorretto d’Italia”—come l’ha definito Il Giornale, quando Feltri era il direttore della testata.

La pretesa di essere “politicamente scorretto” è naturalmente una copertura per poter vomitare le cose più squallide e retrograde. E in televisione, questa tendenza si è fatta sempre più dominante: Feltri grida “SCOPARE” perché, si sa, scopare è un termine proibito; dice a In Onda—tra le risatine del solito Parenzo—che degli immigrati “se ne sbatte” e non “gliene fotte un cazzo” perché tanto abita in collina e tra poco sarà morto; e a Stasera Italia (Rete4) chiama “fro*i” i gay dato che “parlo il linguaggio della gente, quindi non rompetemi le palle!”

In un’altra puntata di Stasera Italia risalente allo scorso settembre, Feltri arriva a definire il presidente francese Emmanuel Macron “un individuo che va a letto con la nonna da vent’anni” e quindi non può avere alcun credito. In un fuorionda—ripreso da Striscia la Notizia—i due conduttori scoppiano fragorosamente a ridere e commentano la performance di Feltri. “Sono andato da lui perché era chiaro che se lo stuzzicano su Macron andava,” dice Giuseppe Brindisi. “È talmente ubriaco che non riesce neanche un po’ a parlare di politica,” aggiunge Veronica Gentili.

Inutile dire che Feltri non l’ha presa troppo bene e si è vendicato a modo suo, facendo pubblicare su Libero un’intera pagina di foto accuratamente scelte dal profilo Instagram di Gentili “affinché i lettori sappiano da quale pulpito vengono le tue prediche contro di me.”

Nei casi di Corona e Feltri, insomma, la scelta di autori e conduttori è palese: invitare persone che dal punto di vista giornalistico o letterario non hanno più nulla da dire, ma che possono essere “stuzzicati” a dovere per suscitare una reazione scomposta.

Le varianti del Maschio Ultrasessantenne Che Sbrocca in tv non si esauriscono di certo qui. Paolo Becchi, per esempio, è una delle più interessanti. Sulla carta è un professore di filosofia del diritto che ha trovato una dimensione ideale nel “sovranismo” legastellato; nella pratica, è un professionista dei talk politici con un repertorio di tre mosse.

La prima è la sparata gratuita—come quando a SkyTg24 ha descritto Repubblica come “il giornale dell’orfano.” La seconda è l’abbandono dello studio, che è un po’ l’opzione nucleare a disposizione di ogni ospite dei talk. La terza è la metafora anale.

L’euro? Una valuta che “l’ha messo in culo agli italiani” ( Matrix, Canale 5). L’euro a due velocità? Una misura con cui “ce lo metteranno in quel posto e l’Italia andrà a puttane” ( Omnibus, La7). Il bail-in alle banche? Un “belin” che “quando te l'infilano in quel posto fa molto male” ( Coffee Break, La7). E cosa dovrebbe dire un “governo sovranista” all’Unione Europea? Semplice: “Andate a fare in culo!” (Agorà, Rai3, con commento sconsolato della conduttrice: “Oddio signore, lo sapevo che finiva così…”)

C’è da dire che, sul punto, Becchi ha una certa coerenza. Nel 2013 pubblicò infatti Anatomia del dolore, un racconto sulla sua fistola anale dall’incipit folgorante: “Soffro da un paio di giorni di un dolore acuto e persistente in una regione del corpo umano di cui di solito non si parla volentieri: il culo. […] Molto più banalmente, ma anche molto più dolorosamente, la storia seguente nasce da un ascesso nel mio culo.”

Del resto, pur nella sospensione di incredulità richiesta dai talk, i personaggi devono comunque avere un minimo di coerenza. Il filosofo Massimo Cacciari, come ha scritto la giornalista Daniela Raineri, è “l’Ospite Totale, wagneriano, da chiamare per discorsi su Venezia, la crisi del Pd, la vittoria del Pd, la fine del Pd, la guerra.” E soprattutto, aggiungo io, è un ospite da contrapporre a un altro ospite che inevitabilmente lo porterà al punto di rottura.

Se ci fate caso, in tutti gli scontri lo schema è più o meno lo stesso: Cacciari (in collegamento) parte piano, facendo un ragionamento articolato; la parola passa all’Ospite Provocatore, che inizia a far agitare Cacciari; seguono svariati facepalm da parte di quest’ultimo, maliziosamente notati dal conduttore che gli ridà la parola; il filosofo alza i decibel; si scatena un furioso botta e risposta; Cacciari esplode e il talk diventa la scena di un disaster movie.

Di prove su YouTube ce ne sono quante ne volete—liti con deputati del PD, deputati di Forza Italia, deputati della Lega, Daniela Santanché e persino con la conduttrice Myrta Merlino di L’aria che tira, con la quale Cacciari infrange la prima regola dei talk politici: in trasmissione non si parla male dei talk.

Gli scontri più violenti sono però quelli con Mario Giordano; dopotutto, anche il giornalista di Mediaset e de La Verità è pienamente dentro la categoria del Maschio (nel suo caso non ancora ultrasessantenne) Che Sbrocca. Ed è pure qualcosa di più: colui che ha fatto uscire questa figura dai confini del talk, donandogli un programma intero.

Sto parlando di Fuori dal coro, una striscia quotidiana di 20 minuti in onda su Rete4 dalla fine di settembre. Il format è ridotto all’osso: Giordano legge dei titoli di giornale o dei grafici e poi li commenta facendo smorfie, mettendosi le mani nei capelli, disperandosi, incazzandosi o ripetendo per 541 volte “neg*o.”

Il risultato, secondo Renato Franco del Corriere della Sera , è “giornalismo teatrale, è Carmelo Bene venuto male, è Godot ma arrivato, è Shakespeare in formato populista.” Un qualcosa di talmente eccessivo e grottesco da sfiorare l’auto-parodia.

In questo senso, è un po’ come vedere un incontro tra vecchi wrestler. Tutti sanno cosa aspettarsi da quei personaggi, poiché ne hanno un’immagine più o meno definita. All’inizio si può pure essere incuriositi; ma più si va avanti, più ci si accorge che il fisico non regge più le gloriose mosse di un tempo. Ecco: è uno strazio per tutti. Per chi guarda, anzitutto, e per chi è sul ring.

Il personaggio del Maschio Ultrasessantenne Che Sbrocca è dunque una forma di intrattenimento sadico inflitto sia al pubblico che agli ospiti dei talk. Ma se da un lato è patetico, dall’altro non è per niente innocuo.

Secondo un rapporto di Agcom dello scorso febbraio, la televisione rimane il principale mezzo usato dagli italiani per informarsi. E come dice Walter Siti, una “così prolungata e spettacolare esposizione della politica” non può che essere dannosa—specialmente se viene usata per riempire uno spaventoso vuoto d’idee, con il risultato di degradare ancora di più il linguaggio pubblico.

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